Maze Runner: The Death Cure

cover maze runner deathJohn Paesano
Maze Runner – La rivelazione (Maze Runner: The Death Cure, 2018)
Sony Classical 8644682631
22 brani – Durata: 92’57”     


     
Un giovin eroe e il suo gruppo di amici detti “Gladers” saltano da un’avventura all’altra in un futuro distopico alla ricerca di risposte alle loro domande, e sfuggendo ad una serie infinita di pericoli che ne mettono a rischio la sopravvivenza. Messa così, c’è poco da stare allegri, visto il sapore non esattamente inedito della storia (anche sui futuri distopici, come su tante altre cose, urgerebbe una moratoria…).

Poi però scopri un giovane compositore come John Paesano, dal cognome di inequivocabili origini nostrane, e la musica – letteralmente – cambia. Perché se la trilogia che il regista classe 1980 Wes Ball ha tratto dai romanzi di James Darshner (Il labirinto, La fuga, La rivelazione) sa molto di videogame di lusso, l’impresa  parallela di Paesano – che pure è pratico anche di musica da videogiochi e precedentemente si è fatto notare con le score di Il tempo di vincere, Diverso come me e del cartoon Gli eroi del Natale – non ha nulla di sbrigativamente seriale o routinario ma ambisce, nelle proporzioni e nella struttura, ad assumere il profilo di un grandioso ciclo sinfonico che fa tesoro, con umiltà e devozione ma anche entusiasmo, della lezione di maestri come Goldsmith, Williams o Silvestri. E, di questi tempi, non è poco.
L’ampiezza e il respiro “classico”, lussureggiante della partitura, oltretutto di dimensioni inusitate (l’intera trilogia totalizza quasi quattro ore di musica!), sono chiari sin dall’inizio: più che di “temi”, il ciclo Maze Runner si nutre di stilemi, figurazioni e soluzioni ricorrenti: fra tutte, sin da “Rescue”, emergono un dilagante leit-motif di obliquo e suggestivo andamento cromatico ed un ricorrente, martellante incalzare ribattuto degli archi (si tratta dell’elemento comune a tutte e tre le score) a creare una tensione costante e ansimante, associato ad un disegno ostinato che diviene l’autentico “logo” della score. Miracoloso è come, con un bagaglio di materiali tutto sommato contenuti, Paesano riesca a tener viva l’attenzione per oltre un’ora e mezza: lo fa innanzitutto con un’orchestrazione strepitosamente fantasiosa e cangiante, che vede la sezione d’archi impegnata ora in moti perpetui soffocanti ora, soprattutto nei celli, in vasti e penetranti squarci lirici (“The virus”), o negli incantati e luminescenti flautandi dei violini (“The last city”); oppure chiama alla battaglia il gruppo degli ottoni in brutali crescendi o scultorei passaggi di rinforzo giocati su dissonanze aspre e richiami selvaggi dei corni (“What bus?”).
L’altro elemento che rende la score straordinariamente ricca e inattesa è la spiccata, quasi nevrotica mutevolezza delle atmosfere. Paesano trascorre in un batter d’occhio e a volte all’interno della stessa traccia da situazioni di calma piatta (la siderale “Visions of Thomas”) ad apocalissi sonore, accensioni arroventate di ritmo e dinamica (“Closing in”), facendo interagire tutte le sezioni con alcuni – significativi perché mirati e non generici – interventi elettronici, senza mai perdere di vista l’impianto epico, “colossale” che sembra essere l’obiettivo principale del musicista: si ascoltino, a tale proposito, pagine come “I’m sorry”, dove paiono andare sottobraccio echi di Silvestri e di Zimmer, addolciti da un etereo intervento corale ma sempre pedinati dal violento moto perpetuo degli archi, o le tre lunghissime, sontuose, vere e proprie suites “Goodbye”, “Please, Tommy please” e “The lion’s den”. La prima, in particolare, consta di un denso, severissimo adagio per archi, come non ne sentivamo da molto tempo in una score, concepito secondo un’intelaiatura armonica solennemente modale e un tematismo davvero d’altri tempi, accompagnato dal pianoforte e chiosato da un crescendo orchestrale in un lucente fa maggiore. “Please, Tommy please” è ancora affidata agli archi e continua a mantenere la struttura di un ampio “largo” ma si sviluppa in una situazione tonale più ambigua, sovrastata da possenti echi elettronici: qui l’ostinato leitmotivico della partitura, più rallentato, si collega alle ampie campate dei celli, il tutto alla fine confluendo in un’atmosfera di quieta eppure allarmante pacificazione, sempre velata da quell’ombra di tristezza (l’intervento solistico del cello) che accompagna molte fasi del lavoro. Il terzo brano infine, anch’esso oltre i dieci minuti, è più movimentato nell’agganciare il tema conduttore a spericolati virtuosismi degli archi tremolanti sul ponticello (tipico effetto horror), sulle pulsazioni sommesse del synth, ricercando costantemente quegli agglomerati di tensione e di suspense che a macchia di leopardo sono cosparsi in tutta la score con andamento rapsodico e imprevedibile.
      In ogni caso sono soprattutto l’impeccabile padronanza dei materiali sonori, la cura dei dettagli, l’inventiva orchestrale, la lucidità di esposizione e l’attenzione per una  costante “bellezza” del suono a risultare sorprendenti in un giovane compositore del XXI° secolo: cosicché Maze Runner: la rivelazione non è solo, sino a questo momento, l’esito qualitativamente più alto della carriera di John Paesano, ma anche la dimostrazione concreta che per la “vera” musica filmica c’è un futuro e ci sono in campo dei nuovi protagonisti.

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