04 Feb2011
Unstoppable
Scritto da Roberto Pugliese . Pubblicato in Cinema
Harry Gregson-Williams
Unstoppable – Fuori controllo (Unstoppable, 2010)
La-La Land Records LLLCD 1160
13 brani - Durata: 42’22”
Il sodalizio fra Gregson-Williams e gli Scotti Bros., con una corsia preferenziale per l’adrenalinico Tony rispetto al solenne Ridley, è ormai consolidato nel tempo (
Man on fire,
Nemico pubblico). Va anche detto che fra tutti i volenterosi e numerosi emuli di Hans Zimmer, il quasi cinquantenne compositore – britannico come il suo modello - è tra coloro che hanno forse sviluppato una via più personale allo “Zimmer touch”.
Ad esempio, nel miscelare i reparti orchestrali – imponenti – col suono elettronico, delegando se così si può dire al secondo l’elemento dinamico, sussultorio, e riservando ai primi (l’orchestra qui è formata esclusivamente dagli archi) il non facile compito di avvolgere pagine sonore spesso molto anticonvenzionali in una trama armonica e sinfonica maestosa. Lo score del nuovo film di Tony Scott, basato sul tòpos ormai irrinunciabile dell’”oggetto-in-corsa-folle-che-nessuno-può-fermare”, è un ulteriore esempio calzante di questo stile, anche se il ruolo dell’elettronica è dilagante e spesso ai limiti dell’effetto sonoro puro (“Playing chicken with trains”). Il lavoro di masterizzazione digitale di James Nelson alla Digital Outland di Tacoma, Washington, si rivela in tal senso decisivo per l’ottenimento di una serie di effetti soprattutto percussivi (il pirotecnico “The Stanton curve”), tellurici, brutalmente techno con incursioni metallare, riverberi, deflagrazioni improvvise, inserimenti repentini di linee melodiche frastagliate e subito interrotte (“Are you in or are you out?”). Ma è quando i due aspetti, strumentale ed elettronico, si fondono nel rispetto reciproco (l’iniziale, misteriosa, sospesa “Stanton, PA”), con l’intenso impasto degli archi a fronteggiare il rollìo metallico dei software, che i risultati si fanno più interessanti. Spunta persino, in “Frank barries”, una larva leitmotivica prima nei violini poi nei celli basata su una frase triste e pensosa, che torna – continuamente interrotta e su uno sfondo incessantemente pulsante – in “Willi’s story” e altrove: per Gregson-Williams, che non è certo un compositore da “motivi conduttori”, è abbastanza una novità. Naturalmente il rischio di operazioni simili, in questo tipo di produzioni, è che la parte musicale diventi letteralmente “colonna sonora”, ovvero una “colonna rumore” appena un po’ più elaborata e sofisticata degli effetti puri e semplici. Anche perché il compositore qui sembra cedere più volentieri che in altre circostanze alla tentazione di trasformarsi in un mero quanto abile “programmer” (“Not a coaster”), e ciò malgrado la parte orchestrale non sia meno curata e coordinata di quella computerizzata: tra l’altro l’opzione di espellere dall’organico gli strumenti a fiato dà alla partitura un colore cupo, una patina lirica toccante, e ottimamente in conflitto con il “lato oscuro” dello zimmerismo, diretto e indiretto. Che rimane tuttavia, e purtroppo, quello di affidarsi troppo spesso e troppo volentieri a canoni ritmico-timbrici precostituiti, e camminarvi sopra ininterrottamente senza preoccuparsi eccessivamente di eventuali incroci e/o possibili svolte…
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