En mai, fais ce qu’il te plaît

cover_en_mai_fais_ce_quil_te_plait.jpgEnnio Morricone
En mai, fais ce qu’il te plaît (2015)
Quartet Records QR207
10 brani – Durata: 44’15”



È in pieno corso la terza giovinezza creativa di Ennio Morricone: un sito web rinnovato, un videomessaggio ai fan per rassicurarli sul proprio ristabilimento fisico dopo alcuni problemi di salute e annunciare contestualmente il nuovo tour di concerti a partire da febbraio, ma soprattutto ben due nuove partiture. Ora, se l’attesa è soprattutto per il rendez-vous con il suo fan n.1 Quentin Tarantino nell’imminente The Hateful Eight (cd in uscita il 18, insieme a The Force Awakens...), essa rischia di oscurare questa splendida, commovente, quasi disarmante partitura per il nuovo film di Christian Carion, 52enne talentuoso cineasta francese che – dopo Joyeux Noël – Una verità dimenticata dalla storia -  torna a raccontare un “tempo di guerra”, questa volta la Seconda, attraverso  le vicissitudini del gruppo di abitanti di un villaggio nella Francia del ‘40 occupata dai nazisti: il titolo è la chiusa di un proverbio popolare d’Oltralpe, “en avril ne te découvre pas d’un fil, en mai fais ce qu’il te plaît”, che suona come filosofico invito alla prudenza e ad assegnare a ogni stagione (anche della vita) il proprio ruolo.
Né regista né compositore, come emerge dalla bella e lunga intervista a due voci rilasciata nel booklet a Stéphane Lerouge, hanno voluto percorrere una strada banalmente descrittiva o esteriormente drammatica (non a caso le scene di battaglia sono state lasciate senza musica): e questa impostazione totalmente interiorizzata, psicologica e  intimista sembra corrispondere a pennello a questa fase della poetica morriconiana; che, dall’alto di una carriera di oltre mezzo secolo si può ormai volgere indietro con somma sapienza e superiore distacco, e guardare avanti con la serenità di chi non ha più segreti da disvelare né promesse da mantenere, ma è in grado di concedersi una saggezza, una capacità di riflessione e rielaborazione condivisa – sotto questo aspetto – solo con gli altri due grandi vecchi della musica per film in attività: Michel Legrand e John Williams.
La parola “stile” è un concetto che per Morricone è ormai divenuto categoria dello spirito: non è una mera questione di riconoscibilità del suo tocco, ma profondità di un linguaggio inconfondibile eppure sempre nuovo e sorprendente. Prendiamo l’incipit della partitura, “En mai”, capolavoro dello score: è una lunghissima, lenta, dolorosa marcia che si sviluppa sulla base di una serie di quartine a salire, in uno sviluppo progressivo di rigore bachiano ma di struggente intensità, nel quale emerge immediatamente il ruolo centrale degli archi della Roma Sinfonietta (diretta ovviamente dall’autore), gravidi di quella cantabilità melodica che fa toccare all’ispirazione di Morricone vette tuttora insuperate. Se “L’étau se resserre” è una pagina di vibrante, tesa suspense, a partire dal tremolo iniziale dei violini, ecco infatti che “Ils resteront trois” srotola un gomitolo di contrappunti e intersezioni melodiche apparentemente intricato in realtà lineare e fluente, dove si fa largo anche un toccante assolo di viola.
Carattere più meditativo e inquieto hanno “Traverser la guerre”, che oltre agli archi chiama in causa il lamento lontano di un clarinetto, conferendo ai primi quasi un sapore religioso. Ecco però che “Tout laisser” introduce in forma di canzone un’armonica, per riprendere poi negli archi lo scorrere di un fiume tranquillo, con un fraseggio di rara pensosità. I primi violini sugli armonici e note secche dei secondi e viole, in un reticolo dissonante e spettrale cui si aggiunge poco dopo il brontolìo dei bassi in un impasto sinistro, caratterizzano “Ils arrivent”, dove la scrittura si accende di fremiti stravinskyani nel gioco degli staccati e in agitati disegni dei violini, lasciando intravvedere come per Morricone ormai anche le pagine di pura tensione si risolvano in superiori esercizi di architettura musicale.
Ma nuovamente “Respirations”, letteralmente fedele al proprio titolo, ci rimette davanti ad una meditazione solenne e cadenzata dalle lunghissime, sospese pause, quasi un soliloquio interiore, un fremito della memoria, un sogno che sogna se stesso. E trasognato, lirico e quasi incantatorio è anche “Tous ensemble”, dove un flauto vaga spensierato e innocente sul sostegno degli archi, ancora una volta obbedendo a rigorose leggi del contrappunto ma sviluppate con altissima capacità poetica; così come “Et même les animaux sont avec eux” vede ancora una volta gli adorati archi in prima linea in un mosaico melodico raffinatissimo e rasserenante nel quale s’inseriscono alla fine flauto e celesta.
La malinconica tromba in lontananza che apre il conclusivo “A’ la recherche de la paix” ricorderà a più di qualcuno certi passaggi di Il buono, il brutto, il cattivo e forse non a caso proprio quelli dove la guerra assume contorni fantasmatici, evocativi; l’intervento di un vocalizzo femminile, sul tessuto degli archi, aggiunge però un tocco, una presenza “umana”, diremmo quasi un elemento di vulnerabilità che nel suo decorso melodico sta a connotare, quasi sigillandola a futura memoria, la sostanza profonda del film e di questa sublime partitura: un accorato quanto pudico e dignitoso atto d’amore e d’omaggio per ogni vittima di ogni guerra, in ogni tempo.

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