10 Feb2013
Savages
Adam Peters/AA.VV.
Le belve (Savages, 2012)
Varèse Sarabande 302 067 154 2
18 brani – Durata: 60’01”
Non fa eccezione Le belve, noir molto “tarantiniano” ed estremo nel quale, sotto la supervisione di Rachel Levy, sono confluiti omaggi a protagonisti della giovane e meno giovane scena rock angloamericana e australiana, autentiche leggende come Dylan e Tosh, suggestioni caraibiche e orientali (la malese Yuna) e pulsazioni latinoamericane, laddove il cuore di Stone batte forse più forte… Accanto a tutto ciò si pone il contributo originale di Adam Peters, violoncellista, tastierista, produttore e compositore britannico di ormai trentennale carriera (iniziò nei primi anni ’80 con gli Echo and the Bunnymen), affermatosi negli anni ’90 negli Usa (dove si è trasferito) con i Family of God e poi i Neulander, ed infine accostatosi al cinema prevalentemente in documentari televisivi e corti (Le belve è il suo esordio nel lungometraggio), fornendo collaborazioni preziose come strumentista, arrangiatore e in qualche caso (Rango) co-autore. Caratteristica precipua di Peters è saper combinare diverse tipologie di suono, dall’orchestra sinfonica (nel caso presente con l’orchestrazione di Bruce Fowler e il contributo nientemeno che della Hollywood Studio Symphony sotto la direzione di uno specialista “zimmeriano” come Nick Glennie-Smith) all’elettronica, da strumenti solisti acustici ai loro “colleghi” computerizzati, in una tavolozza espressiva composita e suggestiva molto influenzata dalle diverse realtà della musica contemporanea e del “melting pot” linguistico newyorkese, che non poteva non attirare l’attenzione di Hollywood.
Il ventaglio di contributi diciamo così “esterni”, ciascuno con una sua precisa significanza nella belluina cronologia del film, è amplissimo: “Neptune’s net” è firmato da M.Ward, chitarrista e cantautore “indie-rock” dell’Oregon, mentre “Where I’m going” ci trasporta nel mondo della band australiana Cut Copy, specializzata in dance-punk elettronico. Nostalgie reggae e caraibiche si risvegliano con “Legalize it” di Peter Tosh, e qualche eco più ammodernata ne ritroviamo anche nell’incantatorio “Mandala” del duo elettronico di Washington Thievery Corporation, con il contributo impressionante della splendida Anoushka Shankar, moglie del regista Joe Wright (Espiazione, Anna Karenina) nonché figlia del compianto e grandissimo Ravi, il cui sitar – ereditato dalla trentaduenne solista e cantante - ha influenzato la musica occidentale forse più di qualsiasi altro contributo da Oriente. Spira di nuovo aria di Caraibi con “Quien es el patron?” della band caraibica Systema Solar mentre l’epica e nostalgica “Romance in Durango” di Bob Dylan, contenuta nell’album “Desire” del ’76, è nota anche da noi per la cover italiana “Avventura a Durango” di Fabrizio De André. “Paradise Circus”, inquietante e ossessivo scampolo dei Massive Attack, è presente nella versione remixata dal produttore di musica elettronica brasiliano Gui Boratto, e “Psycho Killer” del talent inglese Bruce Lash nasconde, dietro la carezzevole andatura da ballata per chitarra e voce sussurrata, un testo eversivo. Con “Miles de pasajeros (Mightysphnix Remix”) è di nuovo atmosfera latina ai massimi livelli evocativi, grazie a Gustavo Santaolalla con i suoi Bajofondo e il testo di Luciano Supervielle, compositore e poeta franco-uruguayano, mentre “Eternity’s sunrise”, per voce sopranile sovracuta (stupefacente il virtuosismo di Patricia Rozario) e archi, del compositore inglese classico, minimalista e mistico John Tavener produce uno di quei cambi di climax sonoro che Stone adora. Inglese è anche Jeff Lynne, eclettico rocker di Birmingham, con la sua “Do Ya”, subito prima di quella “Here comes the sun” che George Harrison scrisse nel 1969 per l’album beatlesiano “Abbey Road” e che qui è offerto in una trasognata, esotica e scampanellante versione dalla cantautrice malese 26enne Yuna.
Pressoché superfluo aggiungere che ognuno di questi brani ha una sua motivazione e un suo senso, anche testuale, nel corpus del film. Il ruolo dei compositori “aggiunti”, incaricati cioè dei contributi originali, in questi casi si fa difficile, in bilico come si trova fra le necessità di integrarsi nel contesto e la legittima aspirazione a fornire una partecipazione non decorativa o occasionale. Peters, con l’aiuto di alcuni sensibili, notevoli solisti e di una strumentazione non aggressiva ma molto rifinita e ad effetto, riesce nell’intento. Così, la chitarra di Adam Del Monte rintocca misteriosa sulle pulsazioni elettroniche e il crescendo di “Cartel theme”, mentre la chitarra “scivolata” di Bryce Jacobs e le percussioni di Satham Ramgotra, su un sofisticato lavorìo sotterraneo di archi, provvedono ad un avviluppante “Romantic theme”; colori quasi da sci-fi music però in un contesto “disco” (vi dicevamo dell’eclettismo di Peters…) sono alla base dello scatenato “Hijack in the desert” per chitarra basso, fischio, computer e orchestra, quasi contrapponendosi all’efficace pauperismo di mezzi (pulsazioni e archi pressoché immobili) di “Whipping”. Difficile poi non considerare un omaggio al Morricone dei western all’italiana “Dust bowl”, soprattutto grazie alla tromba di Arturo Sandoval ma anche in virtù di una scrittura solenne, marciante ed evocativa. Ed infine ecco il conclusivo “Savages… force of nature” per chitarre, voce femminile e orchestra, di nuovo a ribadire una inesorabilità ritmica compulsiva sulla quale si elevano, come fantasmi, suoni irrealmente “naturali” che si diluiscono in una coda onirica e celestiale
Non sono operazioni di soundtrack facili, quelle alla Savages, per il rischio sempre in agguato di confezionare nient’altro che la solita tracklist alla moda. In questo caso però, il forte ruolo di sovrintendenza del regista e la particolarità della figura del “composer” hanno provveduto alla creazione di un mondo sonoro sinistro e fascinoso, lucidamente pertinente e psicologicamente disturbante.