The Counselor & Blood & The Awakening

Daniel Pemberton
The Counselor – Il procuratore (The Counselor, 2013)
Milan Music M2-36665
20 brani + 3 bonus track – Durata: 64’04”

Daniel Pemberton
Blood (Id., 2012)
MovieScore Media MMS-13006
18 brani – Durata: 44’35”

Daniel Pemberton
1921 – Il mistero di Rookford (The Awakening, 2011)
Screamworks Records SWR11008 - Edizione limitata 1000 copie
28 brani – Durata: 57’27”
Daniel Pemberton è ormai assai più di una semplice promessa della musica per film contemporanea. Il 36enne, quotatissimo musicista inglese di numerose serie televisive (Dirk Gently, Peep Show, ecc.), premiato con l’Ivor Novello Awards e più volte nominato ai BAFTA, può infatti vantare una filmografia di ampio respiro e assai ambiziosa anche sul piano dei generi affrontati, che testimonia – insieme a nomi come Benjamin Wallfisch ed altri - un’autentica “renaissance” della musica cinematografica britannica. Ora spetta a Pemberton il nuovo cambio della guardia nella filmografia di Ridley Scott, dopo cinque partiture firmate dallo zimmeriano Marc Streitenfeld, con un lavoro che definiremo “a tecnica mista” e che, insieme ai suoi due più importanti soundtracks immediatamente precedenti, compone i tre lati di un triangolo creativo dai contorni molto ben definiti. Sintetizzando, potremmo dire che The Counselor e Blood sono decisamente due partiture d’atmosfera, di suggestioni evocate attraverso stilemi presi a prestito anche da altre fonti (la musica latina, il western, il rock elettronico…) mentre The Awakening si posiziona piuttosto come uno score psicologico e minaccioso, entrando nei labirinti espressivi e inquietanti di un horror-thriller doloroso e cupo.
In apparenza il tessuto sonoro di Blood non pare differire molto da quello di The Counselor, salvo per una maggior energia ritmica, un ricorso più sistematico ad effetti elettronici quasi rumoristici (valga per tutti “Buleigh’s escape”) e per un colore complessivo più “dark”, in linea con lo sviluppo amaro e colpevolizzante di questo poliziesco sui generis. Ancora una volta l’orchestra svolge un ruolo secondario rispetto ai synt, delegato prevalentemente agli archi e alle percussioni: “The Body” svela un mood intriso di morbosa incertezza, con i violini in sovracuto, i celli in sottofondo e riverberi lontani, “Blood (To the islands)” è un segmento di imponente sinfonismo con i violini impegnati a far emergere un tema sopra la violenta scansione ritmica, “Searching the cinema” è di nuovo musica quasi aliena, “concreta” anche se il ruolo onnipresente dei bassi crea una continua, stringente sensazione di appostamento. “Division sands” dilata il tema principale fra archi e piano su un pedale di bassi e con l’eco, distante ma acuta, dei synt. “Exhumation”, sinistramente scandito dalla percussione, srotola una fascia di suono pesante e indefinita in cui gli archi cercano faticosamente uno spiraglio di luce. È una partitura di tenebroso, nevrotico dinamismo questa di Pemberton, che non rinuncia ad adagiarsi in stereotipi “ambient” forse troppo usurati (soprattutto sul fronte dell’utilizzo ritmico dell’elettronica) ma che cerca, attraverso la strada di una semplificazione armonica condotta all’estremo, una propria suggestione maligna: “Storm coming part I e II” insistono su questo aspetto, ticchettando e ribattendo su ostinati percussivi in contrasto con i disegni melodici accorati degli archi, “The burning” si fa strada dal silenzio di nuovo col pianoforte a esporre timido il leit-motif circondato, assediato da gemiti e lamenti e sostenuto dal raddoppio degli archi che conducono ad una progressione romantica inconsueta in questo contesto, allargandosi ad una perorazione generale di drammatica intensità espressiva; e “The wind out there” riassapora la mestizia ripetitiva e luttuosa del tema principale nei violini sino a trasformarlo in una sorta di inno nel quale l’ansia di un luminoso riscatto prevale su forze oscure che premono insistentemente sullo sfondo.
Lo score per l’horror firmato – come Blood – dal regista irlandese Nick Murphy ha dimensioni e ambizioni (oltre che esiti qualitativi) decisamente superiori: la struttura è quella di un lavoro sinfonico-corale dalle vaste proporzioni e nel quale, a differenza dei due precedenti, orchestra e voci sono protagoniste incontrastate. Non è un caso che il tema principale, un’idea quasi piangente nell’esposizione, appaia già da “Seeing through ghosts (Theme from Awakening)” nella forma di un desolato arpeggio del violoncello solo, che s’intuisce immediatamente foriero di ulteriori sviluppi. Il doppio ruolo del coro (cacofonicamente “strumentale” da un lato e verbalizzante dall’altro) appare sin dal sontuoso, epico “High over Cumbria”, laddove s’intuisce anche come il lugubre fascino del paesaggio sia una delle componenti dominanti della partitura, oltre che del film. “Florence cathcart” ci riavvicina al tema principale in una chiave ancora più sconsolata e accasciata, ma anche meditativa, così come “Damaged people”, che ha molto della nenia funebre. L’aspetto di cantata della partitura emerge ancor più nettamente nell’ossessivo “Arrival at Rookford” o in “Sempre veritas”, evocando una sorta di personaggio in più, invisibile e onnipresente, e dall’indefinibile fisionomia chiesastica, liturgica.
Pemberton non indietreggia, tutt’altro, dinanzi al bagaglio di espedienti dell’horror music: basti ascoltare le dissonanze stridenti di “Preparations”, o le deflagrazioni, i glissandi in crescendo e i pedali sovracuti dei violini di “Chasing footprints”. Purtuttavia si stenterebbe a definire questa una partitura “di genere” sul modello di altre contigue, soprattutto – in tempi recenti – di area spagnola. Accanto ai doverosi stereotipi infatti il compositore inglese pone elementi di più personale, spiccato lirismo e un’attenzione formale che respinge un caos superficiale o un abuso di luoghi comuni terroristici. Pagine come “Look the house”, col disegno mosso e informe degli archi, “The Hallway”, giocato su coro, pizzicati e voce sola, o lo strisciante “Scars” per archi gravi lo dimostrano. Intendiamoci: se c’è da scatenare ed arroventare il magma orchestrale (“There’s nothing”), o al contrario da lavorare sulla rarefazione sonora più angosciante (“The dollshouse” o il sussurrante, vitreo “Patience”) Pemberton non si tira affatto indietro; però è nella combinazione dei diversi elementi la chiave di lettura più convincente dello score, laddove il compositore si dimostra perfettamente in grado di tenere accesi contemporaneamente più registri espressivi. Così ad esempio, un sottile gioco di conflitti dinamici anima “The east bedroom”, che pure attinge a piene mani alla cassetta degli attrezzi dell’horror music; e quanto al coro, se “Don’t tell Tom” ne enuclea tutto il potenziale evocativo in direzione terrificante, il sublime “Chorus de Susticatio (Chorus from The Awakening)” ne illumina l’altro lato, funereamente mistico e strutturalmente, intimamente operistico. Il canto, sperduto e insieme lucente, della voce solista in “A death remembered” prelude alla ballad “Be still my soul” e all’etereo, riconciliatorio “Florence is free”, sino a “The Awakening (Credits)”, declamatorio nella prima parte e ai confini dell’udibile nella seconda. L’ultima enunciazione del tema principale è affidata alla “Reprise” in una lettura più movimentata e inquieta, tormentata da rimbombi percussivi e un arco dinamico cangiante e spasimante, lasciando il congedo all’arpeggio ipnotizzante degli archi.
Sono dunque tre partiture che palesano efficacemente i contorni della poetica di questo compositore, padrone sicuro di molte risorse tecniche, e sicuramente almeno in un caso – 1921 - Il mistero di Rookford – in grado di sfruttarle al meglio secondo una linea d’ispirazione forte e personale; occasioni future ci diranno se, liberandosi da alcuni vincoli di ripetitività e scavando più a fondo nelle sue doti di strumentatore, il suo talento potrà ulteriormente emergere nel già affollato e spesso entusiasmante panorama europeo.