04 Mar2011
Resident Evil: Afterlife 3D
Scritto da Roberto Pugliese . Pubblicato in Cinema
Tomandandy
Resident Evil: Afterlife 3D (Id. - 2010)
Milan 399 338-2
20 brani – Durata: 43’32”

Attivi sin dai primi anni ’90, il texano Andy Milburn e il canadese Thomas Hajdu sono due “creativi” del suono uniti dalla passione per le nuove tecnologie e per la computer music che, coscienziosamente, hanno applicato e applicano indifferentemente a cinema, tv, pubblicità e soprattutto videogames. L’intrattenimento digitale è la loro area di specializzazione, e la musica – compresa quella per film (
Killing Zoe,
Le colline hanno gli occhi e lo straordinario, allucinato paesaggio sonoro di
Arlington Road sono fra le loro fatiche) – non costituisce che una parte, per quanto cospicua e importante, della loro attività.
La tavolozza hi-tech messa a punto per il quarto e tridimensionale capitolo della saga interpretata da Milla Jovovich è in questo senso un test decisivo di sperimentazioni e di alchimie elettroniche, che per dichiarazione esplicita del duo si discosta molto dal cupo e aggressivo ma tutto sommato convenzionale “satansinfonismo” del primo capitolo a firma Marilyn Manson-Marco Beltrami. “Tom and Andy” dicono di essere stati esplicitamente sollecitati dal regista Paul W.S.Anderson ad abbandonare qualunque spunto tradizionale o tentazione acustica per gettarsi nella ricerca di un suono alieno, distorto, corroso, virtuale e parallelo alla realtà. Forti di questo input e con il contributo fondamentale del chitarrista Wes Borland, Tomandandy danno qui fondo a tutto il repertorio del digital sound cercando – e sovente ottenendo – un effetto di contrasto fra atmosfere sospese, siderali e vitree, e incursioni al calor bianco, con esplosioni violente e temperature roventi non estranee al più genuino “heavy&dark metal” (gli stacchi di “AxeMan” basterebbero a confermarlo). Forse ripetitivi ma mai banali e sicuramente molto abili, i due tecnocompositori si confermano rockettari sfegatati (“Party”) ma anche sapienti suscitatori di architetture sonore fuori dal comune, persino quando citano alla lontana il primo John Carpenter musicista o utilizzano (parsimoniosamente) l’effetto-coro (“Tokyo”). Alcune escogitazioni timbriche (le percussioni a riverbero continuo di “Exit”, i sibili lunari di “Far”) lasciano effettivamente ammirati, così come l’ombra di uno spettrale e liquescente lirismo che fra echi, rimbombi e rintocchi affiora in “Memory”. Difficile comunque isolare momenti singoli in uno score che somiglia pericolosamente ad un sottofondo, anche se vi emerge un elementare spunto leitmotivico basato su due note discendenti, con il quale si apre la finale “Resident Evil Suite”: degna e tellurica ricapitolazione di materiali artificiali e/o geneticamente modificati, apoteosi sonora di un metodo di lavoro che non è certo adatto a tutti i gusti né a tutte le stagioni, ma nel quale i Tomandandy, uomini-orchestra di un mondo virtuale, si dimostrano senz’altro maestri difficilmente eguagliabili.
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