28 Set2012
Erotic Soundtracks
Ennio Morricone
Erotic Soundtracks (2011)
Kind of Blue Records 10048
20 brani – Durata: 68’44”
Detto questo, è legittimo ovviamente domandarsi cosa ci facciano in un’antologia di soundtracks “erotici” i Titoli da Nuovo Cinema Paradiso o il “Gabriel’s oboe” da Mission: a meno che il criterio di assemblaggio non sia stato più ampio, riferendosi cioè più a una sorta di “categoria dello spirito” che a un genere esteriormente osé. Se così fosse “erotico” diverrebbe allora sinonimo di un rapporto di affezione/attrazione/dipendenza, di totale dedizione verso altre dimensioni, paradossalmente anche culturali (il cinema) e/o spirituali (la fede). Al netto di queste e di altre possibili ipotesi, la collection – affidata come altri album antologici di questa etichetta, a “Solisti e Orchestre del Cinema Italiano” – si fa notare principalmente per la riscoperta di tracks provenienti da partiture poco note del maestro, accanto ad altre che potremmo definire ormai quasi di dominio pubblico, entrate cioè largamente nell’immaginario collettivo: non per questo, ovviamente, meno illuminanti e affascinanti ad un ulteriore, sia pur ennesimo ascolto.
Dunque ci si lasci quietamente re-incantare dallo srotolarsi dolce e colloquiale dei Titoli di Nuovo Cinema Paradiso, dalle melopee per legno solista del “Romanzo” da Novecento e del già citato “Gabriel’s oboe”, dalla stupefazione iniziale degli archi e dall’innalzarsi lento di uno dei più alti esiti della musica cinematografica in assoluto quale è il “Deborah’s theme” da C’era una volta in America, o infine dal lirismo malinconico e quasi rassegnato del tema da La Califfa . E persino dalla melodia frammentata, esitante e drammaticamente penetrante dei violini sull’ostinato del piano, di quel “Chi mai” la cui incredibile storia è ben raccontata nel libro “Torn Music” di Gergely Hubai: originariamente scritto nel 1971 per Maddalena, torbido melodramma diretto da Jerzy Kawalerowicz (che negli anni ’60 era stato un capofila della nouvelle vague polacca) e interpretato da Lisa Gastoni, il brano – a differenza del film, finito in dimenticatoio – approdò nelle hit parade mondiali cantato in tre lingue dalla stessa protagonista con voce sensuale e velata, giungendo così anche alle orecchie di Jean-Paul Belmondo, che un decennio più tardi lo impose al regista Georges Lautner come leit-motiv per il suo spavaldo Joss il professionista, consolidando in tutti l’idea che il brano fosse stato scritto appositamente per quel film e facendo così di Morricone, che comunque aveva avuto l’incarico della partitura, il sostituto di sé medesimo!...
Aneddotica a parte, esiste in questo album un “Morricone minore” che minore non è e che abbiamo qui l’occasione di esplorare sia pure en passant. Il Finale di Lolita (il cimiteriale e patinatissimo remake che Adrian Lyne ricavò dal romanzo di Nabokov già origine del capolavoro di Kubrick) è ad esempio una pagina blandamente ossessiva e disturbata, costruita sulla consueta tessitura di archi vaganti a far da sfondo ad un tipico ostinato morriconiano per piano che si trasforma gradatamente in una “lullaby” di conclamata innocenza e poi in un mestissimo epicedio; “Orient Express”, dall’omonima serie tv di coproduzione franco-italiana dell’80, si caratterizza per l’avviluppante andamento melodico della voce femminile spinto verso un registro sempre più acuto mentre “Il Maestro e Margherita”, pure ricavato dall’omonimo e anch’esso sfortunato film che Aleksandr Petrovic trasse dal romanzo di Bulgakov (Morricone ha spesso legato orgogliosamente e vittoriosamente il proprio nome a flop di botteghino e/o critica firmati da registi dell’Est: basti ricordare uno dei suoi capolavori assoluti, lo score per La tenda rossa di Kalatozov) si snoda con dolcezza accostando voce e piano in un tema di ascendenze dichiaratamente slave. Discorsivo e scorrevole, accarezzato dalla batteria e ingentilito da una strumentazione tintinnante, appare invece “In viaggio con Anita” dalla commedia di Monicelli mentre “La ragione, il cuore, l’amore” da Il diavolo nel cervello di Sollima è una tipica pagina di alleggerimento pop-melodico (dentro la quale si scorge un’autocitazione da Metti una sera a cena) all’interno di una partitura – come furono spesso quelle morriconiane per i thriller italiani anni ’60 e ’70 – spigolosamente sperimentale. E a proposito dell’appena succitato, popolarissimo (all’epoca) film di Peppino Patroni Griffi, piace che a rappresentarlo non sia stato scelto per una volta l’ascoltatissimo e onnipresente leit-motiv fondato sulla tripletta circolare e ipnotizzante di note con l’accento continuamente spostato, bensì “Sauna”, raffinato e ondeggiante slow dall’andamento armonico titubante e ambiguo.
Con “Disegni oltre”, che nel 2002 vide Morricone tornare a quasi vent’anni da La chiave a collaborare col maestro italiano dell’erotismo Tinto Brass in Senso ’45 – sedicente e discutibile remake del capolavoro di Visconti - si affaccia invece la dimensione grottesca: una sorta di valzerino distorto e dissonante, per un organico quasi bandistico, su pizzicati e staccati di legni ed effetti a sberleffo del trombone, in un clima di demistificazione sonora sicuramente andato oltre le intenzioni dello stesso regista.
Certo ad una committenza minore appartengono anche Forza G di Duccio Tessari, insipida commediola militaresco-musicarella, e Matrimonio con vizietto del già ricordato Lautner, terzo, conclusivo e non particolarmente atteso capitolo della serie gay-satirica con Tognazzi e Serrault cui Morricone provvide con tre partiture impalpabili e ironiche, sapientemente costruite e sdrammatizzanti fin dove possibile. Dal primo si ascolta “Come un miracolo”, struggente ed evocativa parentesi per tromba sola, introdotta da un suono familiarissimo a Morricone, quello della spinetta, e giocata ancora su intervalli molto corti; dal terzo il non meno delicato e sottile “Castelli di Scozia”, brano di reminiscenze baroccheggianti affidato al dialogo dei legni. “Miriam and Philip” dal tv-movie Il segreto del Sahara di Alberto Negrin si apparenta maggiormente alla concentrazione pensierosa e malinconica delle partiture leoniane nella lenta – seppur breve – costruzione per archi, mentre “Forse basta” costituisce probabilmente la chicca del cd, se non altro per la sua provenienza. Si tratta infatti di Il giro del mondo degli innamorati di Peynet, un film d’animazione firmato nel lontano ’74 da Cesare Perfetto e basato su una rielaborazione, tra lo sdolcinato e l’ironico, di Valentino e Valentina, i celebri fidanzatini creati dalla penna del disegnatore francese, il cui soundtrack fu scritto da Alessandro Alessandroni (più noto per il contributo del suo magnifico coro alle partiture del primo Morricone che come compositore) ma il cui hit, “Forse basta” appunto”, fu firmato dal maestro romano: una pagina di sorridente orecchiabilità, per voce e archi, dietro la quale fa però sempre capolino una sorta di malcelata amarezza, come il rimpianto per qualcosa di inafferrabilmente perduto. Spinetta e archi invece racchiudono, in apertura e conclusione, l’atmosfera “à la russe” di “Mosca addio”, dal film omonimo di Mauro Bolognini, introducendo fiati e celli in una delle più tipiche, sconsolate e toccanti melodie morriconiane, basate su quell’”orizzontalità” del decorso melodico che Morricone ha più volte spiegato ed illustrato nella propria poetica, anche in sede teorica.
Il minuto e quattro secondi di “L’uccello dalle piume di cristallo”, dal film d’esordio di Dario Argento, se da un lato sembrano da soli motivare il titolo “Erotic” dell’album, dall’altro ne declinano anche l’ambivalenza. Pagina com’è noto “concreta”, estrema, essa è costituita in versione originale (sia nel vecchio lp Cinevox che nella recente ristampa extended della stessa etichetta) da un minuto e ventitrè secondi in cui, sul fondo di un fruscio ritmico come di stoffe sul legno e di un effetto percussivo che mima un battito cardiaco in difficoltà, una voce femminile ansima ed emette una serie di rantoli che potrebbero essere indifferentemente di piacere preludiante all’orgasmo o di straziante agonia. La presente versione, più corta, elimina l’effetto-battito e al fruscio sostituisce una sorta di crepitìo come da vecchio vinile, orientando inoltre la voce verso un registro decisamente più sessuale che mortifero. Chiude il cd “La cugina” dal film omonimo di Aldo Lado tratto dal romanzo di Ercole Patti, parte di un sottofilone erotico-letterario che questo regista coltivò in più di una occasione (v. La cosa buffa da Giuseppe Berto e La disubbidienza da Moravia) sempre affidandosi musicalmente a Morricone: spazzole di batteria e organo Hammond, spinetta sul fondo e vocalizzi femminili sussurrano qui un brano di apparente tappezzeria, ma insinuante e disturbante, a riprova definitiva di come l’elemento sexy nelle partiture di Morricone trovasse costantemente un risvolto oscuro, inconfessabile eppure declinato con imperturbabile trasparenza di suoni e di toni.