Emanuelle Movies

Nico Fidenco
Emanuelle nera (Black Emanuelle, 1975)
Beat Records CDCR101 LTD SERIES
32 brani di commento, 2 canzoni – Durata: 1h 15.16”


Nico Fidenco
Emanuelle nera – Orient Reportage (Black Emanuelle Goes East, 1976)
Beat Records CDCR103 LTD EDITION
20 brani di commento, 1 canzone – Durata: 49.42”


Nico Fidenco
Emanuelle nera in America (Emanuelle in America, 1976)
Beat Records CDCR 102 LTD SERIES
15 brani di commento, 11 canzoni – Durata: 1h 6’10”


Nico Fidenco
Emanuelle – Perché violenza alle donne? (Emanuelle Around The World, 1977)
Beat Records CDCR 104 LTD EDITION
31 brani di commento, 2 canzoni – Durata: 1h 16’53”


Nico Fidenco
La via della prostituzione (Black Emanuelle in Africa, 1978)
Beat Records CDCR 106 LTD EDITION
22 brani di commento, 3 canzoni – Durata: 58’39”

La meritoria Beat Records di Daniele De Gemini si rivela ormai una inesauribile miniera nella riscoperta di quei soundtrack del cinema italiano quasi essenzialmente degli anni ’70 considerati “minori”, perché legati spesso a produzioni di serie B – e lettere successive… - ma dei quali si è spesso sottovalutato il fortissimo carattere sperimentale e laboratoriale (si pensi a certo Morricone…), dovuto proprio all’estrema libertà formale ed espressiva che la modestia dell’apparato narrativo, produttivo e visivo consentiva ai compositori.
Si tratta, ovviamente, di navigare tra generi “trash” (o “cult”, dipende dai gusti), spesso tra sottoprodotti, detriti di western o thriller, tentativi di erotismo soft-core d’autore (il mitico Joe D’Amato-Aristide Massaccesi), pamphlet ideologici filosessantottini e poliziotteschi dichiaratamente neofascisteggianti. E di cogliere, negli spunti musicali spesso variegatissimi, la pirotecnica disponibilità e fantasia citazionistica di alcuni nostri compositori, a loro volta considerati “minori” o “impropri”, che in queste fatiche non di rado diedero il meglio di sé.
Il caso di Domenico Colarossi, meglio noto come Nico Fidenco (Roma 1933) è in tal senso paradigmatico di un’epoca e di un genere. Cantautore e interprete-colonna della RCA degli anni ’60, timbro raffinato e incline al falsetto (fu soprannominato “voce d’angelo”), sorta di “crooner” romantico per adolescenti da spiaggia, Fidenco conobbe un enorme momento di popolarità all’epoca di “Legata a un granello di sabbia” ma tenne sempre il cinema come punto di riferimento per la propria attività, prestando la propria voce delicata e flessibile a canzoni conduttrici di film di successo come I delfini di Francesco Maselli, Il mondo di Suzie Wong, Il papavero è anche un fiore, La ragazza con la valigia e numerosi altri.
Negli anni ’70, un po’ come sarebbe accaduto a Pino Donaggio, Fidenco vide la propria popolarità cantautoriale declinare e si dedicò intensivamente alla composizione di musica per film, tenendosi però stretto – a differenza del maestro veneziano – ad una produzione ultrapopolare, di genere, spesso di sottogenere, senza disdegnare nemmeno l’hardcore (Porno Holocaust, 1981, Joe D’Amato), ma dilagando soprattutto nella commedia erotica, nello spaghetti-western (All’ombra di una colt, 1966, Gianni Grimaldi), nel poliziesco.
Fidenco è un compositore poliedrico e polistilistico, in grado di padroneggiare una tavolozza ampia di suggestioni pop e citazioni esotiche. Gli fu dato modo di dimostrarlo con la serie di Emanuelle nera, otto film (Fidenco lavorò su sei) diretti tutti, tranne il primo, da D’Amato, più un’indefinita serie di titoli diciamo così “apocrifi” dedicati al personaggio della fotoreporter Mae Jordan detta Emanuelle, interpretata dalla statuaria venticinquenne indonesiana Laura Gemser: si trattava di una specie di “spin off” non esplicito dell’altra Emmanuelle, quella con due “m”, incarnata da Sylvia Kristel nei film tratti dai romanzi erotici di Emmanuelle Arslan. La Black Emanuelle veniva in questi copioni spedita ai quattro angoli del mondo per realizzare, generalmente senza eccessivo guardaroba addosso, i reportages più “estremi” finendo regolarmente in mezzo a stupri, cannibali, torture, violenze collettive e situazioni le più disdicevoli dalle quali usciva però regolarmente vittoriosa e più sexy di prima.
Fu una serie, almeno fino ai primi anni ’80, di enorme successo commerciale e la raccolta della Beat offre ora, in edizioni preziose e limitate, le partiture dei cinque film più celebri (manca all’appello Emanuelle e gli ultimi cannibali), tutte orchestrate e dirette da Giacomo Dell’Orso tranne Emanuelle nera, alla cui strumentazione e direzione attese personalmente l’autore. E’ un caleidoscopio di colori, voci (costante e ricorrente l’uso di cori e solisti, su testi dello stesso Fidenco), echi d’altri lidi e lampi di un’era pop che ci appare oggi remotissima, sul quale brilla l’onnipresente e carezzevole “Emanuelle’s theme” di Emanuelle nera, rimbalzato fra cori, archi, fiati e percussioni. Ciò che sorprende parecchio in questi scores, soprattutto il primo, è la padronanza totale di fonti etniche lontane (“Wild strength”) inserite in una ritmica spesso incalzante, diretta e primordiale. Proprio il cosmopolitismo insito nella serie portava il musicista romano ad attingere alle fonti ispirative più eterodosse e musicalmente centrifughe, mantenendo stabilmente al centro la propria vena smagata e dal melodismo confidenziale ma lievemente ossessivo, iterativo (“A picture of love” da Perché violenza alle donne?), strutturato secondo uno schema variativo ricorrente e affidato a organici non vastissimi, dove tuttavia la divisione dei compiti è netta: agli archi la funzione leitmotivica nella quale è riconoscibilissima la vena malinconica di Fidenco, a percussioni e fiati una funzione quasi “sperimentale” che emerge soprattutto nei capitoli più violenti della serie, come Orient Reportage e La via della prostituzione. In quest’ultimo ad esempio, la vena pop sconfina quasi nel rock d’epoca (“Sweet disco funky”) o in incursioni jazzistiche anche piuttosto aggressive, configurando un “sound” psicologico che si disegna secondo le linee dell’”easy listening” pur senza sottrarsi a brusche impennate o cupe modulazioni di colore timbrico. In Emanuelle in America sorprendono alcune sapienti premonizioni sull’elettronica in chiave nettamente avanguardistica (batteria, fiati, archi e riverberi più effetti in “Emanuelle in America sweet”) oltre a dialoghi strumentali (chitarre, flauti) opportunamente distorti e resi fantasmatici (“Spellbound”, titolo che a tutti i ròzsiani farà venire un soprassalto!...).
Quello che emerge dall’ascolto comparato dei lavori, non tutti di qualità omogenea ma accomunati senz’altro da uno stile creativo unitario, è il miracoloso eclettismo di Fidenco nel variare alcune idee di fondo, sia tematiche che strumentali, su situazioni filmiche sostanzialmente ripetitive e non esattamente entusiasmanti, collocando ciascuna nel proprio contesto e non rinunciando mai, nemmeno per un secondo, a ricercare soluzioni inedite e accostamenti anche conflittuali in temerario bilico fra uno stile da juke-box e un melting pot musicale incredibilmente moderno per quei tempi.