Educazione Siberiana

cover_educazione_siberiana.jpgMauro Pagani
Educazione Siberiana (2013)
GDM 4028
23 brani + 4 canzoni – Durata: 36’02”



Prosegue, ad un trentennio da Sogno di una notte d’estate, la particolare collaborazione tra l’ex-PFM Mauro Pagani, nonché strumentista, compositore e produttore discografico e il regista Salvatores, collaborazione cui dobbiamo anche i soundtrack suggestivamente anticonvenzionali di Puerto Escondido e Nirvana. La particolarità nasce dal profilo stesso del musicista lombardo, nel quale la formazione pop-rock (facilmente rinvenibile nella sua vocazione di chitarrista) è un tutt’uno con l’amore per il blues da un lato e quello per la musica etnica dall’altro, entrambi rinsaldati da precise e puntuali reminiscenze classico-sinfoniche e da una competenza non idolatrica ma ben distribuita sulle risorse dell’elettronica.
Il che rende quasi pleonastico precisare che, vista l’ambientazione e il soggetto del film, in questo caso Pagani si confronti direttamente con i materiali musicali dell’Est, e in particolare con la musica popolare russa. Si tratta però di un incontro molto particolare, fatto di illuminazioni rapide e sfuggenti, quasi di reliquie sonore rapidamente accarezzate e subito abbandonate o metamorfizzate, circondate da un’atmosfera sonora inquieta e inquietante, della quale entrano a far parte anche fonti elettroniche, apparizioni solistiche e robusti inserti heavy-rock, in un caleidoscopio variegato e a tratti inafferrabile.
Le prime note di archi e coro in “The sleeping nun”, ad esempio, fanno letteralmente sobbalzare giacché costituicono una citazione pressoché letterale dell’incipit di “Katjuša”, la celeberrima canzone dell’era sovietica di Matvei Blanter, nota anche per le sue infinite storpiature più o meno goliardiche; il suo sviluppo però, specie nella extended version, rivela una straordinaria immedesimazione di Pagani nell’”anima russa”, acquisita soprattutto nella strumentazione e nel disegno melodico. Al capo opposto si situa “The stolen money”, brano ritmicamente corrucciato e insistente, in puro stile techno-rock e la cui andatura ricorda un po’ l’abbrivio del tema di Donaggio da Palermo Milano solo andata; ancor più dichiaratamente popolaresca la danza per violino e fisarmonica di “The dancing boots”, ma ecco che per esempio “Tattoos” per fasce elettroniche e suoni di xilofono evoca un climax impalpabilmente orientaleggiante, così come i suoni che si alzano sull’ostinato dei bassi in “She” introducono ad un semplice, incerto tema per pianoforte che viene presto raggiunto dalla batteria, costruendo un tipo di sound che gli ammiratori della Premiata Forneria Marconi e delle sue raffinatissime elaborazioni non faticheranno a riconoscere: tra l’altro la sua versione pianistica e poi “She II” ci riproporranno questo tema in una lettura più scopertamente melodica e sognante.  La partitura di Pagani procede per frammenti, enunciazioni molto brevi, a volte simili a “motti” evocativi e sfuggenti di provenienze anche molto diverse, come i frammenti di “Taiga”, “Taiga II”, “Taiga III”, “Taiga IV” e “Taiga V”: la prima quasi horror music su un pedale di bassi e flautandi, la seconda un assolo lamentoso per arco, la terza un assolo di tamburo, le ultime due intessute di suoni misteriosamente alieni. Ancora puro rock giovanilista in “Novij Den” con la voce liberatrice di Dariana Koumanova cui seguono a contrasto lo splendido solo pianistico di “Impossible love” e più avanti uno straziante adagio per archi, di nuovo immerso completamente nell’orizzonte geoculturale del film, in “The wolf”, ripreso con accenti di smarrita solitudine per fisarmonica e tastiere in “The wolf II”. Non si pensi tuttavia ad un assemblaggio casuale o compilatorio di elementi eterogenei. Il filo rosso della partitura è una malinconia profonda e morbosa, che prende a tratti tinte “noir” ma che più spesso si distende in oasi liriche fuggevoli e sconsolate, come in “Xenia”. L’impronta rock, apparentemente fuori contesto, si carica invece di significato grazie alle scelte timbriche fortemente pertinenti e “locali”, come in “Caucasus II”. L’incedere popolare viene riproposto in “The dancing boots II” mentre i quattro brani “ospiti” assolvono ad una precisa funzione contestualizzata nel film: “Absolute Beginners” innanzitutto, dell’ormai onnipresente David Bowie, guest star anche nel recente Rush, ma soprattutto il pirotecnico, irresistibile “Cometa Rossa” degli Area, gente che da quarant’anni – ossia dai tempi del compianto Demetrio Stratos – fa ricerca continuata e indefessa sulle interazioni fra generi musicali e sull’esplorazione del suono; e poi ancora la tecnologicissima… “Techno educazione” di Federico De Robertis, il musicista che anche qui come in Nirvana affianca Pagani in alcuni tracks, pagina “disco” efficacemente e provocatoriamente ritmo-rumoristica, e infine la breve ma penetrante, irreale “Kali (Siberian Edit)” dei milanesi Noise Under Dreaming, un gruppo di giovane formazione che sembra aver trovato nel rapporto con le immagini una fonte di ricerca e di ispirazione particolarmente felice.

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