Ex-Machina

cover_ex_machina.jpgGeoff Barrow, Ben Salisbury
Ex-Machina (Id., 2015)
Back Lot Music
9 brani + 1 canzone – Durata: 48’24”

Arduo, per una volta, separare i suoni dalle immagini, in questo esordio da regista per l’inglese Alex Garland, già sceneggiatore prediletto di Danny Boyle (Sunshine, 28 giorni dopo), visto che nel caso in esame siamo in presenza di un autentico software musicale, i cui echi innervano in profondità questa poetica, algida e malinconica storia di intelligenze artificiali.  Parliamo non a caso di “echi”, più che di autentica e percepibile presenza, perché il livello di rarefazione e astrazione di questo soundtrack tocca apici sconosciuti persino all’interno del genere (per capirci, i lavori del duo Reznor-Ross in confronto diventano aggressivamente sinfonici!).
Anche qui comunque siamo in presenza di un tandem, quello costituito da Geoff Barrow, frontman della band britannica Portishead e pioniere del rock elettronico, e dal compositore Ben Salisbury, noto per gli score di molti documentari e per quello di Life But a Dream, il biopic autobiografico di Beyoncè: il lavoro fianco a fianco dei due (già autori della partitura, poi inutilizzata, per il recente remake di Dredd) ha portato ad una prima scelta precisa, ossia quella di affiancare elementi acustici alla preponderanza di componenti elettronici, rovesciandone idealmente la destinazione sullo schermo. Ossia il sound acustico, “umano”, è abbinato all’androide intelligente Ava, mentre ai personaggi umani sono riservati i suoni computerizzati. Scelta acuta, di ovvia tendenziosità, molto efficace sul piano drammaturgico. Su quello dell’ascolto puro, altrettanto ovviamente, non siamo di fronte ad un lavoro particolarmente gratificante, tutt’altro, anche se la Invada Records, etichetta co-fondata da Barrow, ne ha licenziato addirittura una extended version in due cd e altrettanti vinili.
I suoni sembrano sgorgare faticosamente da distanze incommensurabili, originati da un magma indistinguibile la cui fonte primigenia è il silenzio (“The Turing Test”), sul quale si accende fiocamente la luce delle percussioni, sottoposta però all’”effetto flanger” (realizzato con l’impiego di una linea di ritardo sul segnale): ne sortisce un suono calmo e freddo, claustrofobico, le cui sensazioni si acuiscono nel lugubre “Watching”, dalle pulsazioni subliminali interrotte solo da poche, sperdute note di chitarra.
Ma ecco che questa apparente assenza di emozioni, questi suoni che potremmo definire anaffettivi, prendono una forma più familiare e gratificante in “Ava”, con l’intervento del vibrafono in evanescenti, liquidi rintocchi che alludono ad una delicata ninna-nanna; ancora più movimentato, nuovamente grazie alle chitarre, è “Falling” che però viene ben presto inghiottito dalle scure sonorità synth, le stesse che pervadono orizzontalmente, senza spigoli e in una sorta di atarassia espressiva, anche “I am become death”. “Hacking/Cutting” si spinge quasi verso una deriva di puri effetti sonori, intersecati da sinistri, zigzaganti bagliori tra i quali si fanno a malapena strada pallidi fantasmi melodici. L’imponente “The test worked” (oltre nove minuti) si snoda per la prima metà sotto forma di un sussurro sotterraneo continuo, quasi un “naturlaut”, un suono di natura: ma nella seconda parte interviene il contributo chitarristico di Chris Tombling ad animare il panorama sonoro con un improvviso accaloramento melodico, prima che il brano si spenga così com’è iniziato. “Skin” svela strette parentele con “Ava” nel richiamare in campo il vibrafono e in generale sonorità teneramente metalliche che volteggiano lungamente su un avvolgente accordo di do diesis maggiore.
Il lavoro di Barrow e Salisbury si chiude con “Out”, che oltre ad essere il brano più breve dello score è anche il più tradizionale, fondato su un semplice ostinato chitarristico e sigillato da una brevissima coda synth. Il sipario cala su “Bunser Burner” della rock band californiana The Cuts, pezzo esclusivamente strumentale e suggestivo, dall’impronta volutamente ricalcata sullo stile della partitura originale del duo british. Per il cui ascolto corretto varrà forse la pena di riportare qui una metafora illuminante dello stesso Barrow: «La gente potrebbe ascoltare Ex_machina e osservare: oh beh, è una normale partitura elettronica. Ma per noi non è così. Quando si beve una tazza di tè si può dire: oh beh, ha il sapore del tè. Ma io so che noi abbiamo confezionato singolarmente ogni piccola foglia di quel tè».
Per approfondire l'aspetto filmico di Ex_Machina leggete la recensione della pellicola al seguente link:
http://www.cineavatar.it/recensioni/ex-machina-la-recensione/

 

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