Sans Laisser De Traces

cover_sans_laisser_traces.jpgChristophe La Pinta
Sans Laisser De Traces (2010)
Colosseum (CST 8140.2)
25 brani – durata: 49'00''

 

Una miscela di sonorità elettroniche rarefatte e a volte sin troppo depauperate è la cifra di questa colonna sonora appena uscita in Francia. In base ai crediti di copertina, la musica è tutta eseguita dall'autore Christophe La Pinta – quarantaduenne con diversi lavori per il cinema d'oltralpe e soprattutto per la televisione – anche se un certo contributo è dato dall'Orchestre Royal de Chambre de Wallonie ASBL, che in verità avrebbe meritato senz'altro uno spartito ben più tradizionale e succulento. La musica si configura infatti come un pastiche sonoro dominato dai suoni aggressivi dell'elettronica paranoica e nonsense alla Jean Michel Jarre, con la compagine belga purtroppo ridotta a riserva di campioni d'archi ripetuti e alterati timbricamente. Solo in alcuni casi emerge qualcosa di veramente sinfonico, destinato però a rimanere sepolto nella materia artefatta del mixaggio che privilegia i sinth deformati. Ma andiamo con ordine. “Generique”, brano d'apertura con un riconoscibile tema principale, è l'emblema di un lavoro che oscilla tra lato oscuro e patetismo, simbolizzati rispettivamente dalle torbide atmosfere atonali e graffianti con la chitarra elettrica in primo piano, e le sospese melodie all'arpa e alle percussioni cromatiche (concessione non troppo velata ai cliché di genere). In “Clemence”, “Fleur” e “Clemence s'en va” si persegue quest'ultimo espediente con risultati apprezzabili (in termini di ascolto assoluto) rispetto a tutto ciò che l'autore deciderà di demandare alle tastiere. Infatti questi temi sono eseguiti con organico acustico di chitarra, pianoforte, arpa e percussioni cromatiche, quindi accompagnati da un piacevole sottofondo di archi live e pad sintetici che dimostra le capacità di arrangiamento di La Pinta a confine tra acustico e sintetico. Il brano che esprime meglio tale approccio è forse “Le restaurant / la garçonnière” (che ricorda da vicino i recenti album di Ludovico Einaudi) anche se non va dimenticato il notevole impatto dell'orchestra nella coda di “Petit-dejeuner”, quasi interamente acustica. Ma ciò che irrita l'ascolto è, come dicevamo, lo spettacolo di numeri e numeri della playlist che sembrano assecondare solo il compiacimento dell'autore al caos musicale, oppure all'esasperazione didascalica del thriller di matrice psicologica. Nella parte finale l'album inanella finalmente una scaletta più godibile grazie alla maggiore durata delle tracce e al ritorno dell'orchestra live. “La lettre / Clemence” è indicativa del pathos che l'autore è in grado di irradiare da uno spartito classico e l'impressione è ulteriormente confermata dalla traccia di chiusura “Generique de fin”, una suite di oltre cinque minuti arricchita da una voce femminile “fuori serie”. Insomma, una OST poco caratterizzata nonostante il potenziale sul tappeto.

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