Lawless

cover_lawless.jpgNick Cave, Warren Ellis/AA.VV.
Lawless (Id., 2012)
Sony Classical 88725455472 
13 brani + 1 bonus track – Durata: 41’06”

 

Nick Cave è un uomo-orchestra, nell’accezione non solo musicale ma più generale del termine: i suoi interessi sono molteplici, spaziando dalla musica al cinema, dalla recitazione alla scrittura.  A ciò si aggiunga la sua nascita australiana, che ne fa un uomo “senza confini” per definizione, una creatura agli antipodi, spigolosa e allergica ad ogni forma di prevedibilità, dalla storia personale complicata (compresa un’adolescenza “difficile”) e dagli interessi difficilmente circoscrivibili a ruoli prestabiliti.
 Artista “alternativo” per antonomasia, Cave concepisce l’attività di musicista, compositore, strumentista, sceneggiatore, romanziere, poeta e occasionalmente attore come un “unicum”, come alcune delle possibili facce di una sola personalità: di qui il mix di generi che si percepisce chiaramente  nella sua musica, in un arco di suggestioni che vanno dal rock al country, dal punk al cosiddetto “bluegrass” (il country contaminato da influenze europee, anglo-scozzesi in particolare). Una miscela perfetta per i soundtrack del regista suo compatriota John Hillcoat, con il quale Cave (insieme al sodale Warren Ellis, sorta di Rasputin del rock alternativo australiano e già violinista delle sue band The Bad Seeds e Grinderman), da oltre vent’anni collabora sia come sceneggiatore che autore delle musiche. Un sodalizio iniziato nel lontano ’88 con Ghosts… of the Civil Dead e che ha toccato l’apice con il soundtrack spettrale e perturbante di The Road (2009, cd Mute, record per l’album dalla confezione più minimalista di sempre), quanto di più lontano da qualsiasi stereotipo folkloristico o “apocalittico” si possa immaginare in un soundtrack.
 Il doppio ruolo di sceneggiatore e musicista ha portato Cave a concepire in Lawless, nuovo capitolo del cinema violentissimo, nostalgicamente poetico e profondamente malinconico di Hillcoat, le scelte musicali come parte integrante e imprescindibile del racconto autobiografico di Matthew Bondurant intorno alla propria famiglia di contrabbandieri d’alcol, nella Virginia degli anni ’30 e della Depressione. Un periodo, dice l’artista australiano, che la sua musica voleva ad un tempo evocare ma anche trascendere. E il solo modo per farlo era”riscrivere” quell’atmosfera musicale e restituirne il sapore, ma in qualche modo artefatto e “contagiato” dal distacco culturale e dalla fredda ironia critica che caratterizzano il percorso artistico e musicale di Cave e Ellis. A tale scopo la discussione sul soundtrack fra musicisti e regista è iniziata addirittura prima che Cave ponesse mano al copione, in modo che molte sequenze sono state concepite addirittura sulla base delle canzoni già individuate.
 Il risultato finale dell’operazione è un album para-country di classici e pezzi nuovi, dove tutte le regole (e gli hit) del genere sono rispettate, ma nel quale nondimeno la personalità contemporanea del musicista emerge in pieno, nella ruvida asciuttezza e in una sorta di scontrosa tristezza degli arrangiamenti e delle riproposte.
 Fondamentali, in quest’ottica, le scelte delle esecuzioni dei brani, tutti ricreati e concepiti per l’occasione, e poi compulsati nel cd prodotto dagli stessi Cave e Ellis. Da un lato la coppia ha messo insieme per l’occasione una band chiamata “The Bootleggers” (I contrabbandieri) alla quale ha affidato, con diversi ospiti d’onore, il rispolvero di pezzi leggendari, autentiche stelle fisse del vastissimo (e di non facile accesso) universo country variamente inteso, come la vagamente punkeggiante “Fire and Brimstone” di Lincoln Wray jr., con Mark Lanegan, cantante americano già frontman e vocalist degli Screaming Trees e dei Queens of Stone Age; o una “White Light/White Heat” di Lou Reed, sempre con Lanegan guest star, ridotta al proprio osso ritmico e armonico; o ancora, col medesimo cantante, “Sure ‘nuff’n yes I do” di Captain Beefheart, alias Don Van Vliet, caposcuola del rock sperimentale americano negli anni ’70 con la sua Magic Band.
 Ma altre presenze impreziosiscono questa autentica “rilettura” trascrittiva di un’epoca musicale, in un interscambio continuo di contributi e rivisitazioni; anche perché, come ha dichiarato Cave nel suo pittoresco stile, «l’ultima cosa che volevo era ascoltare la mia fottuta voce per tutto il tempo»…
 La prima è quella di Emmylou Harris, oggi 65enne punto di riferimento del country-bluegrass, la cui vocalità siderale e sospesa, ansiogena, si lega perfettamente alla scrittura moderna, inquietante, che Cave e Ellis offrono ad esempio in “Snake Song”, dalla coda elettronica quasi fantascientifica; o si distende in una ballad toccante e vibrante in “So you’ll aim toward the sky” di Jason Lyttle, o ancora pulsa con un’intensità espressiva da brividi nella sua versione di “Fire in the blood” di Cave & Ellis. Ma non c’è dubbio che i momenti più emozionanti sono riservati ai contributi di Ralph Stanley, oggi 86enne leggenda vivente del country storico, la cui voce fragilissima eppure anche perfetta richiama quasi per incanto un intero universo culturale e persino paesaggistico. “Sure ‘nuff’n yes I do”, offerto a cappella su precisa richiesta di Stanley, si propone quasi come un tremante e struggente gospel, così come “Fire in the blood”; mentre la sua versione di “Fire and Brimstone” per voce e chitarra si staglia come un gioiello di semplicità e d’atmosfera, e la “White light/White heat” dei Velvet Underground riceve dalla sua versione una luce retrospettiva di fascino che la illumina in modo inedito.
 Prima del bonus track con la chicca di chiusura di un’altra gloria imperitura del country più “rock-oriented”, Willie Nelson (classe 1933) con la sua “Midnight run”, si apre quale unica parentesi puramente strumentale del soundtrack “End Crawl”, brano nel quale le procedure compositive di Cave e Ellis appaiono in tutta la propria trasparenza: in pratica una lunga, lentissima e mestissima cadenza del violino, prima ad arco poi pizzicato poi ancora ad arco, su una vibrazione strisciante e “fredda” di sottofondo che funge da pedale armonico immobile. Si tratta di un procedimento (riduttivo parlare di “tecnica”) tipico dei musicisti, che accosta due elementi in apparente conflitto fra loro: la presenza melodica di uno strumento solista in chiave dichiaratamente lirica, ed un accompagnamento “artificiale”, perturbante, in odore di surrealtà. Proprio qui risiede tuttavia, insieme ad altri fattori, la particolare personalità compositiva e creativa di Cave: rileggere e rivivere il passato, storico e musicale, di una civiltà e di un’epoca storica, inquietandolo e contagiandolo con lo scetticismo algido e inconciliato di un artista moderno.

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