18 Mar2014
Stoker
Clint Mansell, Philip GlassStoker (Id., 2013)
Milan Records M2-36621
11 brani + 1 monologo + 1 aria d’opera + 3 canzoni + 1 bonus track - durata: 53'42"

La generosa aneddotica in prima persona che il regista Park chan-Wook mette a disposizione nelle note di copertina non soddisfa sino in fondo la curiosità di chi si chiede come mai, per questo dramma gotico a forti tinte con Nicole Kidman nel cast, il compositore Philip Glass, uno dei padri del minimalismo, inizialmente contattato, sia stato alla fine protestato dalla produzione e sostituito con colui che a tutti gli effetti può ritenersi uno dei suoi migliori discepoli, ossia Clint Mansell, il musicista di fiducia di Darren Aronofsky (π il teorema del delirio, Requiem for a Dream, The Fountain).
D’altronde il 77enne maestro di Baltimora non è nuovo a vicissitudini di “rejected scores”, da una parte e dall’altra della barricata: nel 2002 gli toccò di sostituire il collega e sodale Michael Nyman il quale aveva a sua volta rimpiazzato Stephen Warbeck, in The Hours di Stephen Daldry, mentre cinque anni dopo fu a sua volta estromesso dall’horror I segni del male di Stephen Hopkins, e sostituito da John Frizzell. Non resta dunque che prenderne atto, annotando che ci troviamo dinanzi ad un soundtrack polimorfo, dove entrano diversi brani di source music o “esterni”, ad arricchire una partitura raffinata, sottile e disturbante come nelle corde più tipiche del compositore britannico. Sono infatti qui le varie parti ad aggregarsi in un’atmosfera sonora particolarmente nebbiosa e ambigua, dove sensualità, sangue, follia e ricercatezza estetica si congiungono in un esito suadentemente sinistro.
L’identikit psicologico della protagonista, India Stoker (Mia Wasikowska, che udiamo nell’inquietante monologo d’apertura) con la sua propensione per la musica e la sua psiche disturbata, fa da traino alla ricorrente presenza nello score del pianoforte, nonché alla sequenza-clou, quel “Duet” che non a caso è l’unico brano rimasto in carico a Glass. Ma in realtà la partitura, orchestrata e diretta da Matt Dunkley, brilla di tintinnii, suoni acuti e brillanti, riverberi ed echi pervasi da fredda luce, ben ravvisabili negli arpeggi mobili di “Happy birthday (A Death in the family)”, a contrasto con il denso fraseggio e l’intarsio del pizzicato ostinato degli archi di “Uncle Charlie”. “The hunter and the game” esordisce invece come un assolo pacato e sottovoce del piano ma defluisce poi in una cantilena immutabile di clarinetto, chitarre e pizzicati, mentre “Blossoming…” delinea negli archi un semplice tema a scendere sopra un inquieto tambureggiare e risuonare della celesta; “A family affair” sovrappone lente perlustrazioni degli archi e bruschi, schioccanti effetti percussivi, sempre con il sostegno martellante dei bassi, precipitando in un caotico incandescente magma di sonorità cacofoniche, con uno schema non troppo dissimile da “Becoming…”, dove pianoforte, archi manipolati, percussione elettronica si sospingono vicendevolmente fino ad abbandonare al suo destino lo strumento a tastiera su un sotterraneo, impercettibile ostinato ritmico degli archi: qui come altrove la scrittura di Mansell non cerca e non trova facili gratificazioni armoniche né sembra volersi sciogliere in soluzioni di facile coinvolgimento. Tutto vi rimane sospeso, ambiguamente in bilico fra “suspense music” e una catafratta rarefazione timbrica; in “Crawford Institute (Family secrets)” spira un’atmosfera carillonistica, ripetitiva, in cui però gli archi, ancora loro, introducono un elemento ombroso, circolare, ipnotizzante, costruito per strati, delicatamente terrificante. Di nuovo quel mesto ed esile tema discendente appare in “The hunter plays the game”, contraddetto e disturbato da un ribattere in controluce del pianoforte e da effetti artificiali di ricercata molestia sonora; più composto, scandito in un ritmo regolare è “In full bloom”, costruito su terzine degli archi e un girovagare continuo, quasi meccanico del pianoforte intorno alla nota “la”, mentre “The hunter becomes the game” ha una fisionomia più lirica e celestiale, anche se Mansell continua a raddoppiare, a infastidire gli archi con effetti percussivi minacciosi e dissonanze morbose, in un crescendo che si arroventa sino a proporzioni incombenti. Ed è ancora la forma di un adagio a racchiudere l’acuta voce femminile di “We are not responsible for who we come to be (free)”, una voce che nel legato degli archi e nei tocchi del piano si ritrasforma in quella di Mia Wasikowska e nel suo monologo sottovoce, misterioso e allusivo.
Si diceva del brano pianistico a quattro mani di Glass “Duet”, di fatto source music che sostiene la scena cruciale del duetto pianistico fra India e Charles (Mia Wasikowska e Matthew Goode), un duetto-duello su più piani: non è l’aspetto virtuosistico a prevalere, ma piuttosto una cocciuta iterazione (molto “glassiana”) di arpeggi e accordi che si rincorrono da un esecutore all’altro – al piano ci sono Sugar Vendil e Trevor Gureckis – costruendo una ragnatela armonica intricata e incalzante. Altri contributi esterni si allineano: la violinista e performer texana Emily Wells offre “Becomes in the color” e insieme a Mansell “If I ever had a heart”, variante elaboratissima ai synt del tema principale; come contributo vintage Nancy Sinatra e Lee Hazlewood duettano in “Summer wine”, celebre hit di Hazlewood stesso risalente alla metà degli anni ’60, mentre – preceduto da un fischiettio – c’è posto anche per Giuseppe Verdi e “Il Trovatore”, segnatamente per l’aria di Azucena “Stride la vampa” nell’interpretazione di Viorica Cortez. Dunque, come accennavamo, un lavoro a più voci e a più mani, un intarsio a tratti labirintico per corredare una storia di lussuria e di morte, ma anche di musica, in una dimensione dove rapporti familiari, seduzione e follia sono parti di un medesimo universo malato.