The Mighty Macs/Touchback/A very Harold & Kumar 3D Christmas

William Ross
The Mighty Macs (Id., 2009)
Varèse Sarabande 302 064 212-2
23 brani – Durata: 39’05”

Touchback (Id., 2011)
Varèse Sarabande 302 067 149-2
29 brani – Durata:  60’00”

A Very Harold & Kumar Christmas (A very Harold & Kumar 3D Christmas, 2011)
Varèse Sarabande 302 067 125 2
36 brani – Durata: 68’25”

William Ross è un compositore gentile. Che crede nella musica come qualcosa di cui porsi al servizio, con discrezione e umiltà, ma anche ispirando totale affidabilità. Lo sanno bene musicisti come John Williams e Alan Silvestri, e artisti come Barbra Streisand e Andrea Bocelli, che hanno potuto valersi del suo contributo come direttore d’orchestra e orchestratore, nel corso di una carriera ormai molto lunga e proficua che lo ha visto assorbire e personalizzare la lezione e lo stile di molti dei maestri con i quali ha lavorato.
 Tipico “american composer” di seconda fila nella generazione degli over 60 (è nato nel 1948), fornito di ferrea cultura accademica e in possesso di tutti gli espedienti della strumentazione hollywoodiana, Ross è soprattutto noto e richiesto come accompagnatore e direttore musicale (anche a cerimonie degli Oscar), orchestratore e “additional composer” (ivi compreso il recente Hunger Games), ruolo spesso ingrato e misconosciuto ma nel quale egli ha sempre dimostrato di eccellere, sobriamente e ponendosi al servizio di film e compositore di riferimento, soprattutto con la cura direttoriale e orchestrale del Williams di Harry Potter e la camera dei segreti, il titolo che forse gli ha dato sin qui la maggior visibilità.
 Un ruolo siffatto sembrerebbe porre Ross in una posizione secondaria e trascurabile come musicista in proprio, relegandolo piuttosto al compito di fidato e instancabile “sherpa” di talenti altrui. Ciò costituirebbe però un errore, oltre che un’ingiustizia. Ed un pregevole trittico di uscite Varèse, relativo a tre titoli a distanza ravvicinata e poco visti al di fuori degli States, ci permette di rendercene conto facendoci fare una conoscenza più approfondita con le doti, la sensibilità, l’eclettismo e il tocco particolare di un musicista molto acuto e raffinato.  Due di questi film peraltro si somigliano, riconducibili come sono al genere sportivo visto attraverso vicende di riscatto e affermazione personali, affrontate dal lato femminile e da quello maschile, rispettivamente tramite il basket e il football. Il primo, diretto da Tim Chambers, è appunto la storia (vera) delle “Mighty” Macs, eroica squadra di basket femminile dell’Immaculata College di Philadelphia, che per un triennio dal ’72 al ’74 si aggiudicò il campionato nazionale della specialità sotto la guida dell’indomita allenatrice Kathy Rush (interpretata da Carla Gugino). Il secondo film, per la regia di Don Handfield, fa invece riferimento nel titolo al “touchback”, una particolare regola arbitrale del football americano sul possesso palla, e indaga a ritroso di 15 anni  su riflessioni e rimpianti di un potenziale campione (Brian Presley), la cui carriera fu stroncata da un infortunio a seguito di un’azione avventata in campo, anche attraverso il confronto col suo paterno e roccioso coach (Kurt Russell).
 Dunque, nel più puro spirito americano, storie diversamente edificanti, di redenzione e crescita attraverso l’agonismo sportivo, e di superamento dei propri limiti e conflitti attraverso la competizione e la forza di volontà.
 Ciononostante, i due score di Ross appaiono privi di ogni titanismo e depurati da qualunque “doping” di muscolarità o di enfasi sonora. Tutt’altro. Vi si respirano atmosfere liriche, sommesse, sussurrate, la strumentazione – per la quale Ross si avvale di un collaboratore fisso in Jerome Leroy – è liquida, trasparente, attenta all’evidenziazione dei timbri più luminosi. L’incipit di The Mighty Macs, o “The drive to Immaculata”, è quasi archetipico: un pedale di violini divisi, pochi accordi di piano, interventi in pianissimo degli archi gravi, un oboe, un flauto, una chitarra… è un paesaggio sonoro consueto in molti soundtrack americani di questo filone, ma Ross sembra voler procedere in direzione di una sua ulteriore semplificazione, procedendo per sottrazione più che per accumulo, senza mai alzare la voce né innervosire i ritmi. L’elemento dinamico sembra essere rappresentato prevalentemente dal ricorrere di ostinati staccati degli archi (“Cleaning the floor/Immaculata at La Salle”, l’inizio di “Immaculata at Penn State/Simple life”, “Boys and girls scrimmage”…), molto sostenuti e robusti, sui quali gli ottoni più che forzare paiono invocare i toni di una solennità scabra (“Cleaning”) anche nelle fasi più dichiaratamente maestose: come nella solare fanfara di “The team comes together”, dove nel rotondo e abbagliante tema delle trombe divise – nucleo leitmotivico ricorrente dell’intera partitura - si avverte chiaramente un’eco dell’ottimismo assertivo e radioso che caratterizzava il lato epico di un musicista geniale (mai troppo rimpianto) come Michael Kamen, con il quale pure Ross si trovò a collaborare.
 Oscillando fra momenti gioiosi e parentesi di solitudine e di dubbio, il film offre a Ross anche l’occasione per misurarsi con una “tinta” stilistica a lui particolarmente congeniale, quella del chiaroscuro: che significa alternare, anche all’interno dello stesso brano, aperture energiche e volitive a ripiegamenti intensamente meditativi: si ascoltino il dinamismo di timpani e archi, sovrastati dai corni, e il trattamento del tema principale di “West Chester at Immaculata” e, a contrasto, il dolcissimo canto dei celli che chiude “Ed calls Kathy/Scrapbook”. Lo stesso leit-motiv può evolversi in forme più addolcite e discorsive, come in “Well’be # 1”, o dilatarsi in un abbraccio dell’intera orchestra, sulla quale di nuovo svettano ottoni di evidentissima matrice kameniana (“Rotunda pride”).
 Se “Travel fare” ha spazio anche per intermezzi di sapiente alleggerimento, con pizzicati e lunghe pause su cui intervengono melodiosi legni e rintocchi di campana che evocano l’ambientazione religiosa, “Finals Part I e II” sembrano prendere la rincorsa per il finale vittorioso, ancora una volta lavorando sull’ostinato motorio degli archi e la semplice, scultorea linearità degli ottoni. Il tutto ribadito ed enfatizzato (ma sempre con quel senso della misura e quell’attenzione formale che distinguono il compositore) in “Final against West Chester”, con “Victory & Epilogue” a sigillare il tutto riproponendo con delicatezza il tema principale negli archi sostenuti da evanescenti accordi di pianoforte sino alla conclusione in un rasserenante fa maggiore.
 Touchback, dove Ross cede il podio di direttore d’orchestra al fido Leroy (anche suo co-orchestratore) e si vale del contributo pregevole di Tricia Holloway in sede di supervisione, è film di introspezione e malinconia molto maggiori, a dispetto del milieu “virile” in cui si svolge (peraltro con due personaggi femminili importanti), e la musica vi riveste un ruolo anche quantitativamente assai più rilevante. Gli “Opening titles” si aprono sotto questo segno, con la ben nota formula di archi discreti a sostenere pianoforte e legni, salvo nella seconda parte accendersi ritmicamente sulle percussioni e su un possente tema a salire per gruppi di due note nei corni. Ma “Ride home”, con l’assolo il pianissimo del corno, e soprattutto “Soybean Field”, col  toccante e ricorrente tema del clarinetto solo, riportano il climax a toni pensierosi e lirici, con decorsi melodici orizzontali e pronti a schiudersi su paesaggi psicologici fragili (“The frost” oppure “Harvest”, il quale peraltro si apre sotto un segno allegramente country).
 Il cupo pedale in re dei bassi che sostiene la prima parte di “Suicide” innerva una delle pagine più intense e asciutte dello score, con i rimbombi lontani della percussione, le note eteree del piano e della celesta, e il fraseggio mestissimo e discendente degli archi, mentre “Campfire” cala il tema principale tra pianoforte e legni in una sospensione sonora quasi magica e “Life without Macy” lo trasfigura, ancora nel clarinetto, in fuggevole momento di nostalgia sentimentale. Partitura molto debitrice nei confronti del Williams più intimista (quello, per capirci, che va da Lettere d’amore a molti momenti di War Horse), questa di Ross raggiunge la massima compiutezza proprio nelle fasi più psicologicamente raccolte (“Mom and son dinner”), dove l’iterazione di alcuni schemi strumentali (archi che accompagnano, legni che melodizzano, pianoforte che si intromette garbatamente) garantisce la continuità di un’atmosfera stilistica, ovviamente rischiando qualcosa sul piano della monotonia…
 “It’s gonna keep comin’” o “Back in the game” sfoderano nuovamente il lato più epico e affermativo del musicista, ma con tonalità e verticalità assai più drammatiche e ultimative che in The Mighty: i temi degli ottoni non brillano di luce fiduciosa, ma si stagliano piuttosto con rovente senso di incombenza, di fatalismo, sospinti da un afflato ansioso e incalzante delle percussioni e dall’instancabile moto perpetuo degli archi. Il che non impedisce al liberatorio, lungo “Gig catches/Taking the lead” di svilupparsi lungo una direttrice di “victory music” squillante e volitiva, con blocchi tematici squadrati e rocciosi, dagli intervalli di ariosissima ampiezza e nuovamente in debito con la sontuosità eroica e vitalistica che apparteneva a Michael Kamen. Gli ancora più estesi “Full circle/Black Seven” e “Town harvest/Back to Macy” (che, con il brano precedente, totalizzano da soli quasi un terzo dell’intera durata dello score), proseguono e suggellano ulteriormente questa linea poetica: nel primo, il doloroso ricorso a tonalità minori, la varietà dinamica nei corni,il costante impulso ritmico e il ruolo pacificatorio, a tratti neoclassico, degli archi si fondono in una pagina sinfonica dorata e di limpido, grande respiro. Il secondo riassapora in tutta la sua chiave lirica e distensiva il tema di “Soybean field” in un dialogo struggente fra archi e oboe, diramandosi in un decorso lento e pacato e sciogliendosi in una disarmante, trasparente semplicità.
 A very Harold & Kumar 3D Christmas ci obbliga a cambiare completamente registro e clima, filmici e musicali. Qui oltretutto la fa da padrone un’edizione semplicemente spettacolosa per brillantezza e presenza di suono (la Varèse di Robert Townson è in tal senso una certezza inattaccabile), e la partitura, nuovamente diretta dall’autore, è registrata - come Touchback - nella Lyndhurst Hall degli Air Studios londinesi, a differenza di The Mighty Macs, registrata invece sempre a Londra ma nei leggendari (e ormai frequentatissimi dalla musica per film) Abbey Road Studios di beatlesiana memoria…
 Il film s’inserisce nel filone avventuroso-demenziale come terzo capitolo delle (dis)avventure tragicomiche di due amici “scemi & più scemi”, Harold e Kumar appunto (rispettivamente il corean-americano John Cho e l’indo-americano Kal Penn), coinvolti nelle peripezie più improbabili e surreali ma spesso con riferimenti precisi all’attualità, e già protagonisti tra il 2004 e il 2008 di American Trip – Il primo viaggio non si scorda mai e di un improbabile Harold & Kumar escape from Guantanamo Bay (!): entrambe coproduzioni Usa-Canada e con musiche di David Kitay, uno specialista di score per parodie (Scary Movie, Date Movie) ma anche, su un fronte un po’ più problematico, musicista di Babbo bastardo (Bad Santa), tanto per venire all’ambientazione natalizia ma “politicamente scorretta” che è propria anche di questo capitolo diretto dall’esordiente Todd Strauss-Schulson. Per chi ama corsi, ricorsi e agganci aggiungeremo che Kitay fu anche il compositore del primo Senti chi parla (1989), il cui sequel del ’93 Senti chi parla adesso fu rilevato, musicalmente, proprio da William Ross.
 Traslocando le imprese catastrofico-farsesche dei due amici, qui ritrovatisi dopo anni di salutare distacco, sotto l’albero di Natale, era pressoché inevitabile che nel comporre la sua rutilante partitura – così diversa dalle altre due sin qui ascoltate – Ross facesse riferimento culturale e stilistico alla sua collaborazione come orchestratore in Polar Express e A Christmas Carol, i due film di Robert Zemeckis girati con la tecnica della “performance capture” e per i quali Alan Silvestri ha dato fondo da par suo a tutte le proprie risorse di fantasista sinfonico e immaginifico intorno a temi, canti, timbri e motivi tradizionali natalizi. Del resto è lo stesso regista, figlio di melomani e appassionato di colonne sonore, a dichiarare nelle note di copertina la propria predilezione per partiture come Ritorno al futuro e Mamma ho perso l’aereo di Williams: e di aver richiesto in questa circostanza una musica come «cavallo di Troia del film, una superficie festosa e sentimentale che copre una commedia “vietata ai minori” aggressiva, sovversiva e scatologica» (sic).
  Dalle prime battute di “Opening logos”, briosa fanfara riecheggiante i rintocchi del Big Ben, è chiaro che Ross si è perfettamente adeguato alla bisogna: l’orchestrazione si accende di mille colori, e l’ingresso festoso del coro in “Joy the world”  declina scopertamente il nuovo clima. Clima che comprende in questo caso un’infinità di citazioni dirette o indirette, di assunzione di stereotipi e di loro sovraccarico parodistico: ecco allora che “Eggtion”è una scatenata action music con glissandi, dissonanze, violenti accordi ribattuti e un inserto vocale arabeggiante, mentre il grottesco “Meet Kumar” e “Meet Harold”, tutto pizzicati e pause ma con sottotraccia e in coda il ricorrente, dolce tema dell’amicizia fra i due, sfiora il mickeymousing, e “Meet Adrian” è uno stacco jazz dalle movenze satiriche, con un temino corto e spiritoso ripreso più felinamente anche in “Meet Vanessa”. “Mr. Perez” è invece un passo di danza esotica per violino, chitarra e nacchere, ripresi in “Dad’s tree”… mentre “Perez family arrives” riarrangia a velocità dimezzata e spensierata l’immancabile “Jingle bells”.
 Non si impiega molto a capire che siamo dinanzi ad un sofisticato congegno metatestuale, o se preferite più semplicemente ad un raffinato divertissement musicale costituito, tra l’altro, da blocchi molto stretti, interventi brevissimi e chiusi, che vedono in prima linea archi e legni (fagotti, flauti) e chiamano a gran raccolta tamburelli, campane, triangoli, vibrafoni e l’intera famiglia dei tipici strumenti sotto l’albero. Il meccanismo funziona naturalmente meglio quando gli elementi che lo compongono vengono posti a contrasto, con repentini cambi di passo e di atmosfera (“Santa’s Magic joint”), accelerazioni spiazzanti seguite da fulminee e celestiali intrusioni corali; se la parte più scopertamente comica del racconto viene da Ross affrontata con uno stilema pressoché fisso e un repertorio di soluzioni quasi da “library” (pizzicati, tremoli, legni e pause sospensive: “Baby talk” o Who’s  your friend”, ancora con il tema dell’amicizia timidamente esposto dai legni), divertenti e rivelatrici della lunga e trasversale esperienza del compositore sono anche incursioni per frammenti in altri filoni musicali (il jazz kentoniano di “Black ice”, la disco music anni ’70 di “Video message”…), laddove in questo contesto anche la muscolarità militaresca, per tamburi e ottoni, di “Roddy roll”, non può non suonare come ridicolizzante. Di questo aspetto fanno parte anche le violente e sapienti distorsioni di un motivo orientaleggiante, con sonorità ottimamente calibrate tra il pianissimo e il fortissimo e un ricorso sistematico agli stereotipi quasi dell’horror music, di “Sergej Katsov” e “Party interrupted”.
 Il capitolo citazioni-appropriazioni si srotola libero in “Claymation” dove sfilano popolarissimi brani natalizi come “Sleigh ride” di Anderson e “Santa Claus is comin’ to town” di Gillespie e Coots, anche se il clou contaminatorio si ha forse nell’urticante “Christmas Mass” che inizia con un flash quasi subliminale dallo Scherzo della Nona di Beethoven e termina con uno stringendo soffocante. Ancora “circumstance music” sorniona e ammiccante in “Romantic interlude/Press conference”, ballabile per archi anni ’60 con coda mazzata, mentre è di nuovo mickeymousing allo stato puro con “Screen walk” e “Victory walk” (ancora “Jingle bells”… per un attimo, ma soprattutto il “friendship’s theme” in una chiave più distesa, come nella successiva sognante versione per clarinetto di “Kidnapped/Hug it out”). Se la distorsione grottesca delle ultime battute di “WaffleBot rescue” ci rammenta sempre il milieu demenziale e smitizzante dell’operazione, “Paris on a Pole”, distillando il tema dell’amicizia con grazia follettistica, è un ulteriore rimando al Williams “brillante” di Mamma… e seguiti. Il pot pourri citazionistico ha spazio anche, in “Super baby”, per un omaggio alla ciaikovskiana Danza della Fata Confetto da “Lo Schiaccianoci”, mentre l’agitato staccato dei violini che spezzetta il tema dell’amicizia in “Operation Santa” è una riprova dell’abilità manipolatoria che l’esperienza ormai consente a Ross nelle situazioni e occasioni più disparate. Al trionfo del suddetto tema, liberato nel cantabile degli archi e dei legni, è dedicato “Flight with Santa”, mentre “Merry Christmas!” è curiosamente una pagina malinconicamente sospesa fra meste frasi dei legni sostenute dagli archi in sottofondo, e interventi spagnoleggianti della chitarra, prima che un ultimo squarcio di “Jingle bells” sigilli alla grande il tutto. E c’è posto anche per un’ultima citazione “natalizia” negli End Credits, con l’incorporo di “Little drammer boy” di Katharine K.Davis, Simeone e Onorati: una crestomazia che non può che concludersi con la sfolgorante (e mai così ironicamente tonitruante) riproposizione corale del cinquecentesco, immancabile “We wish you a Merry Christmas”.
 Il regista Don Handfield, nelle sue note a Touchback, definisce William Ross “un maestro”. Forse è un’esagerazione. Più efficacemente Tim Chambers, regista di The Mighty Macs, lo qualifica con un aggettivo calzante: “unselfish”, altruista.
 Ecco, William Ross, oltre che un compositore gentile, è anche un compositore altruista. Lui stesso, nelle note a A very H&K, augura all’ascoltatore di divertirsi almeno quanto lui si è divertito nel comporre. E dobbiamo senz’altro ammirazione e gratitudine ad un artista la cui capacità di coinvolgimento è tanto sincera e intensa quanto discreta e all’insegna di un salvifico senso della misura.

 

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