Silent Depths

cover silent depthsKristian Sensini
Silent Depths (2026)
KeyeStudioS
8 brani – Durata: 40’17”

<<Tutti i proventi derivanti dalla vendita di questo album saranno devoluti all’Edward Said National Conservatory of Music per sostenere progetti di educazione musicale e le attività sul territorio, in particolare quelli dedicati ai bambini e ai giovani>>. Questa l’intestazione di apertura del libretto del CD “Silent Depths” (letteralmente tradotto in italiano come “Profondità silenziose”) che il compositore Kristian Sensini (Provaci ancora Prof 6, Rocks in my Pockets, My Love Affair With Marriage), il quale non è nuovo a questi atti musicali originali altruisti di sensibilizzazione umana durante crisi mondiali dove a pagare sono innanzitutto gli innocenti e i più fragili, descrive in questo modo: <<Silent Dephts nasce da un’urgenza: rispondere attraverso la musica al costo umano della guerra, alla sofferenza dei civili – soprattutto bambini – e al pericolo che, insieme alle vite, vengano cancellate la storia, la cultura e la memoria del popolo palestinese>>.

L’album, che altro non è che <<una suite strumentale in otto movimenti per archi, flauto, pianoforte, sintetizzatori, sassofono e registrazioni ambientali>> – sempre dalle parole del suo autore – è concretamente una colonna sonora immaginaria che si spalanca con delicata violenza espressiva dentro le nostre menti distratte per porre l’accento su ciò che sta accadendo lì in Palestina, e renderci consapevoli, attivi e ragionanti, non egoisticamente menefreghisti perché non siamo i vividi protagonisti: la guerra rende protagonisti tutti, vicini e lontani, quando si guarda altrove e si pensa ignorantemente che Codesta non ci tange in prima persona; se siamo essere umani senzienti e sensibili allora non può non toccarci minimamente ciò che è avvenuto, sta avvenendo e avverrà ai palestinesi. Lo sguardo occidentale di Sensini a tutto ciò lo ha portato a comporre per “opporsi al silenzio e alla cancellazione attraverso ciò che sa fare: la Musica”, con un album da lui anche prodotto, mixato, suonato (pianoforte e synth) e masterizzato, supportato dalla presenze autoriale di musicisti palestinesi quali Ram Rabi al violino, Hanin Rjoub alla viola, Bettina Ezbedi al violoncello, Nader Turjman al flauto, Itai Kriss al flauto su due tracce e l’italiano Giuseppe Morgante al sax alto su un pezzo, con la supervisione e coordinamento delle sessioni orchestrali di registrazione di Izzeddin Said per la parte del RAM Ensemble.
Il CD si apre con il brano “Eternally Still”, una melodia minimale, dolorosamente stringente il petto, dalle parti di Michael Nyman, Philip Glass e Teho Teardo, che inizia il suo percorso con un violino che simula un allarme richiamante insieme quello dell’ambulanza e quello della contraerea, solo a rendere chiaro dove si sta andando a parare con l’ascolto di questo primo movimento, vocalizzato metallicamente e ancestralmente da una voce femminile che enuncia le parole <<Bunrning Flames Arise, Shadows Cloak the Silent Dephts, Night Eternally Still>>: un’elegia funebre che al contempo rattrista e ipnotizza, facendo riflettere e sentire quel male bruciante, straziante e brulicante di chi vive e muore sotto bombe, spari, intelligenza artificiale omicida e Potenze che si credono Dio in Terra ma sono esclusivamente Satana in persona. “Grasping at Shadows” è un bolero dal passo incerto ma deciso, per flauto, archi e piano, che cela nelle retrovie, parecchio sfumati, tratteggi armonici morriconiani provenienti da quei giallo/horror anni Settanta, così a condurre il pezzo ad una visione da oasi nel deserto in cui Ravel e Ennio danzano surrealmente a braccetto contornati da bimbi immobili, perché non più gioiosi e giocosi, soffocati come sono dagli atti criminosi bellici: è uno di quei temi che entrano pian piano sotto pelle e nel conquistarti ascolto dopo ascolto. “Fading Kafan” è una sospirante e asfissiante nel medesimo tempo melodia ricurva su se stessa in cui gli archi sono il perno ed effetti synth atmosferici e voci rubate dalla realtà, ma rese eteree, fanno da orrorifico controcanto; vi è un flauto che enuncia un tema che rende pur tuttavia l’insieme sedizioso e narcotico. “Fragments of a Reach” lascia in custodia agli archi un leitmotiv dal sapore antico, soavemente fanciullesco, quasi gioviale nel suo incedere barocco tra Vivaldi e Bach; nella seconda parte, con quelle voci femminee zampettanti, vira verso zone più oniriche e favolistiche alla Joe Hisaishi per Hayao Miyazaki. “Perpetual Reveries” ha nel canto delicato degli uccellini, nel vociare in strada di gente, in un abbaio di un cane, nel suono tipico che emettono i grilli, la base per un motivo per archi e poi flauto di valzeristica memoria vivaldiana, connessa al tal minimalismo glassiano che ne fa brillare, sentire e risaltare aspetti felicemente spiritosi e affabili. “The Stillness We Breathe” concede al sassofono di cantare, su archi taglienti e insinuanti un tappeto timbrico in levare sempre più graffiante, una melopea di ubriacante sofferenza che più sale di tono più urla vendetta, rabbia e tormento: una sorta di inno al contrario visto che solitamente – come riporta Wikipedia – “l’inno è una composizione poetica, spesso accompagnata da musica, che celebra divinità, ideali, nazioni o valori condivisi, esprimendo lode, esaltazione o devozione”, ma in questo frangente esaltazione di fortissimo abbattimento e dolore straziante che va detto, urlato e ricordato. “Swallowed Silence”, su base di canto di grilli, presenta archi vivaci, distraenti e sferzanti armonie danzanti. L’ultimo brano è “Through Her Eyes”, con voci gioiose di bambini e bambine sullo sfondo, che disegna una fremente melodia, seppur iniziando in maniera molto accorta e titubante, che via via è poeticamente intonabile e dolcemente candida come quell’innocenza tipica dei fanciulli in tenera età.

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