W.E.

cover_w_e.jpgAbel Korzeniowski
W.E. Edward e Wallis (W.E., 2011)
Interscope Records 0602527947310
11 brani + 1 canzone – Durata: 47’15”



Curioso e sulla carta elettrizzante questo incontro fra una popstar planetaria col pallino del cinema, qui alla sua seconda opera da regista (dopo il bizzarro Sacro e profano del 2008), e uno dei talenti di recente acquisizione nella musica da film europea, di formazione classico-novecentesca e dichiaratamente debitore alla più sfavillante tradizione sinfonica mitteleuropea “disturbata” tuttavia da pulsioni strutturaliste e post-minimaliste che, in questo caso, sembrano prevalere.
In realtà il film di Madonna ha le complicate caratteristiche di un melò a sfondo storico totalmente parteggiante per i due protagonisti, re Edoardo VIII d’Inghilterra e l’ereditiera americana Wallis Simpson, per amore della quale egli abdicò al trono nel 1936, ma “raffreddato” da un polistilismo intellettuale e da preziosismi lessicali molto cinèfili ed europeizzanti.

Dal canto suo la partitura del 40enne compositore polacco sembra voler cogliere, di questo romanticismo postmoderno e polemicamente revisionista (il film sorvola quietamente sulle simpatie filonaziste della coppia), l’aspetto più esteriore e ridondante, congelandolo tuttavia in una struttura ripetitiva esibita sino all’ossessione, che enfatizza una tendenza già ravvisabile nello score di Korzeniowski per A single man ma, ad esempio, del tutto sublimata nel sinfonismo torrenziale e variegato del film d’animazione Copernicus’ Star. Naturalmente il pensiero corre a quel filone di compositori che, dai capofila Philip Glass e Michael Nyman sino ad Alexandre Desplat, si muovono su una linea impropriamente definita “postminimalista” o di “minimalismo romantico”, che unisce cioè la vena melodica spesso sin troppo facilmente (o forse provocatoriamente) orecchiabile ad una fissità strutturale costruita sull’iterazione plurima di cellule ritmiche, motorie, di frasi ricorrenti, di armonie che si richiamano in un inesauribile e a volte defatigante gioco di specchi.
Musicalmente W.E. sembra attenersi solo parzialmente a questa formula. L’orchestrazione, dello stesso compositore, è palpitante, febbrile, a tratti enfatica (aspetti premeditatamente accentuati dalla direzione di Terry Davies) ed è sostanzialmente concentrata sugli archi, con una predilezione per i registri più scuri, in particolare le viole. Ma si avverte da subito una distribuzione calcolata, cerebrale di effetti e di affetti, accentuata dal fraseggio strumentale e dalla calibratura delle melodie, tutte improntate ad un estenuato cromatismo e a colori armonici molto francesizzanti. Il leit-motiv d’apertura in “Charms” è in tal senso istruttivo. Su un accompagnamento instabile e sovreccitato di arpe e archi, dal sound molto liquescente, l’imperiosa viola sola di Vicci Wardman canta sconsolata per due volte (la seconda all’ottava superiore) la prima parte di un tema discendente semplice quanto patetizzante nell’irresistibile tonalità di do diesis minore; la risposta della seconda parte arriva da tutti i violini in un’alluvione di arpeggi e scalette di legni, ripresa poi nuovamente dalla viola. Siamo dinanzi ad una sapiente strategia emotiva, che in coda si lascia andare a sprazzi impressionistici e avviluppanti dialoghi fra i solisti, in un’esibizione contrappuntistica sontuosa. Eppure il tutto suona in qualche modo freddo, distanziante, anche sottilmente ironico (e autoironico): quasi una rispettosa e partecipe parodia di moduli musicali del passato.
Ma già “Duchess of Windsor” svela una delle anime forse decisive dello score: su un accompagnamento fisso del pianoforte e uno staccato ostinato degli archi alternati alle tastiere, i celli espongono un tema sillabante, monocellulare, meccanicamente iterativo: qui i debiti con il minimalismo sembrano davvero ingenti. Sempre il cello dialoga in modo incerto, sospeso, con altri membri della famiglia e con il pianoforte in “Revolving door”, prima che di nuovo la viola riassapori – sempre sostenuta da archi e arpa – il tema principale. Korzeniowski non ricerca conflitti fra le parti, né sembra preoccuparsi troppo di variare il materiale melodico, se non in termini di associazioni timbriche e di stili formali, a volte bizzarramente accostati, come nel danzante e nevrotico “I will follow you”.
Questo compositore possiede comunque doti inventive ed evocative notevoli, qui solo in parte emerse dato il postulato iniziale di una ripetitività calcolata e funzionale all’approccio “complice” ma nel contempo razionalistico della regista alla vicenda raccontata: ciò porta Korzeniowski talvolta ad ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo, come in “Abdication”, di nuovo un temino quasi infantile per pianoforte ripetuto e gonfiato dall’orchestra sino ad improbabili vertigini concertanti. I prediletti archi tornano in primo piano nel tremolo che sostiene il nuovo assolo di “Six hours”, struggente tema di fattura più articolata rispetto ad altri, e nell’inconsolabile, quieto fraseggio di “Brooklyn faces”, dove si capisce bene come siano il colore e il calore quasi fisici del suono, l’impasto dei vibrati, l’energia degli attacchi (si faccia attenzione qui al violoncello e al furibondo agitarsi della parte finale), l’incessante labirinto degli arpeggi a costituire di per sé il paesaggio emozionale ricercato.
Momentaneamente abbandonati gli strumenti a corda, l’elegante “Evgeni’s Waltz” per piano solo, con un sapore alla Satie, prelude ad un successivo movimento di valzer, per viola e piano, in “Satin birds”, dove il tema del solista, dal percorso  melodico incerto, offre una cantabilità esasperata e costruita con un fraseggio squisitamente ottocentesco, incline al più scoperto sentimentalismo. Una ulteriore variazione sul leit-motiv per piano e archi, peraltro rigorosamente allineata sulla coazione a ripetere che è il DNA della partitura, anima “Letters”, in cui l’elemento variativo viene introdotto dal contrappunto del cello solista, ma senza che l’intelaiatura armonica ne sia minimamente compromessa. Ed è forse questo il fattore che, al di là della confezione formale deluxe, ingenera alla lunga un certo senso di monotonia: anche il sontuoso “Dance for me Wallis”, impreziosito da ornature pianistiche e da virtuosismi dei solisti, nonché surriscaldato da una strumentazione particolarmente avventurosa, non si scosta da questo assetto.
La regista ci offre in chiusura il suo personale contributo con “Masterpiece”, scritto da Madonna insieme a Julie Frost e Jimmy Harry, brano che appartiene al suo stile anni ’90 e che appare idealmente dedicato all’oggetto d’amore come “capolavoro”. Ma per quanto riguarda Abel Korzeniowski, la cui “cassetta degli attrezzi” appare senz’altro più fornita di quella di molti suoi colleghi, si resta in attesa – e lo dirà il tempo - di capire se siamo dinanzi ad un compositore per tutte le stagioni, capace di mimetizzarsi dietro qualunque stile o “scuola”, oppure di un talento superiormente originale, straordinariamente duttile e in possesso di un governo dei materiali e dell’ispirazione che risale ad epoche gloriose dell’Ottava Arte.

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