05 Mar2014
Dans la maison
Philippe RombiNella casa (Dans la maison, 2012)
Sony Music BO-004
19 brani – Durata: 46’47”

Da ormai un quindicennio, esattamente da Amanti criminali (1999) sino a Giovane e bella (2013), Philippe Rombi è l’alter ego musicale di François Ozon e del suo cinema brillantemente “noir”, sarcastico e agrodolce. Il successo di Giù al Nord per la regia di Danny Boon ha poi sancito definitivamente la vocazione del 45enne compositore francese sul versante della commedia amara, con retrogusto beffardamente acido, esplorata attraverso un polistilismo frizzante e l’abilità nell’individuazione di temi conduttori brevi e ficcanti, discretamente ossessivi, con un metodo compositivo che sotto alcuni aspetti ricorda quello del suo assai più prolifico collega Alexandre Desplat (per inciso: quest’ultimo lo si può vedere anche come attore nel ruolo di Emile, il contadino che ospita James/Matt Damon in Monuments men, da lui musicato).
Rombi è però un compositore più asciutto e più ironico, meno incline alla ridondanza e maggiormente interessato ad atmosfere sottili, insinuanti e inquietanti. Ciò lo pone in perfetta sintonia con i thriller psicologici di Ozon, dalle ambientazioni borghesi e popolati da personaggi ambigui e sfuggenti. L’ostinato mosso con variazioni degli archi che accoglie il semplice tema conduttore in la minore del piano, poi ripreso da violini e celli, infine dal cello solista, in “Dans la maison (Thème)” è in questo senso abbastanza esemplare: un’idea centrale intorno a cui gravita e verso cui tende tutto il resto, in un perimetro ristretto e assillante che fa di quel tema e di quella tonalità un tratto inconfondibile e aggregante: sia in una versione timbricamente più spregiudicata e artefatta (“Générique début”), sia limitandosi ad un tremolio elettronico nebbioso e alienante (“Première lecture”). Si affacciano senza dubbio suggestioni minimaliste in “Variation perpétuelle”, dove la circolarità perfetta dell’ostinato tocca punte ipnotizzanti, o in “La rédaction”, che trasforma il tema principale in una sorta di valzer svelto e stordente, dalla fissità armonica incalzante. L’incedere ritmico rimane pressoché invariato per tutto lo score, garantito dall’ostinato secco e ripetuto degli archi (“L’épreuve de maths”), interrotto da un flash orientaleggiante (“Les jumelles”) e da sospensioni, pause degli archi rivolte ad un evidente effetto di suspense. Aspetto, quest’ultimo, particolarmente sottolineato in “Seul dans la maison”, dove il pianoforte tesse ricami aerei sul tremolo degli archi, e ancor più in “Nuit chez les Rapha”, che abbandona la ritmica agitata in favore di un decorso teso orizzontale degli archi, vitreo e ansiogeno. Quasi source music appare il ballabile “lounge” per sax e archi di “Claude et Esther”, che però cede subito il posto ad una nuova variazione su tema in “Le flambeau” e ad una rara parentesi lirico-romantica in “Le baiser”, che tuttavia – e non a caso – è anch’essa sviluppata secondo una traiettoria circolare negli archi, i quali s’incaricano poi di un percorso trasognato e divagante, che ritorna all’esposizione del tema principale nel piano in una modalità inusitatamente drammatica. Modalità accentuata nel minaccioso “Suicide et chantage”, in cui il magnetismo del moto perpetuo degli archi finisce per attrarre e fagocitare qualunque altra componente in un climax reso torbido e malevolo da dissonanze e conflitti armonici. Di una mestizia e una “sensiblerie” tutte francesi è invece “A’ la recherche d’une fin”, dalla scrittura pianistica pacata e trasparente ma basato ancora e sempre su disegni regolari, iterati, quasi meccanici; “Intrusion” declina più scopertamente le generalità da thriller music della partitura (o almeno di una sua cospicua porzione), radicate dinamicamente nel movimento incessante, sfibrante degli archi, mentre con “Claude et Jeanne” si torna ad atmosfere da ballabile notturno per chitarra e archi, rimandando a certi impasti strumentali alla Henry Mancini, al netto però della brusca conclusione. Ben diverso il colore e il tono di “Rupture”, che dilata e allarga il tema principale per pianoforte innestandovi una vena crepuscolare e misteriosa; il “Finale et générique de fin” ripercorre le orme del tema conduttore nell’arabesco di archi e pianoforte ma in una versione più rarefatta e carezzevole, e la “cd version” del medesimo brano sembra volerglisi sovrapporre dando maggior risalto ai singoli strumenti, in particolar modo al canto sconsolato del violoncello che, nel congedo, riprende il mèlos del tema conduttore.
Dunque una partitura insinuante e lievemente morbosa, accentrata su un’unica idea tematica e interamente giocata sul potere di attrazione, quasi di incanto di questa, a discapito forse di possibilità di più approfonditi sviluppi contrappuntistici o comunque strutturali; Rombi vi si conferma compositore di classe e di nervosa ricettività, capace di emozionare con pochi mezzi diretti in pari misura a ragione e sentimenti.