Don’t Worry, He Won’t Get Far on Foot
Danny Elfman
Don’t Worry (Don’t Worry, He Won’t Get Far on Foot, 2018)
Sony Classical 19075823182
21 brani + 2 canzoni – Durata: 40’53’’

Musica incidentale, ovvero musiche di scena secondo le enciclopedie.
Se già nel film di Gus Van Sant – biopic sul vignettista John Callahan (1951-2010), abbandonato dalla madre, alcolista e vittima di un incidente che lo ha costretto sulla sedia a rotelle per tutta la vita – si fa riferimento all’arte come “incidente controllato”, nella musica di Elfman è stata sempre evidente la tensione fra una costruzione razionale (ultimamente proprio cervellotica, come nel gioco di ripresa e interrelazione tematica di Justice League) e una dimensione aleatoria, incontrollata e sfuggente.
Per compositore e regista questa settima collaborazione – di nuovo all’insegna, dopo Will Hunting - Genio ribelle, di un percorso di guarigione psicologica – è l’occasione per portare alle estreme conseguenze la suddetta dicotomia; in particolare, l’ago sembra pendere sul secondo fattore se si ascolta il jazz folle di “Don’t Worry He Won’t Get Far on Foot (Main Title)”, utilizzato indifferentemente (o quasi) per scene raffiguranti l’estasi della creazione e l’agonia del post-sbornia, o in genere se si guarda alla (anti-)struttura dell’intero lavoro, dove il rifiuto del regista per l’unitarietà e per un’architettura finalistica si cristallizza in una serie di pezzi spesso cortissimi e in contrasto l’uno con l’altro per carattere, organico e funzione drammaturgica. Così, a quella prima traccia, di schizofrenia insieme divertente e allarmante – i fraseggi e i virtuosismi dei fiati sul ritmo convulso della percussione –, segue l’incedere prostrato ma lieve di “1st Drink”, per archi e piano con disturbanti interventi elettronici, mentre “Phone Call” è la prima concessione a un minimalismo più risaputo (che si ripete in “12 Steps”, “Good News” e “12th Step”), con ancora archi e piano accompagnati stavolta dal riempitivo armonico della chitarra acustica per una progressione mesta e lineare, appena turbata da glissandi degli archi e scampanii carillonanti nella seconda parte. Dove Elfman dà il meglio è nella sottolineatura dei momenti più neri (particolarmente tetro il tema che esordisce in “Car Crash” al vibrafono), come in “Stuck in The Tracks”, in cui l’attrazione per la morte viene tradotta – come da lezione burtoniana – in una nenia tra il funebre e il sognante, ma anche nel brano di disarmante abbandono emozionale “Mother’s Name”, per piano solo, o ancora nella rarefatta “Donnie is Sick”, dove si riscontra un gravitare sulla dominante (Si minore-Fa diesis maggiore) tipicamente elfmaniano e un decorso melodico che ricorda quello dello stesso musicista per un’altra scena “di malattia”: “Sick” da Black Beauty.
Un’impressione di sentita e contemporaneamente irrisolta partecipazione emerge dalle frasi del piano di “Drawing Montage” (traccia originale nella scrittura per arpa) e “The Kids, Pt. 2”, e con più ostacoli – elucubrazioni di voce femminile ed effetti penetranti come di gocce d’acqua – da “Out of Reach”, dove a vincere è infine l’intrico livido degli archi. Molte tracce – da “The Kids, Pt. 1”, specie di parodia (con tanto di scansioni vocali e organo) di certi stilemi dell’action-music, a “Showing Off”, ridicola marcetta guidata ancora dal pianoforte, passando per “The Liquor Store”, con acuti flautandi dei violini a contrappuntare le figurazioni nervose della tromba – annullano programmaticamente ogni spunto di climax risolutivo precedentemente accennato e corroborano la sensazione di un progetto sempre indeciso, esattamente come il film, tra la ricerca meticolosa del dettaglio psicologico e un senso di rinuncia tra il beffardo, il malinconico e il rabbioso che altro non è se non un sostanziale cedimento di fronte all’irrazionale (Van Sant ha anche rifatto Psycho).
Ne esce fuori un vero e proprio “anti-Will Hunting”, in cui la catarsi è continuamente rimandata e anzi soffocata da trame di talora quasi respingente ripetitività (“Weepy Donuts”, con piano ed elettronica protagonisti) e da quella sospensione solo apparente (“Annu”, “The Hospital Bed”, “Gymnasts”) che i detrattori dell’Elfman più recente vedono come un passo indietro rispetto alle impalcature sonore indefinitamente frastagliate (Good Will Hunting compresa) per il cinema degli anni ’90, e che invece è l’humus da cui il compositore sa far affiorare increspature ugualmente inaspettate e capaci allo stesso tempo di sintonizzarsi con l’immagine meno materica e più distante dell’era digitale. La partitura ideale su cui leggere questa musica è dunque un’altra volta il testo filmico; ancor prima di essere un grande musicista, Elfman è un grande cineasta e proprio grazie a questo – per tornare al nostro caso particolare – anche un infallibile cantore del caos, dell’anticonvenzionale e del disagio che ne consegue.
Concludono l’album le canzoni “Texas When You Go”, nostalgica ballad scritta e interpretata da Callahan, e “Auntie Tia”, brano rockabilly cantato da Elfman e da lui composto originariamente, così come “Showing Off”, per divertire suo figlio di tre anni: nel film accompagna invece una scena di sesso.