Brooklyn's Finest

cover_brooklyns_finest.jpgMarcelo Zarvos
Brooklyn's Finest (2009)
Colosseum VSD (CVS) 7014.2
18 brani – durata: 58'08''

 

L'atmosfera di questa OST firmata dal brasiliano Marcelo Zarvos è quella di un denso poliziesco, con pochi margini per una libera reinterpretazione autoriale ma al tempo stesso una encomiabile aderenza al riferimento di genere che appagherà gli appassionati. Una predilezione per gli archi e in generale per le orchestrazioni sobrie è il trait d'union della partitura, che fa appello alle vibrazioni gravi dei contrabbassi e dei violoncelli per materializzare una New York periferica e decadente, a discapito della tendenza oggi sempre più diffusa a fare uso di una strumentazione elettronica d'effetto per sopperire alla dieta di idee. Il brano di apertura, che espone in crescendo un tema ellittico strutturato su interessanti modulazioni, è scandito nella parte finale da un'aggressiva miscela di percussioni e chitarra elettrica, che trova nella successiva “Let's Go For A Ride” una manipolazione del tema principale. Ma tali espedienti “psichedelici” e d'azione, che si ritrovano anche in “The Raid” e altrove, sono caratteri marginali dello score, che trova invece la sua ragion d'essere proprio in movimenti iterativi ed essenziali come “Twenty Years Of Days”, “Halloween At The Academy”, “Sal's Dilemma”. Come nei migliori polizieschi, l'autore sfrutta il pianoforte nelle sue ottave più gravi sull'onnipresente tappeto di archi per regalare all'ascoltatore uno dei momenti più carichi di suspense (“Bodega”). A parte le variazioni dei temi già accennati che si ritrovano nei numeri successivi della scaletta, l'album offre un altro assaggio di quella cupa ambientazione accordale nella pur breve “Meeting At Diner”, mentre “Saint Michael's Prayer”, con il suo aspetto di definitività dato dai marcati d'archi, dalla sezione ritmica contaminata e dall'iterazione ossessiva del pianoforte, si configura come un altalenante movimento di ritmi tensivi e sottofondi gravi. L'autore procede anche ad un rimaneggiamento del leitmotiv principale, con un'esposizione a tratti quasi stucchevole e volutamente lapidaria che conferisce un senso di ciclicità e anche di smarrimento. Nel complesso, dunque, il lavoro di Marcelo Zarvos appare sufficientemente originale da incuriosire l'ascoltatore, ma anche solidamente ancorato ai riferimenti di genere. Tuttavia, il susseguirsi ripetitivo di temi e atmosfere drammatiche penalizza forse, a lungo andare, il loro impatto a livello emozionale, laddove la pellicola opera invece un eclettico mix di musica urbana, hip hop e classici del rock.

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