The Uninvited & Classic Film Scores / Victor Young at Paramount vol. 1 e 2

Victor Young
La casa sulla scogliera (The Uninvited, 1944)
& Classic Film Scores
Naxos 8.573368
22 brani – Durata: 69’14”



Victor Young
Victor Young at Paramount vol. 1 e 2 (2014, 2015)
Kritzerland KR 20027-8 e KR 20029-0 – Edizioni limitate a 1000 copie
CD 1, 31 brani – Durata: 65’16”
CD 2, 41 brani – Durata: 66’48”

Quella che nel lessico comune degli appassionati e studiosi è definita la Golden Era (o Golden Age), l’Età dell’Oro della musica filmica hollywoodiana, è come si sa un periodo che si estende grosso modo dalla metà degli anni ’30 ai primissimi anni ’60, con un picco qualitativo negli anni ’40 (soprattutto) e ’50. Questa irripetibile stagione, che coincise con lo sviluppo e lo splendore degli studios e dei loro dipartimenti musicali, nonché dei compositori ad essi preposti, è stata popolata da figure ancora oggi leggendarie (Herrmann, Steiner, Rózsa, Waxman, Newman, Tiomkin), altre più defilate e meno frequentate anche dalla discografia (Raksin, Friedhofer), altre ancora cadute in un colpevole oblio (Frank Skinner, per non fare che un esempio).
Victor Young (1900 – 1956) appartiene probabilmente alla seconda categoria, trattandosi di un compositore gigantesco, fondamentale per felicità d’ispirazione, duttilità e impeto melodico, e che tuttavia è ancora poco studiato, un po' trascurato dalla discografia e probabilmente sconosciuto ai più giovani. L’autore di partiture entrate nel mito come Johnny Guitar, Il cavaliere della valle solitaria e Il giro del mondo in 80 giorni (suo unico Oscar, postumo) non fa parte della pattuglia di emigrati dall’Europa verso gli States nel periodo tra le due guerre, essendo chicagoano di nascita. Ma le sue radici ebraico-polacche ne decisero, per volontà paterna, la formazione e gli studi musicali a Varsavia, presso il nonno, e rimasero in lui ben consolidate durante tutta la sua carriera facendo anche di Young un “mediatore” musicale tra le tarde influenze del romanticismo di area europea e il linguaggio della nascente musica cinematografica americana. Violinista, direttore d’orchestra, amante del jazz non meno che del sinfonismo tedesco, Young era un compositore di travolgente comunicatività, oltretutto dotato di un dono raro fra i suoi colleghi, ossia quello di saper individuare un tema, una melodia, una canzone sino a renderla oggi diremmo “virale” nel film, ma anche a farne un successo internazionale oggetto di decine e decine di cover. Accadde con la canzone di Johnny Guitar lanciata da Peggy Lee, con l’indimenticabile, meraviglioso tema de Il giro del mondo; con “Love letters” per il film omonimo e “When I fall in love” per Operazione “Z”, e accadde con “Stella by Starlight”, successo da milioni di dischi inciso tra gli altri da Ella Fitzgerald, Frank Sinatra e dalla nostra Mina.
Proprio da qui partiamo per occuparci della prima di queste tre uscite che, quasi in contemporanea, la Naxos/Marco Polo e la Kritzerland ci offrono alla riscoperta e al riascolto di questo immenso compositore. Il brano proveniva infatti da un folgorante gothic-thriller degli anni ’40, La casa sulla scogliera (The Uninvited, 1944), dal romanzo “Uneasy freehold” di Dorothy Macardle, protagonista Ray Milland e diretto da Lewis Allen: una ghost-story esempio scintillante di quel genere romantico-fantastico che in quegli stessi anni ha dato al cinema americano capolavori – anche musicali – come Il fantasma e la signora Muir di Mankiewicz (musica di Herrmann) o Il ritratto di Jennie di Dieterle (musica di Claude Debussy rielaborata da Tiomkin). Nell fattispecie “Stella by Starlight” è un brano suonato al pianoforte dallo stesso Milland (quindi si tratta a tutti gli effetti di “source music”) in una sequenza, e destinato a espandersi per tutta la score in una suggestiva miscela di sentimento e inquietudine.
Lo si può apprezzare appieno nell’ennesima, meritoria opera di restauro e riproposta operata sulla partitura da John Morgan per la Moscow Symphony Orchestra and Chorus diretti da William Stromberg. Nell’ampia suite ricostruita si evince la varietà di sfumature e di colori orchestrali che Young sapeva ottenere: l’andamento giocoso e saltellante dei legni e degli archi di “Squirrel chase”, ad esempio, precede il quieto e bucolico idillio di “The village”, ma è in “The sobbing ghost” che l’alta scuola di questa generazione di compositori, specie se messa a ingeneroso confronto con la contemporaneità, emerge in tutta la propria grandezza. Archi con sordina, tremoli sul ponticello e un lamentoso, piangente per l'appunto, dei legni, evocano l'idea di un soprannaturale insieme sinistro e fascinoso (non diversamente da quanto aveva fatto quattro anni prima Franz Waxman per l’esordio americano di Hitchcock, Rebecca), chiosato non a caso dal tema di “Stella by Starlight”. Ed il canto spiegato dei violini divisi, in un impasto che toglie il fiato, è la voce che il tema assume anche in “Stella’s emotions”, dove però viene ripreso anche il “sobbing”, il singhiozzo della pagina precedente, in un incandescente innalzarsi della temperatura espressiva. Tema che torna alle sue origini pianistiche (svelando anche più di una somiglianza con il celebre “As time goes by” di Hupfeld per Casablanca) in “The cliff”, che ha tutte le sembianze di un concertismo tipicamente tardo romantico: d’altronde il collega Rózsa aveva amichevolmente soprannominato Young “Broadway-cum-Rachmaninov”…
Con un linguaggio musicale che sicuramente non è immemore di Ravel e degli impressionisti francesi, Young identifica così le varie situazioni con soluzioni e idee leitmotiviche rapide, ficcanti, come il richiamo violento degli ottoni di “Grandfather & The cliff” e il finale di “End of ghost”, che però è tutto appannaggio di “Stella by Starlight” in una conclusione gioiosamente altisonante.
La suite di The Uninvited è preceduta da un travolgente preludio in forma di marcia da Il più grande spettacolo del mondo (1952), del re dei kolossal Cecil B. De Mille, apologia del mondo del circo sotto il cui tendone si svolgono drammi sentimentali e rivalità di ogni genere, ed è la tipica pagina di circostanza nella quale il musicista sfoggia il proprio talento per atmosfere festanti e di abbagliante vivacità (si noti, nella magistrale direzione di Stronberg, il penetrante, acutissimo ruolo dell’ottavino e degli strumentini in genere). Ma un’altra sorpresa è riservata dalla suite per I viaggi di Gulliver (1939, Max e Dave Fleischer), seconda versione di animazione (dopo quella disneyana del ’24) e terza in assoluto delle numerose dedicata al celebre romanzo di Jonathan Swift, e di cui noi conosciamo soprattutto quella del ’60 diretta da Jack Sher con gli effetti speciali del leggendario Ray Harryhausen e una partitura geniale di Herrmann. Il film dei Fleischer conteneva molte canzoni (di Ralph Rainger ed altri) ma colpiscono, a dieci anni dall’avvento del sonoro, l’agilità, la freschezza, la diabolica abilità di Young nello stare addosso alle immagini animate con una sapienza contrappuntistica mendelssohniana (“Pussyfoot march”), una strumentazione trasparente, leggerissima (“Gabby and the King – The tower - The archers”) e un reticolato di variazioni, accelerazioni e improvvisi cambi di passo che denota in Young il perfetto dominio delle più sofisticate tecniche di “mickeymousing”, probabilmente assorbite dalla lezione delle Silly Symphonies disneyane.
Con Le foglie d’oro (Bright leaf, 1950, Michael Curtiz), dal romanzo di Foster Fitzsimons, storia di passioni forti e scontri di potere tra le piantagioni di tabacco nella Carolina del Nord di fine ‘800, Young gravita in un’area che può in certo senso ricordare lo Steiner di Via col vento: ma la drammaturgia musicale è in questo caso più asciutta, meno folkloristica e citazionistica, l’eloquio è nobile e contenuto (“Welcome to Kingsmont”, “Sonia”) affidato ai prediletti archi con cadenze ed echi che rimandano sicuramente al patrimonio musicale americano d’epoca ma s’impennano anche (“Machine montage”) in momenti convulsamente moderni e luccicanti, inserendo il severo tema principale in un rutilare di legni e ottoni sfavillanti. Toni anche più netti, intensi, e armonicamente avventurosi con frasi di chiara forma politonale si hanno in “Margaret” e nel frenetico “Tobacco montage”, schizzo sinfonico di prima grandezza; ma è con “Suicide” che Young tocca forse l’apice della score, con il funereo dipanarsi degli archi sino al registro più acuto e disperato, ed una breve coda del violino solo. Per congedarsi con una specie di lunga suite riassuntiva, “Southern vengeance – The fire – Finale”, dove la perizia del compositore si libera in una pagina modernissima, davvero fiammeggiante e svincolata da qualsiasi “period music”, in un soffocante crescendo drammatico che sbocca, con la riproposta del leit-motif, ancora una volta con un tipico finale in maggiore, liberatorio e affermativo.
Da un punto di vista squisitamente filologico, tuttavia, i due album della Kritzerland dedicati al periodo Paramount del compositore, che entrò nello studio alla fine degli anni ’20, sono ancora più preziosi, perché recano le prime registrazioni assolute di suite originali dirette dall’autore tra la fine degli anni ’40 e la metà dei ’50; qui il lavoro tecnico effettuato sui master originali da Chris Malone, John Davis e James Nelson ha del miracoloso, tale da farsi ampiamente perdonare qualche perdurante e inevitabile difetto, visto che parliamo di registrazioni effettuate quasi settant’anni or sono.
I film di riferimento non sono probabilmente notissimi, ma la qualità e l’immediatezza del lavoro di Young vi brillano come una serie infinita di gemme. Il cerchio di fuoco (Appointment with Danger, 1950), ancora di Lewis Allen, è un noir convenzionale con Alan Ladd nel ruolo di un ispettore della polizia postale che s’infiltra in una band malavitosa, ma è anche terreno ideale per i chiaroscuri, gli scatti eccitati, la sanguigna suspense musicale cari al compositore; intenti ben chiari sin dal concitato “Prelude” e che si snodano poi in una partitura particolarmente dark, sulla scia di altri capolavori di quel genere e periodo a firma soprattutto di Max Steiner e Franz Waxman, per non parlare dell’inarrivabile Rózsa. Fioccano conflitti tonali violenti, specie fra archi e ottoni (“Ferrar enters the act”, “The Ferrar chase”), con frasi brevi e ultimative dei primi e accordi stridenti dei secondi, in una ripartizione timbrica la cui modernità è ancora oggi stupefacente. Con la perizia che lo caratterizzava, Young passa anche per pagine devote al suo amatissimo jazz (la source music di “Lonely I am-Liley” e “Slow bus to Memphis”), o per il coro di voci bianche in “Tantum ergo” dedicato al personaggio di suor Augustine, passando per un estratto dalla Prima Sinfonia di Brahms in cui si ha modo di apprezzarne l’autorevolissimo piglio direttoriale, inanellando complessivamente una sequenza di situazioni musicali cupe ed essenziali.
Altro noir è The Accused (1949) di quel William Dieterle con cui Young lavorò spesso e ricavato dal racconto “Be still, my love” di June Tuesdell; qui torna a dominare il dono unico del musicista per i temi, le melodie, come si constata nel tema principale per archi del “Prelude”, pieno di pathos e distribuito lungo tutta la partitura, con una preponderante attenzione per i risvolti psicologici dei personaggi, intrecciati ad un clima di tensione e allarme permanenti, con frasi sospese degli archi (“Cyclothymiac cutie”), impegnati in complessi fraseggi politonali in mezzo ai quali può d’improvviso levarsi, luminoso, il violino solo ad offrire il leit-motif (“Heart to heart talk”). Siamo dunque nel pieno di una narrazione musicale che sapeva far convivere elementi minacciosi e appelli romantici spesso in pochi secondi o minuti, utilizzando magistralmente le tecniche della variazione e del contrappunto.
Ancora Dieterle, ma stavolta in un melò dai risvolti brillanti, in Accadde in settembre (September Affair, 1950), la cui specifica ambientazione mediterranea e italiana ha ispirato a Young una serie di strepitose “visioni” mai meramente cartolinesche ma genuinamente e intimamente sentite, come nel melodismo tutto partenopeo e nella tarantella di “The Naples tour”, o tra i mandolini di “Capri tour”; la freschezza conquistatrice del tema principale, una lunga frase discendente degli archi, si collega così al sottile, incantevole utilizzo di un brano preesistente, quella “September song” scritta nel 1938 da Kurt Weill su testo di Maxwell Anderson per il musical Knickerbocker Holiday. L’orchestrazione finissima per archi e il talento di Young nelle variazioni ne fanno, ad esempio in “The letter” e “Avenue of obscurity”, un leit-motif alternativo di enorme suggestione, sino alla risoluzione appassionata di “Maria/Return home and Finale”.
Anche i titoli che compongono il secondo CD Kritzerland appartengono a quella produzione “media” hollywoodiana degli anni ’50 in mezzo alla quale si celano spesso inaspettati doni. Anche gli eroi piangono (The Proud and Profane), ad esempio, diretto da George Seaton e adattato dal romanzo “The magnificent bastards” di Lucy Herndon Crockett, è uno degli ultimi titoli di quel 1956 che vide anche la prematura scomparsa del maestro per emorragia cerebrale; spicca ancora una volta un tema principale di disarmante quanto elementare bellezza (“Perseverance”), declinato sotto varie forme e in più tonalità (“A friend at sea”), intersecato con assillanti tremoli di archi in sordina (”Attempted murder”) e vari scorci di source music jazzistica o d’intrattenimento sino alla sintetica ma grandiosa conclusione (proprio la sintesi era una delle più vistose grazie concesse a questa scuola di maestri).
Eternamente femmina (Forever Female, 1952, Irving Rapper), tratto dalla commedia teatrale “Rosalind” di J.M.Barrie, l’autore di “Peter Pan”, è un nuovo esercizio di brillante sentimentalismo che trova Young particolarmente ispirato, a partire da un sontuoso valzer d’apertura e chiusura (“Prelude”, “Finale”) che metamorfizza istantaneamente in slow-jazz metropolitano, aprendo il varco ad una serie di pagine a volte soavemente disimpegnate ma di finissima scrittura, talora quasi rossiniana (“Opening night”) nell’accentuato virtuosismo degli archi, altrove risolte in un intenso dialogo lirico tra pianoforte e violoncello solo (“Bea confesses”).
Autentica riscoperta, soprattutto musicale, è la suite da Per ritrovarti (Little Boy Lost), del ’53 e ancora di Seaton, dal racconto di Marghanita Laski, un dramma bellico che aveva per sorprendente protagonista Bing Crosby. La partitura, come racconta Bruce Kimmel nelle sue note di copertina, si credeva perduta e ne erano sopravvissute solo tre tracce, ma la buona sorte e la costanza dei produttori dell’album è stata premiata con il ritrovamento di quasi tutto il rimanente: è uno dei lavori più “classici” e formalmente compiuti di Young, sia nella ripartizione leitmotivica che nell’appellarsi al cuore dell’ascoltatore anche grazie a continui “sbalzi d’umore”. Momenti di accorata pietas (l’assolo violoncellistico di “Another disappointment”, gli archi funerei e il violino solista di “Farewell Montfort”, il pacato lirismo di “Intro to Cela m’est égal”) convivono con carezzevoli trasparenze di archi e vibrafono (”The magic window”) o valzerini francesi (“Trip to Paris”), in una concezione che solo apparentemente pare dispersiva e nella quale invece ogni tappa espressiva si collega e motiva con le altre.
Infine un’incursione nella comicità pura e stralunata di Bob Hope, con L’avventuriera di Tangeri (My Favourite Spy, 1951, Norman Z.McLeod), che dimostra come la classe e il talento di Young fossero in grado di plasmarsi su qualsiasi genere: qui l’iperromanticismo di alcune frasi (“Lily Dalbray”) svolge funzione eminentemente parodistica. Il fluente tematismo, associato al personaggio di Hedy Lamarr, stride premeditatamente con la tronfia e ridicola marzialità di “Intro to comedy camel/The comical camel” o con le frenetiche, cartoonistiche accelerazioni di “The fire pt.2”, dove Young sfodera ancora una volta un virtuosismo orchestrale d’altri tempi.
Quei tempi che lo ebbero tra i protagonisti assoluti e che oggi, invece di rimpiangere sterilmente, faremmo meglio a ristudiare con l’attenzione e il rispetto che si deve ai classici.