True Grit

cover_true_grit_burwell.jpgCarter Burwell
Il Grinta (True Grit, 2010)
Nonesuch Records 526752
20 brani – Durata: 35’05”

E’ probabile che il western sia oggi uno dei generi più difficili cui applicarsi musicalmente, senza voler ricadere tra il citazionismo più smaccato (che può anche essere parodistico e allora utile, si pensi al Silvestri di Pronti a morire o Ritorno al futuro III) o un vintage piuttosto melenso. Nella sua ormai pluridecennale collaborazione con i Coen Brothers, Carter Burwell ha imparato ad adattarsi con la sufficiente dose di autoironia e controllo su tutti i generi musicali e le diverse committenze degli imprevedibili fratelli di Minneapolis. Non gli serve quindi correlarsi in alcun modo alla adrenalinica e fiammeggiante partitura che Elmer Bernstein regalò nel 1969 al film originale di Henry Hathaway con John Wayne. Sin dalla ballata, inequivocabilmente “western”, per pianoforte di “The wicked flee”, che costituirà il nucleo leitmotivico preponderante dello score, per proseguire con l’ariosa tessitura per archi di “River crossing”, in alcuni dettagli di strumentazione (il clarinetto e l’oboe che dialogano con il corno solista in “Talk about suffering”), è evidente che per Burwell non si tratta di tappezzeria riesumata da qualche cassetto di vecchi film ma di rivisitare modernamente un clima crepuscolare, nel quale le procedure armoniche e strumentali, il fraseggio, l’eloquio che rendono inconfondibili (e facilmente imitabili) le sonorità caratteristiche del western vengono sussunte come oggetto d’indagine nostalgica, fantasma di glorie passate magari attraverso semplici frammenti (“We don’t need him do we?”), e in cui persino le circostanze più convenzionali (il pianino da saloon, “Fasther’s gun”) sono assorbite e incorporate in un lirismo autoconsapevole e autoironico, sorvegliato e sorridente. D’altronde Burwell, che è musicista dei nostri tempi e dall’eclettismo tanto vasto quanto controllato, sa anche mutare improvvisamente clima con le repentine immobilizzazioni degli archi e le subitanee, aggressive e incombenti esplosioni degli ottoni di “A Methodist and a son of a bitch” e “A Turkey shoot”, dove ogni concessione per così dire ad un “cassetto musicale” preesistente si polverizza (i flautandi degli archi e le percussioni anche elettroniche del secondo brano). Lo score smarrisce infatti ben presto qualunque tentazione nostalgica quando Burwell incorpora materiali tematici caratteristici del genere in un’orchestrazione modernissima e inquietante, fatta di suoni fissi e vitrei (“Taken hostage”), anche se il piacere di riprendersi una squillante e accecante fanfara, magari per spegnerla subito in due linee di violini divisi e discendenti, si fa ben ascoltare in “One against four”, proprio mentre uno spettrale pianoforte accenna il motivo principale su un tappeto di accordi “morti” degli archi. Non per nulla siamo pur sempre in un film dei Coen, dove l’humour nero (talvolta anche senza humour) finisce sempre alla lunga col prevalere: e “The snake pit”, brano di largo impiego dell’elettronica con l’ausilio di un drammaticissimo ruolo degli archi, lo attesta, malgrado la coda più convenzionale e conciliante. “Ride to death” riprende, in una classica versione per piano e archi, lo struggente leitmotiv di “The wicked flee”, mentre anche “I will carry you” prepara il terreno ad un congedo elegiaco e ricerca colori più tradizionali. E tutta pianistica e sommessa è la conclusione di “A quarter century” e “The grave”, in un clima di rasserenata pacificazione con un genere, una mitologia, un prezioso forziere di archetipi – anche musicali – dei quali Burwell dimostra di possedere la chiave ma anche di non voler in alcun modo abusare.

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