Barbarossa & The Butterfly Room & Ustica

Pivio & Aldo De Scalzi
Barbarossa (2009)
Crueza Srl/Martinelli Film Company Int. ESP012
21 brani – Durata: 74'14”

Pivio & Aldo De Scalzi
The Butterfly Room – La stanza delle farfalle (The Buterfly Room, 2012)
I dischi dell'Espleta ESP0032
27 brani + 1 canzone  – Durata: 61'44”

Pivio & Aldo De Scalzi, Luca Cresta, Claudio Pacini
Ustica (2016)
I dischi dell'Espleta ESP056
15 brani – Durata: 49'21”



Quello che continua a sorprendere nel duo Pivio (Roberto Pischiutta) & Aldo De Scalzi, a più di vent’anni ormai dai loro primi passi nella musica per immagini, è il particolare significato che nel loro percorso artistico assume il concetto di “eclettismo”. In genere questo termine contiene – anche se non esplicitata – una venatura negativa (non fu con questa etichetta che ci si illuse stolidamente di bollare il genio camaleontico di Leonard Bernstein, di cui oggi celebriamo il centenario della nascita?), una connotazione di efficiente sbrigatività vista in opposizione alla “specializzazione” come forma più alta di espressione di una poetica.

Chiariamo. Non è che tutti sappiano fare bene tutto, ci mancherebbe. Ovviamente dipende dai talenti e dalle predisposizioni individuali. Per questo, quando si ascoltano le partiture del duo Pivio & De Scalzi si resta sbalorditi dalla multiformità d’ispirazione, dalla capacità di adattamento e immedesimazione nei contesti, nei generi e per gli autori più diversi (dall’”ideologico” Martinelli ai pulp Manetti Bros. dell’Ispettore Coliandro, dall’horror di un giovane filmmaker indipendente alla squinternata comicità cinèfila del Box Office 3D di Ezio Greggio) rimanendo contemporaneamente e perfettamente padroni di uno stile, di un “marchio”, di un respiro e di un linguaggio musicali inconfondibili e replicati di titolo in titolo con straordinaria immediatezza ed efficacia. L’approccio “alto”, sempre estremamente concentrato, del loro comporre consente così alla coppia di aderire alle situazioni più disparate conservando sempre un preciso profilo autoriale, calibrato con attenzione meticolosa e lucido dominio dei mezzi.
 Il che ha permesso a Pivio & De Scalzi, ad esempio, di trasformare quella che avrebbe potuto rivelarsi un’occasione decisamente imbarazzante (il film di Martinelli su Barbarossa con Rutger Hauer e Raz Degan, fortissimamente voluto dalla Lega Nord di Bossi, che vi fa una comparsata, e rumoroso fiasco commerciale) in una strepitosa lezione di musica epica e d’epoca, fitta di richiami “colti”, citazioni medioevali, strumenti antichi, tutto all’insegna di un’architettura di vaste proporzioni sinfoniche dall’impianto nello stesso tempo filologico e moderno. La melopea vocale arabeggiante del brano omonimo d’apertura, che introduce nei fiati il poderoso tema principale, attesta lo spessore multietnico della partitura, che affianca con disinvolta robustezza stilemi antichissimi (il gregoriano che si affaccia in “La veggente”, scandito dal rintocco delle campane) a sonorità anche elettroniche di semplice, elementare effetto. Così, i ritmi sostenuti, soprattutto grazie ad un notevole dispiego percussivo, di “Al galoppo”, sempre costruiti secondo procedure melodiche orientaleggianti, convivono con il denso, pastoso flusso degli archi de “Il pugnale dell’Imperatore” o con la palpabile, drammatica tensione che si cela dietro l’andatura militaresca di “La Compagnia della Morte”. Anche i quasi tredici minuti che costituiscono “Prima battaglia” sono, ben più che una convenzionale battle music, un impressionante caleidoscopio tematico ed emotivo dove si alternano frasi accorate e sinistre risonanze, mentre il 5/4 martellante che apre “Incontro col cugino” rimanda inevitabilmente al bellicoso “Mars, bringer of War” dei Pianeti di Gustav Holst. Nel suo procedere, la score s’incupisce di colori foschi e atmosfere opprimenti, evocando anche nelle pagine d’occasione o nei sapienti medioevalismi di “Matrimonio imperiale” e “La prima volta della regina”, con l’utilizzo di strumenti antichi, un universo funereo e arcaicizzante, accentuato nel luttuoso vocalismo di “Visione della tomba” e nella solenne quiete degli archi di “Raduno delle truppe”. La commistione di stili e lessici, antico e moderno fusi insieme, caratterizza anche “Battaglia finale”, dove le percussioni sostengono fiati e archi nel tema principale, per affidare il commiato agli ottoni svettanti in “Di nuovo insieme”, ma in un clima che sembra refrattario a qualunque trionfalismo.
 Altro rischio che Pivio & De Scalzi si sono assunti, a testimonianza anche della loro non comune disponibilità e apertura verso i talenti in ascesa, c’è The Butterfly Room – La stanza delle farfalle, firmato da quel Gionata (lui si fa chiamare Jonathan in ossequio ad una certa anglofilìa) Zarantonello, 38enne vicentino passato dai banchi del liceo al cinema in un colpo solo grazie ad un fortunato horror splatter fai-da-te, Medley, girato nel ’96 tra i banchi di scuola, e al bizzarro, ma nulla più, Uncut – Member Only (2003), sorta di sitcom fondata su un piano sequenza di 70 minuti puntato sul pene del pornoattore Franco Trentalance “nei panni” (così per dire…) di un uomo immobilizzato a letto e disperatamente alla ricerca di svaghi femminili. Con The Butterfly Room però il giovane cineasta sfoggia ambizioni più vaste, se non altro per il cast che – per una truce storia di amicizia fra una bambina inquietante e una signora mefistofelica – ha chiamato a raccolta alcune star dell’horror più popolare, a cominciare dalla leggendaria Barbara Steele protagonista, affiancata da Heather Langenkamp (Nightmare on Elm Street), Ray Wise (Twin Peaks), Camille Keaton (Non violentate Jennifer) e altri, compreso un illustre cameo di Joe Dante.
 In quanto horror, il film presenta com’è facile immaginare problemi del tutto particolari, a cominciare dal target di riferimento, giovane e dal palato forte. Qui la musica perde ogni connotazione classicheggiante e fa emergere la vocazione sperimentale dei due compositori, che sembra rifarsi a certe atmosfere del rock psichedelico degli anni ’70 (del resto Pivio è un ex del gruppo genovese new wave Scortilla, e De Scalzi insieme al fratello Vittorio una delle colonne dei magnifici New Trolls). Dunque si fa largo l’elettronica ma in una forma nettamente impressionistica, atmosferica (“The butterfly room”), appellandosi ad un suono “sporco”, imperfetto (“The Mall”), magari associato ad uno spettrale pianino (“Little piano”), già presente con un breve, malinconico tema nel brano d’apertura, e disturbato da costanti effetti di distorsione e riverbero elettrico. Si crea così un clima d’instabilità psichica perfetto per la storia ma foriero anche, per Pivio & De Scalzi, di una ricerca sulle potenzialità del suono manipolato che non ha nulla a che vedere con la roboante convenzionalità computerizzata di tanta produzione corrente. In un’alternanza di sound “alieno”, filamentoso e sospeso (“Discover the assistant”, “The great escape”), compunte parentesi pianistiche sul tema principale (“The freak”, “The butterfly room-Coming in”) ed esplosioni rock-metal (“Broken window”, The butterfly room-On the bench”), prende forma una scenografia musicale di inquietante coerenza espressiva ma anche molto mutevole, unificata dall’utilizzo sapiente del leit-motif (il duetto chitarra-pianoforte nel registro alto in “Brushed Julie”, le tastiere manipolate di “In the car”) e dove la paura, l’angoscia sono perseguite con un’encomiabile economia di mezzi, proporzionale all’audacia della concezione complessiva: in cui trova persino posto una cover allucinata della celebre canzone tradizionale “I gave my love a cherry”, nota anche come “Riddle song” e resa celebre nel ’64 dall’interpretazione di Joan Baez.
 Alcune delle pagine più riuscite infatti, come “Alice’s mom” inseguono le sonorità sino ai confini con il nulla, altre come la finale “Yrrehc” quasi si divertono in una forma parodistica dell’horror music, altre ancora (“Artworks”) vagano ai piani alti del registro timbrico senza trovare approdo: il tutto in una visione apparentemente frammentaria, in realtà unitaria e coesa, e dove la tensione nasce dalla continua trasformazione della materia sonora assai più che dal suo impatto superficialmente sensoriale.
 Ustica è invece l’apporto che il cinema retorico ed enfatico di Martinelli fornisce ad uno dei più atroci e scandalosi “misteri” dell’Italia repubblicana, ossia la tragica fine del DC-9 Itavia esploso in volo tra le isole di Ponza ed Ustica il 27 giugno 1980 nel Tirreno, divenuto tomba per 81 persone. Nell’infinita storia di depistaggi, reticenze, coperture e intrighi che appestano la storia italiana degli ultimi cinquant’anni, la strage di Ustica è forse uno dei capitoli ancor oggi più roventi e invendicati, al quale già Marco Risi aveva dedicato nel 1991 Il muro di gomma, ispirato all’inchiesta del giornalista del Corriere della Sera Andrea Purgatori, e per cui il cantautore Francesco De Gregori fornì l’unica partitura “di commento”, malinconica e partecipata, della sua carriera.
 Qui a Pivio e De Scalzi si aggiungono, come già avvenuto in passato, i contributi del consolidato tandem formato da Luca Cresta e Claudio Pacini, entrambi esperti compositori di molta televisione, a completare così un quartetto tutto “made in Genova”. Abbandonati gli arcaismi evocativi di Barbarossa e le visioni agghiaccianti di Butterfly Room, qui i toni si fanno particolarmente accigliati e drammatici, mantenendo tuttavia sempre alta la mobilità e varietà del discorso musicale. L’organico torna orchestrale ma mixato ai synth (cui provvede Pivio) e con numerosi interventi solistici, anche degli stessi compositori (De Scalzi al piano e alla chitarra), e l’atmosfera è palesemente quella di un thriller politico dalle vaste risonanze civili. “Sky wars” è così una pagina minacciosa nella propria marzialità scandita dalle percussioni e convulsa nel disegno degli archi, mentre “Vite rubate” è un dolente adagio per archi sul quale, come spesso accade nelle pagine “lente” dei due compositori, intervengono suoni e “voci” estranee. Il dolore è infatti, oltre alla rabbia, il sentimento prevalente nel film e nella partitura (“In casa dopo l’incidente”, “Follia di una madre”), restituito con grande sobrietà di mezzi e cupa concentrazione espressiva, soprattutto nella scrittura degli archi e nel “disturbo” pulsante delle percussioni; il tematismo infatti, che pure qui è prevalente rispetto alle due partiture sopra esaminate, non è lineare o assorbito in una struttura compositiva convenzionale, ma si enuclea attraverso percorsi obliqui e mai ripetitivi. “Scrutando il mare”, ad esempio, alterna pacate oasi tonali a insistenti dissonanze, così come “Discussione delle prove”, e i lunghi fraseggi degli archi che in “Le prove dei giornali” si reggono sul ritmo ticchettante della batteria, esprimono in realtà un’ansia che va ben oltre banali meccanismi di suspense emotiva.
 Resta poi dominante, particolarmente in questa terza score, una componente onirica, “fantastica”, ottenuta sempre attraverso la sapiente elaborazione del sound design (“Il patologo”) che non sottrae certo alla storia il valore di una forte ricerca della verità ma la trasporta in una dimensione quasi metafisica, tra l’altro coerente con il fosco clima di ambiguità che grava sulla vicenda di Ustica. Meravigliosa pagina lirica è poi “Testimonianza e discussione”, nuovamente affidata al lento srotolarsi degli archi con un intermezzo più mosso, in un decorso cantabile di felicissima ispirazione, così come il più breve “Infinita attesa”; mentre la conclusiva versione alternativa di “Sky wars” ne riprende la struttura se possibile virandola in una forma ancora più sinistra e minacciosa, con un finale dalla tonalità brutalmente sfigurata.
 Tre lavori, tre stili, tre mondi evocati e ricostruiti in musica: nessuno dei quali appartenente ad un cinema “facile” o garantito. E su tutti la classe, la fantasia, l’intelligenza creativa di due compositori che tengono alta la bandiera della nostra musica per film nel segno dell’indipendenza e dell’emozione.

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