22 Dic2010
Le depart/Bariera
Krzysztof Komeda
Il vergine (Le depart, 1967)/Barriera (Bariera - 1966)
Harkit Records HRKCD 8338
32 brani – Durata: 65’09”
Ma Komeda fu anche prezioso e innovativo collaboratore di altri registi compatrioti e nello stesso intimamente apolidi e “nouvellevaguisti”, quale ad esempio il veterano Jerzy Skolimowski (classe 1938). E questo prezioso CD della Harkit (il cui catalogo annovera anche gli “score” di Rosemary’s Baby, Il coltello nell’acqua e Cul de sac -1966) ne documenta il sodalizio attraverso due soundtrack diversissimi per film altrettanto differenti: Le départ (1967, girato in Belgio e tradotto in italiano con il titolo particolarmente imbecille de Il vergine) e Bariera, girato in patria, dell’anno precedente. Le départ è sostanzialmente una commedia grottesca incentrata sul personaggio interpretato da Jean-Pierre Léaud, all’epoca attore feticcio e alter ego di François Truffaut (l’Antoine Doinel “nato” con I quattrocento colpi), un parrucchiere per signora ossessionato dalle auto da corsa e apparentemente disinteressato – sino a ombre patologiche - al sesso femminile. E’ un personaggio estremizzato e caricaturato, come spesso accade nei film di Skolimowski, al quale Komeda – che era un compositore con fortissima vena di humour nero – associa “gruppi” di interventi contratti e secchi, in cui il suo talento jazzistico sembra implodere disordinatamente nel più puro stile “free” (“Chaque heure est un départ” 1 e 2, che contengono anche l’unico embrione di leit-motiv, un tema ansioso e ansimante ma irrisolto), attraverso agglomerati sonori che si fanno e si disfano in totale apparente anarchia, non senza citazioni esplicite milesdavisiane (“Les trucks du miroir”), grazie anche ad un formidabile gruppo di musicisti di cui facevano parte – e scusate se è poco – il sassofonista Gato Barbieri, il trombettista Don Cherry, il pianista René Urtreger (non a caso presente anche nell’indimenticabile score di Davis per Ascensore per il patibolo di Louis Malle, 1957) e la vocalist Christiane Legrand, sorella del grande Michel. Che si tratti di jazz grottesco, distorto in un atteggiamento quasi beffardo, è comprovato anche dalle dissonanze violente contrapposte ad un ritmo di marcetta ossessivamente ripetuta in “Le défile”; ma nel temperamento slavo di Komeda occhieggiavano anche tensioni d’avanguardia (gli archi cantilenanti e spettrali e le percussioni di “Salon de l’auto”) ed una malinconia sottesa, che affiora ad esempio nella mestissima coda per archi e piano di “Le scooter et le tramway”. Curiosità in più del CD è quello di mescolare, nei tracks, pezzi di dialogo originale alla musica, così da rendere ancora più vivo il senso di eccentricità e di antinaturalismo centrifugo dei personaggi e della vicenda.
Totalmente diverso il climax di Barriera, che porta Komeda su un fronte di classicità molto composta (gli archi severi e malinconici del brano n.16, ripresi nel n.21 e nello splendido assolo per cello del n.25: la suite, di ben sedici brani, non porta però i titoli dei singoli tracks). La storia mescolava i personaggi e il loro girovagare sentimentale (uno studente che s’innamora nella notte di una conducente di tram) sullo sfondo di una Varsavia pasquale tra secondo dopoguerra e realismo socialista. Un clima “sospeso” perfetto per l’eclettismo komediano, che include toccanti corali (brano n.19), rivisitati anche jazzisticamente (n.20), o un gioiello di intimismo cameristico come l’assolo per archi e piano del n.22 ben presto virato in una sorta di danza smagata e senza meta: per non parlare della straziante melopea per sax di Gato Barbieri (n.23), vagamente memore di echi rotiano-felliniani, e del vitreo, ipnotizzante gioco pianistico del n.27.
In sintesi Le départ e Bariera documentano con bella evidenza tutto il talento precocemente stroncato di questo musicista così europeo eppure così “libero”, i cui mosaici sonori metafisici e surreali percorrevano e accompagnavano, attraverso un insieme di stili e di linguaggi a contrasto, le più interessanti e moderne inquietudini del cinema europeo di quei formidabili – e lontanissimi, ahinoi – anni.