Sensoria

cover sensoria newFrank Ilfman
Sensoria (Id., 2015)
Screamworks Records SWR 16004
15 brani – Durata: 36'55”

Se c'è una cosa di cui dobbiamo essere grati a quel megacontenitore dell'immaginario che è ormai diventato – spesso con esiti mediocri – il genere fanta/horror/thriller, è l'aver contribuito a farci conoscere uno stuolo di compositori altrimenti destinati a rimanere nell'ombra o confinati ad una produzione marginale e raramente esportata.
 Prendiamo Haim Frank Ilfman, quarantottenne musicista di nascita israeliana e adozione tedesca (riuscite a immaginare un connubio di più alta valenza simbolica?); dopo studi di conservatorio in pianoforte e trombone (!), Ilfman ha incontrato in Germania Klaus Doldinger, l'autore delle suggestive score per U-Boot 96 e La storia infinita, rimanendo soggiogato dal mestiere di cinemusicista e iniziando poco più che ventenne una carriera che annovera ad oggi più di ottanta titoli tra film, documentari e televisione in oltre un quarto di secolo, i più noti dei quali sono forse Legami di sangue, del 2009, e Ghost Stories, del 2017.

Film di genere, come si vede, appunto di quell'area horror-thriller dove le generazioni più recenti di compositori hanno trovato terreno fertile di innovazione e sperimentazione, raccogliendo però anche i frutti di una tradizione mai dimenticata.
 Sensoria, dello svedese Christian Hallman, appartiene al consolidato filone delle haunted house o case maledette (così come il recente Our House, musiche di Mark Korven, su cui torneremo), dove ogni incubo può materializzarsi e spiriti invendicati chiedono giustizia: un filone dalla filmografia chilometrica, prima e dopo la serie di Amityville, anche in termini musicali. Ilfman non teme di confrontarsi con gli inevitabili stereotipi esistenti in materia, ma lo fa in un quadro di estrema eleganza formale, si direbbe quasi di levigata e composta gentilezza, dunque lontanissimo dalle terroristiche brutalità ad effetto e dalla violenza neoespressionista generalmente mobilitate in questi frangenti: in questo senso egli sembra guardare più alla scuola spagnola dei Baños o dei Velázquez, che non a personalità come Bishara o McCreary. Ma forse le suggestioni ricevute dal compositore risalgono anche più indietro, come si può arguire dalla traccia d'apertura, omonima del film, che con i suoi vocalizzi femminili, l'arpeggio carillonistico di vibrafono e arpa e gli accordi delicati degli archi, rimanda ad un suono che fu tipico dei Goblin di Phenomena, tanto per fare un esempio. Ed è un'impronta che sembra estendersi a tutta la non lunga ma penetrante partitura, a cominciare da un sinuoso, malato tema conduttore per archi e/o voce (“Mr. Steiner”) introdotto da frasi strascicate dei violini e a seguire da acuti flautandi: il tutto ha qualcosa a che fare anche con il “Prélude à l'après-midi d'un faune” debussyano già evocato nella Passion secondo De Palma/Donaggio, ma anche con certi soundtrack horror italiani degli anni '60 (da Morricone a Cipriani), e si sviluppa lungo un decorso trasognato ma inquietante nella sua placida scorrevolezza; d'altronde, che Ilfman sia notevolmente dotato in materia di inventiva melodica lo attesta anche il “Caroline's theme”, di una disarmante semplicità pianistica ma altrettanto suggestivo nell'enunciazione. Di questa medesima materia sonora, in cui gli archi si cullano e oscillano lungo elementari idee melodiche sottolineate dalla voce sopranile e da un pianoforte che si aggira sperduto in funzione ora di accompagnamento ora solistica, è fatto anche “The child”, sapiente mix di tristezza e angoscia ottenuto in un'economia stilistica esemplare. Anche nelle pagine più dichiaratamente oscure e minacciose, come “Watching you” o “Calling the ghost”, Ilfman mantiene ferme le coordinate di base della score (voce, piano, archi) modificandone però gli assetti interni, come nel secondo brano citato, dove i violini si urtano con ricercata sgradevolezza in dissonanze da brividi. Lo stesso, immancabile in questi casi, ricorso alle risorse elettroniche è piegato ad un'espressività compressa, asciutta eppure gravida di malessere, come in “The house” o “Flashback”; il ricorrere del leit-motif (“The trail of blood”, “Image in the mirror”) è inserito in un contrappuntismo elaborato, ed è circondato da un incessante susseguirsi di “presenze” sonore (davvero ossessiva, pur nella sua misura molto sorvegliata, quella della voce) la cui glaciale tranquillità si rivela direttamente proporzionale all'ansia che suscitano. Quando parlavamo di eleganza, termine che può apparire fuori luogo in partiture e film simili, intendevamo appunto questa capacità di mantenere la musica entro rigorose coordinate formali e di stile, rimanendo fedeli ad un linguaggio di immediata comprensibilità e persino con un organico strumentale molto tradizionale (esemplare l'utilizzo degli archi), ciononostante ottenendo ed anzi enfatizzando l'obiettivo di una tensione – molto più interiore e psicologica che superficialmente orrorifica – a tratti insostenibile.
 Tutto è ben riassunto nella lunga “Trapped and end credits”: quasi una sorta di forma-sonata costruita su vari movimenti (nessuno dei quali veloce: questa è una delle score più lente degli ultimi tempi...), affidati ora al piano, ora all'arpa, ora al pulsare regolare delle percussioni, ora al cantabile degli archi; sempre seguendo il filo rosso di una iterazione ipnotizzante di piccole cellule melodiche (ma Ilfman è tutto tranne che un minimalista). E approdando ai pochi secondi finali di “Remember”, in cui il piano ripropone lo struggente “Caroline's theme” chiudendo dunque in una visione lirica e vibratile una partitura che tiene insieme con rara efficacia senso di solitudine, smarrimento dinanzi all'ignoto e intermittenze del cuore. Sentimenti, non a caso se pensate al paese d'origine del film, molto europei e molto “nordici”...

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