18 Mar2011
Balada Triste De Trompeta
Roque Baños
Ballata dell’odio e dell’amore (Balada Triste De Trompeta -2010)
Milan Records 399 346-2
17 brani di commento più una canzone – Durata: 61’56”
Con de la Iglesia il compositore originario di Jumilla (Murcia) ha ormai lunga consuetudine, ma questo è il risultato forse più eclatante della loro collaborazione. E’ un uragano sinfonico tenuto costantemente sopra le righe quello che si abbatte sull’ascoltatore, ma con riferimenti precisi e densissimi: se l’allegro impetuoso con il moto tellurico di celli e bassi di “North Station Battle” declina immediatamente le generalità classiche del musicista, il fraseggio wagneriano, quasi tristaniano degli archi in “Dad Priest” enuclea fonti d’ispirazione molto alte e dichiaratamente tragiche. E’ infatti una tragedia iperbolica anche sonora quella che si sviluppa nello score, con un primo leit-motiv, che potremmo chiamare “del Clown”, strascicato e cromatico che affiora e preme per esplodere in corni, tuba e tromboni in “Revenge” e che diventerà la chiave di volta dell’intera partitura, unitamente allo staccato degli archi che lo contrappunta. L’asso nella manica di Baños è, lo si intuisce immediatamente, la sapienza della strumentazione e l’arte della variazione assunta a cifra espressiva: si ascolti come questo primo leitmotiv viene grottescamente variato da fagotto, clarinetto e corno inglese in “Circus Freaks”, su una ritmica mossa che assume ben presto la valenza di una danza macabra, specie quando a riprendere la linea melodica sono, con una rara felicità di fraseggio, gli archi. E sono sempre gli archi ad esporre subito dopo il secondo, più autenticamente disperato, tema d’amore per semitoni discendenti, forse una delle più alte invenzioni leitmotiviche degli ultimi anni, suscettibile anch’esso di varianti e modulazioni (di disarmante bellezza la sua esposizione nel tremolo dei violini sempre in “Circus Freaks” e il cantabile accorato di “Love at park”), magari mentre sullo sfondo incalza una cupa percussione militaresca. La banalità è il nemico n.1 del musicista spagnolo, le cui soluzioni espressive passano sempre attraverso il pieno sfruttamento delle risorse orchestrali, con palesi reminiscenze herrmanniane (appunto “Love at park”) e momenti di pathos (il secondo tema ripreso e troncato in crescendo dagli ottoni) pressoché insostenibili. E’ un paesaggio sonoro, il suo, continuamente mutante intorno a poche cellule precostituite: sorprende anzi positivamente trovare oggi compositori ancora così capaci di lavorare intorno a materiale tematico “forte”, sull’onda di una fantasia travolgente che usa mezzi apparentemente convenzionali ma estremizzandone la funzione comunicativa. “The terrible dream” ad esempio è una pregevole pièce scissa tra una prima parte in cui il love theme è assediato da oscuri presagi di ottoni, poi esposto oniricamente da una voce sopranile raddoppiata dagli archi; ed una seconda parte di pura thriller music intarsiata di pizzicati, tremoli, note basse del piano, striscianti dissonanze dei legni, insidiose sordine degli ottoni, che la chiudono infine in un clima luttuosamente severo. Un piccolo-grande trattato di strumentazione. L’alternanza tra accensioni ritmiche spasmodiche e rielaborazione dei due motivi conduttori è di nuovo assaporata in “Escapes”, dove il rimbalzo tra pianoforte percosso e frusta, i timpani e il tremolo degli archi sullo sfondo, sortisce effetti sensazionali. Horror music del tutto sui generis è invece “Hidding in the forest” in cui subentrano un coro misticheggiante, una inquietante frase atonale di celli e bassi all’unisono e minacciose tube wagneriane, per chiudersi al ritmo militaresco dei “Titles” seguiti dagli agghiaccianti “flautandi” dei violini su tre rintocchi di percussione e piano. La “escape music” – come si vede Baños enuclea i temi dalle situazioni strettamente cinematografiche, pur addivenendo a situazioni squisitamente musicali e autonome – concitata e sussultoria degli archi torna in “Encounters Javier”, che in coda sfoggia effetti di glissando dei tromboni e filamenti spettrali dei violini prima di far esibire all’oboe, con desolata disperazione, il love theme. Rigorosamente eseguiti in ordine cronologico, i tracks precipitano rapidamente verso l’apocalittico ma anche grottesco epilogo, preludiato dal violento, stravinskyano “Way to the Fallen Valley”, centrato essenzialmente su cellule della “escape music”.
I tre lunghi brani conclusivi si aprono con il più ampio “Climbing up the Cross”, che in pratica assembla e congiunge i tre leitmotiv: alla “escape music” fa seguire una lugubre enunciazione per ottoni del tema del Clown e poi si distende con un febbrile lirismo nel love theme, appena prima di far ingaggiare all’orchestra un’autentica battaglia con percussioni scatenate, ottoni ribattuti dove comunque dominano i corni e poi i tromboni nell’ululare imperiosamente e in progressione armonica ascendente e incombente il tema del Clown. Ed è da una cellula di questo, distorta da sordine e martoriata dalle percussioni, che si riparte in “Fighting for her love”, dove la perizia compositiva di Baños tocca forse il proprio vertice soprattutto nel virtuosismo strumentale richiesto all’intera sezione dei fiati e nella disperata, urlata esposizione del love theme dai corni prima e poi dal “tutti” con il raddoppio del soprano, in una vera e propria estrema elegia funebre. Il sigillo a questo meraviglioso score è posto da “Final tragedy”, un rigoroso, emozionante 2/4 degli archi che precede la mesta versione per piano solo del tema del Clown.
Una “palette” di emozioni e di idee musicali, questa di Baños, che ha tutte le stimmate e la forza di una vera e propria lezione di stile e di creatività, aggressiva e insieme straordinariamente toccante, nelle acque troppo spesso stagnanti di molta musica per film contemporanea, preoccupata più di “esserci” genericamente ma ad ogni costo che non di riuscire a farsi ascoltare interagendo con le immagini.