The Nun

cover the nunAbel Korzeniowski
The Nun: la vocazione del male (The Nun, 2018)
WaterTower Music
20 brani – Durata: 45’21”

Filmografia alla mano, è la prima volta di Abel Korzeniowski nell’horror. E che horror!
 Parliamo infatti dello spin-off di quel The Conjuring – Il caso Enfield (2016) che era a sua volta il sequel di L’evocazione – The Conjuring (2014), entrambi diretti dallo specialista James Wan (qui in veste di produttore), e cui va aggiunto il prequel-spin-off Annabelle (a sua volta seguito dal prequel Annabelle 2 - Creation). C’è di che smarrirsi, come spesso accade nella serialità di genere, ma tutti questi titoli – eccezion fatta per Annabelle 2, firmato da Benjamin Wallfisch – avevano musicalmente un comune denominatore: Joseph Bishara, uno dei più agguerriti e spregiudicati compositori dell’horror contemporaneo.

 La discesa in campo del compositore polacco, tuttavia, rivoluziona dalle fondamenta tutta la letteratura musicale di questo genere. Non foss’altro perché, scartando o relegando ai margini il ruolo – prevedibile – dell’elettronica, il musicista si appella invece a tutta la potenza di fuoco di un’orchestra contemporanea, piegandola ad un linguaggio e a tecniche che sono nettamente riconducibili ai più celebri lavori di colui che è stato il suo maestro, oltre che un protagonista del Novecento musicale europeo: Krzysztof Penderecki.
 Per ritrovare in anni recenti qualcosa di paragonabile all’inferno in terra che Korzeniowski scatena bisogna forse riandare al Roque Baños di un altro remake, La casa (2013) di Fede Alvarez. Ma anche questo accostamento non rende comunque conto dell’impresa di Korzeniowski, che finora si era fatto enormemente apprezzare per raffinati esercizi di stile poliedrico come nella serie “dark” Penny Dreadful, o in W.E. Edward e Wallis di Madonna e Romeo and Juliet di Carlei, o nei film di Tom Ford (A Single Man, Animali notturni).
 Il moto inquieto degli archi, su un pedale di violini di sol bemolle, sostiene il tema sinistro e ultraterreno di “God ends here”, che tra raffiche di timpani e pesanti accenti di ottoni, chiama subito in casa un elemento fondativo della partitura, ossia il coro: ma un coro piegato di volta in volta, nei soprani, a visioni celestiali quanto ingannevoli, e per contrasto nei bassi a versi animaleschi, gutturali.  Una sorta di esasperazione del ruolo, all’epoca apparso come ultimativo, affidatogli da Jerry Goldsmith  nella partitura del suo unico Oscar, Il presagio (1976). Questo fattore si nota anche in “Sacrifice”, dove emerge un altro biglietto da visita della score: il trattamento della sezione di archi per fasce o cluster, glissandi continui e indeterminati, dove il tempo è misurato non in battute ma in secondi, secondo appunto una tipica tecnica pendereckiana. Il clima che si crea è così di agghiacciante instabilità, grazie ad una materia sonora che si muove e smotta continuamente sotto i nostri piedi, impedendo qualunque ancoraggio rassicurante; il che ovviamente non impedisce a Korzeniowski di isolare, in “Sister Irene”, un episodio melodioso di struggente bellezza lirica. Del resto pochi come il 46enne maestro di Cracovia sanno alternare i due registri (terrificante e carezzevole) con altrettanta disinvoltura e profondità di campo; e quindi riecco i grevi e strascicati accordi di coro, percussione e ottoni in “The Abbey of St.Carta” precedere la follia di “Hanging nun”, dove una prima parte quasi silenziosa viene trafitta da un’esplosione secca cui seguono formicolanti e malati lamenti degli archi calpestati senza pietà dagli ottoni. Ma è nulla in confronto a “Valak”, dedicato all’omonima raccapricciante suora interpretata (qui come nel Caso Enfield) da Bonnie Aarons: l’intro violenta e frastornante si interrompe dopo un ululato dei corni in un brevissimo intermezzo angelicale per cedere poi il passo a cinque gruppi di tre pesantissimi accordi ciascuno, informi e brutali, per archi e organo, intervallati da disegni impazziti dei corni e con il sottofondo di un effetto vocale del tutto associabile ad una sorta di lunghissima, bestiale eruttazione. Anche le contrazioni dinamiche di suono, come nei contrabbassi o gli ottoni con sordina di “Veiled mirrors”, sembrano scaturire da abissi indicibili, gli stessi che originano “Corridor of crosses”, con le sue voci spaventose, oppure gli accordi ribattuti ancora dei bassi in “Perpetual adoration”, dove il serpeggiare degli archi ricorda più che altrove il “De natura sonoris” o la “Trenodia per Hisroshima” di Penderecki.
 L’imponenza dell’organico impiegato da Korzeniowski non deve trarre in inganno: il musicista non sfoggia tentazioni muscolari e non indugia in esibizionismi sinfonici. Ogni settore, ogni strumento, ogni “voce” ha le sue motivazioni e il proprio ruolo, e spesso le masse sonore vengono espressamente, volutamente compresse in lunghi pianissimi per creare ancora più tensione: accade in “”They’re all gone”, mentre in “Handmaid of God” la lotta anche musicale tra Bene e Male non potrebbe trovare migliore illustrazione, con il conflitto fra il tema iniziale corale arricchito da linee di canto sopranile, la linea morbida e luminosa degli archi, e la costante, onnipresente minaccia dei bassi. “Into the abyss” e “Possessed”, sotto questo profilo, non lasciano scampo: il ruolo del coro maschile, opportunamente manipolato, si leva in tutta la propria valenza malefica, mentre i brividi degli archi, in una scrittura quasi aleatoria, si intrecciano ad appelli disperati e iper-romantici di orchestra e coro, con contorno di campane e sullo sfondo di un indistinguibile, fluttuante guizzare dei legni: qui, oltre al sentimento del terrore, si avverte anche quello del riscatto e di un dominio sull’oscurità che a tratti fa pensare alle più epiche e grandiose pagine di Elliot Goldenthal. Né sorprende che alla fine all’intenso e accorato fraseggio dei celli sia riservata la conclusione, illusoriamente pacificata, di “Cause I have faith”: illusoriamente giacché l’ultima parola spetta ancora al lato oscuro, con un’ultima, breve e sommessamente paurosa apparizione di percussione, sforzandi degli ottoni e brulicante zampettare dei violini.
 Come si può intuire, è un’autentica crestomazia di invenzioni musicali “fatte a mano” – come proclama orgogliosamente il musicista sul proprio sito – e di pura avanguardia storica, quella di Korzeniowski, trasformata in lava musicale che desertifica tutto al proprio passaggio. Un vero requiem demoniaco, che l’autore suggerisce di ascoltare stando al buio. Se ce la fate…

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