The Butler

cover_the_butler_new.jpgRodrigo Leão/AA.VV.
The Butler – Un maggiordomo alla Casa Bianca (The Butler, 2013)
Verve Records B0019255-02  
14 brani – durata: 42’00”



Per il film The Butler il regista vincitore dell’Hollywood Film Festival Award per miglior regista, Lee Daniels, fa una scelta tipica dei film di ambientazione storica nell’ultimo secolo: invece di utilizzare una OST composta per l’occasione propone soprattutto brani d’epoca che aiutano lo spettatore ad inserirsi nel contesto originario associando i ricordi dei decenni passati con le voci dei grandi artisti che ne hanno fatto la storia. La partitura originale viene invece affidata a Rodrigo Leão, cantante e musicista portoghese che ebbe un grande successo nel suo paese dalla fine degli anni ’80 con il suo gruppo Madredeus, il quale come esperienza nell’ambito delle colonne sonore vede unicamente il film Portugal: um retrato social (2009).
Il suo incarico in questo album consiste nel comporre un paio di brani che vanno ad aprire (traccia 1 “Louis Leaves”) e a chiudere (traccia 14 “The Buttler”) il film. In questi due pezzi sentiamo dei suoni tipici di un musicista e compositore la cui esperienza origina da un gruppo musicale: pochi strumenti, orchestrati molto bene e utilizzati in modo da trasformare ogni suono in un effetto ben preciso che colpisca lo spettatore: ad un pianoforte si accompagnano solamente una chitarra e una serie di percussioni per creare l’elemento di sottofondo su cui lo strumento principale (il pianoforte, appunto) sa creare delle melodie d’effetto con poche frasi. Gli altri brani sono invece canzoni degli anni passati, scelte dalla black music nei vari decenni rappresentati nel film, dagli anni ‘50 agli anni ‘90. L’utilizzo quasi esclusivo di musiche preesistenti è una tecnica utilizzata in molte altre pellicole ambientate soprattutto negli stessi anni in quanto la cultura americana di quei decenni è così caratteristica e inconfondibile che bastano davvero poche musiche scelte con attenzione, fra le molte, per trasportarci in un paese che abbiamo imparato a conoscere proprio tramite queste opere. Ricordiamo ad esempio le numerose canzoni che abbiamo sentito in Forrest Gump e che ci accompagnavano avanti negli anni man mano che il protagonista cresceva (non è un caso, infatti, che molti critici su testate autorevoli come il Washington Post e il Miami Herald hanno accostato questi due film anche per il sapore musicale). Il motivo per cui non è solita la soluzione di questo film, ovvero l’utilizzo quasi esclusivo di musiche non composte espressamente per l’occasione, è dovuta al fatto che molto spesso, specialmente per quanto riguarda le leggi sul diritto d’autore americane, il costo per l’utilizzo di numerose canzoni può superare di gran lunga quello della produzione ex-novo di una colonna sonora completa. Per questo film invece il regista decide di portarci indietro nel tempo con le voci di alcune cantanti black che hanno fatto la storia della musica: inizia subito con la splendida voce di Gladys Knight e con la sua canzone “You and I Ain’t Nothing No More” di cui troviamo due differenti versioni, una “ruvida”, con voce e pianoforte alla traccia 2, e una in studio con l’intera orchestra che accompagna il pianoforte alla traccia 12; abbiamo anche l’inconfondibile voce di James Brown direttamente dal 1964 (traccia 9 “Out of Sight”) con il suo funky nel quale le sezioni di fiati e la sua voce urlante si esibiscono nel suo solito splendido show. Il periodo degli anni ‘60 e ‘70 è ribadito anche da quelle canzoni di genere R’n’B e Funky dove si poteva ascoltare la voce di un solista alternata a quella di straordianri cori armonici che creavano un contrappunto ritmato tipico dell’epoca: per questo film se ne odono alcuni esempi alla traccia 3 (“I’m Determined To Run This Race”) in cui il gruppo dei Meditation Singers è il protagonista insieme ad un pianoforte ritmato e sottolineato da un charleston, alla traccia 10 (“In the Middle of the Night”) e alla traccia 11 (“Party Is a Groovy Thing”) dove in particolare il sapore funky si fa più presente e le chitarre ritmate in levare si fanno coraggiosamente sentire. Dominano anche qui, come nel passato, le graffianti voci femminili, nella traccia 7 (“Tell Him”) una voce sensuale come quella di Patti Drew si intreccia con la chitarra in modo armonioso e melodico parallelamente alla traccia 8 (“I’ll Close My Eyes”) dove però sentiamo una voce piu sporca e una chitarra più eterea e jazzata insieme alla sonorità di una sezione di ottoni. Anche i fiati sono sempre importanti in questi generi musicali, troviamo un riff blues e uno splendido solo di tromba nella traccia 4 (“Hurts Me to My Heart”) già degli anni ’50. Unica eccezione in questa raccolta a questa splendida collezione di brani black e a questa loro inconfondibile sonorità è il brano 5 ”Ain’t That Kick In the Head” cantato da Dean Martin e accompagnato in perfetto stile sinatriano da una orchestra americana, dove i fiati sono sì molto importanti, ma comunque mitigati dagli altri strumenti.

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