Colpo rovente & Il faro in capo al mondo & Il dio sotto la pelle

 cover colpo rovente saifam

Piero Piccioni
Colpo rovente (1969)
The Saifam Group COM475
27 brani – Durata: 64’41”

 cover il faro in capo al mondo saifam

Piero Piccioni
Il faro in capo al mondo (1971)
The Saifam Group COM455
20 brani – Durata: 73’25”



cover il dio sotto la pella saifam

Piero Piccioni
Il dio sotto la pelle (1974)
The Saifam Group COM454
20 brani – Durata: 59’53”

La musica del cinema, cioè quella di complemento alla settima arte e che eventualmente, in seguito, prenderà strade autonome, incisa su disco e/o eseguita in concerto – evento quest’ultimo ancora piuttosto raro -, è e rimarrà un mondo separato, distante dalle macroscopiche strategie promozionali e dalla fruizione massiva. Le eccezioni di partiture cinematografiche divenute patrimonio collettivo, alcuni titoli vendutissimi nei Sessanta-Settanta a nome Rota, Morricone, Ortolani, Cipriani, Lai ed altri, confermano la regola di un mercato distinto, liminare, di nicchia (a prescindere dal valore musicale, da vagliare caso per caso): scarse le copie messe in circolo, pochi gli utenti, pressoché nulla l’attenzione della critica.

Nondimeno, un mondo che ha acquisito un suo stato civile, una minoranza rappresentata e tutelata che resiste, una dimensione alternativa del fare ed ascoltare musica. Ci riferiamo ai compositori ‘specialisti’; ché poi, quando irrompono sulla scena esponenti del rock, cantautori etc. – gente anche validissima nel settore di appartenenza - vengono a crearsi ibridazioni rischiose, il gioco si fa scopertamente commerciale, ci si muove su di un terreno lubrico ed assai meno interessante in prospettiva cinemusicale. Ma, e i Goblin? si domanderà qualcuno. Ineccepibili, ma un’altra parrocchia.

Di un’ostinata vitalità sottotraccia sono spia le etichette dedicate di ieri e di oggi, talune di lungo corso, altre d’effimera durata. C.A.M., Cinevox, RCA Original Cast e serie SP, General Music, Beat, Gemelli, Edi-Pan, Ariete, Parade ed Eureka Parade, Sermi, Vedette, Duse, Pegaso, Carosello nel secolo passato. E poi GDM, Dagored, Screen Trax, Point Records, Digitmovies sino alle più giovani Four Flies e Saifam. Proprio quest’ultima da qualche anno ha aperto al settore rieditando materiali ormai fuori catalogo in duplice formato vinile e CD (codesto all’interno dell’LP): da Ultimo tango a Parigi di Gato Barbieri a Un tranquillo posto di campagna di Ennio Morricone, da Ehi amico… c’è Sabata, hai chiuso! di Marcello Giombini a Non si sevizia un paperino di Riz Ortolani. Non poteva mancare Piero Piccioni, colonna portante di molto cinema italiano (1) dell’età aurea. Ecco allora tre perle da rinverdire, Colpo rovente (Piero Zuffi, 1969), Il faro in capo al mondo (Kevin Billington, 1971), Il dio sotto la pelle (Folco Quilici, 1974): dove il musicista di Francesco Rosi e Alberto Sordi si esibisce nella sua camaleontica versatilità, adattando la sua pur sempre riconoscibile musica ai contesti più diversi, dal poliziesco all’avventuroso al documentario.

Colpo rovente si ambienta in una New York underground in un contesto di droga e mafia. Ci sono concessioni alla cultura psichedelica (tenute presenti nello score). Dirige lo scenografo Piero Zuffi alla sua prima ed ultima esperienza di regia (come scenografo aveva lavorato a lungo in teatro e poi nel cinema per Rossellini, Antonioni, Camerini, Fellini ed altri) (2). I crediti sono di tutto rispetto, con Ennio Flaiano cosceneggiatore, Franco Arcalli al montaggio, Pasqualino De Santis alla fotografia. Tra gli attori, uno sconosciuto (in Rete si trovano omonimi, non lui) Michael Reardon, le più familiari Barbara Bouchet (in parrucca nera), Susanna Martinkova, Isa Miranda, ed anche Carmelo Bene nel ruolo di un killer. 

Con Il faro in capo al mondo (The Light at the Edge of the World) ci muoviamo in piena avventura con un’isola in mezzo all’oceano e pirati cattivissimi. Una coproduzione fra Stati Uniti, Spagna, Svizzera e Liechtenstein, ispirata ad un romanzo postumo di Jules Verne e con un cast di peso: Kirk Douglas, Yul Brynner, Fernando Rey, Samantha Eggar; e i nostri Massimo Ranieri e Renato Salvatori.

Il dio sotto la pelle è curiosa commistione di documentario ecologista e mondo movie per la regia di Carlo Alberto Pinelli e Folco Quilici. Previsioni catastrofiche sul futuro del pianeta (già allora…), fuga dalla civiltà e ricerca di spazi alternativi e ‘sani’ (Africa, Polinesia, Nepal, un convento Zen in Giappone). I flani d’epoca enfatizzavano aspetti mostrati con ben altra sfrontata brutalità dai vari Jacopetti e Climati & Morra: “Alla ricerca dei misteri della vita, dell’amore e della violenza nel mondo!” (3).

Colpo rovente offre un bell’esempio di quel jazz “moderno, rarefatto e molto «italiano», ricco di contaminazioni e suggestioni” - come ebbe a definirlo Roberto Pugliese (4) - che è una cifra tra le più marcate del nostro compositore. Sotto la direzione sua e di Gianfranco Plenizio e con l’apporto di scafati solisti (Antonello Vannucchi, organo Hammond; Gianni Basso, sassofono tenore; Enrico Piana, trombone; nonché Piccioni al pianoforte) si dipana un percorso sonoro multicolore e panoramico dove la prospettiva di continuo muta e sorprende. Lo spumeggiante eponimo tema principale, udibile per esteso nelle tracce 1 e 27, parcellizzato altrove, apre con basso elettrico su fascia orchestrale (un orecchio attento potrebbe cogliervi qualche eco dei Pink Floyd: trattasi ovviamente di assonanze ideali), prosegue con assoli basso/batteria, culmina nell’esplosione dei fiati contornati dai liberi giochi del sax. Pagina bilanciata tra sospensioni (il preludio) e progressive accentuazioni ritmiche, vivace, solare e d’inconfondibile paternità. Il resto, cospicuo, si divide tra momenti lounge di piacevole leggerezza – qui pure l’impronta autoriale è evidente, solo lui riusciva a farli così -, affidati per lo più all’organo Hammond su sfondi campionati (“Acapulco”, splendido dialogo organo/piano, pagina di grande eleganza e finezza che la elevano rispetto alle formule standardizzate; “Eros”, con Hammond e chitarra spagnoleggiante), qualche shake (“Easy Dreamer”, “Acapulco shake”), intermezzi lirici ed un’ampia sezione tra lo psichedelico e il sospeso. Il maestro torinese offre poi prove del melodismo suo proprio in “Endless Love” e “Mexican Dream”: orchestra d’archi morbida e rarefatta, accenni ritmici discreti, un poco di sax, tocchi di evanescente malinconia che possono ricordare certe cose scritte per Sordi. Notevole l’impegno sul versante atmosferico, inteso a rendere l’alienazione da stupefacenti, mentre l’aspetto propriamente “giallo” rimane implicito, nascosto all’interno dei suoni vitrei e fluttuanti assecondati dal virtuosismo di Vannucchi e variati dagli interventi del basso, della batteria, del vibrafono, degli ottoni in un conglomerato di stilemi jazzistici, effetti elettroacustici, tremolii, masse caotiche, tentativi tematici lasciati in aria, vocalizzi corali: “Identikit”, “LSD”, la seconda parte di “Eros”, “Chinatown Drugs”, “Kintabù”, “Senza via d’uscita”, “L’occhio dell’uragano” sono pagine ad alto tasso onirico, marcano il distacco dalla realtà, originano ritmiche astratte, sfuggenti. Un frammentismo legato al contesto allucinatorio ma che finisce con l’azzerare la funzione mimetica caratterizzante la musica per il cinema. Qui poco vi è di ‘applicato’, di narrativo; un mondo piuttosto di suoni ‘puri’ che sfuggono alla trappola del commento naturalistico. Anche se, poi, tale magma può ben accompagnarsi – preterintenzionalmente - a sequenze di mistero, azione, suspense. 
La presente nuova edizione, con le note di copertina di Massimo Privitera (come anche per gli altri due titoli), fa seguito a quella super estesa (37 brani) della Quartet Records (5) ed offre un’ulteriore possibilità di ascolto di una colonna musica che può permettersi di volare al di sopra della contingenza cinematografica.

Un’isola ai confini dell’orbe terracqueo – Capo Horn, anche se le location sono spagnole (6) -, un faro per guidare i naviganti, pirati che lo manovrano per deviare la rotta delle imbarcazioni e saccheggiarle, paesaggio, torture e crudeltà varie, morte di innocenti con trionfo finale dei buoni, l’immancabile parentesi sentimentale: gli ingredienti del feuilleton d’avventura vecchia maniera ci sono tutti ne Il faro in capo al mondo. Il musicista si adegua al contesto ed elabora un classicismo vigoroso, quale può udirsi in “Ouverture”, “Main Titles”, “Finale & End Titles”, dove l’orchestra si dispiega con munificenza hollywoodiana nel protagonismo dell’intera famiglia degli archi ora gravi e maestosi ora dimessi ora in tremolo ora sospesi, rinforzati da incisivi interventi degli ottoni, variati dall’ingresso di corni e flauti. Partitura imponente ma controllata, disponibile anche al ripiegamento malinconico come in “Love Affair – Emily Jane’s Theme”, momento ‘amoroso’ proposto in cinque versioni delle quali una per organo solo eseguita dal compositore in persona. Si riprende un segmento già altrove udito, immerso ora in un bagno di note soffuse e sospese affidate a legni, celesta, archi sfumati. In “Discovering the Island” e “L’isola misteriosa” ci si apre al mistero, si affastellano corni, flauti bassi, contrabbassi, campanelli in un succedersi di sospensioni inquietanti. Si sfiora l’apocalittico in “Kongre” e “Kongre’s Attack” (orchestra in tremolo, cappa plumbea dei contrabbassi, fiati inquieti, isterismi di archi e trombe e tromboni), minaccia e tragedia dominano in “Jeux de Massacre” (attacchi dei tromboni su archi vitrei). In sintesi, una partitura dal ricco respiro sinfonico, e cinematografica nell’accezione migliore. Non è il Piccioni più noto delle sonorità urbane, delle brillanti ritmiche jazzate e swingate, delle bosse trascinanti; e neppure quello aperto alle dissonanze e ai suoni ‘concreti’. E però anche in questa veste più tradizionale non rimangono deluse le attese e si conferma una classe compositiva oggi scomparsa. Lo score venne pubblicato dapprima nello storico vinile General Music ZSLGE 55078 nel 1972, seguito da altre edizioni (GDM, Quartet) sino all’attuale. Rimane uno dei lavori meno noti del musicista.

Nel 2021 la Quartet Records riedita l’OST completa de Il dio sotto la pelle, 49 brani raccolti in due CD, il primo con il materiale di base presente già nelle edizioni anteriori - Easy Tempo e EMI General Music del 2000 -, il secondo con le versioni alternative e i riferimenti ai mastertape, per un totale di 350 copie esauritesi in fretta. L’anno precedente la Sonor Music Edition aveva assemblato una silloge con 7 inediti. Nulla fu pubblicato all’epoca. La nuova edizione SAIFAM si limita a riproporre le venti tracce di partenza, poco in rapporto al tutto. Positiva è la nuova disponibilità di un’opera ormai fuori catalogo, da recuperare per la sua qualità elevata. Se il film è un documentario per quanto sui generis, per nulla documentaristico risulta l’approccio musicale, incrocio tra nostalgia, ritmiche beat, un poco di rock, una punta di esotico europeizzato. In qualche momento si sarebbe tentati di parlare di lounge, col rischio tuttavia di svalorizzare un easy non tale da essere orecchiato facendo altro; gli accattivanti suoni creati dal compositore richiedono invece ascolto concentrato ed orientato verso un viaggio mistico e profano insieme. Baricentro tematico è “It’s Possible”, melodia intrisa di sensualità implicita, valorizzata dallo splendido timbro della singer, quella Catherine Howe che insieme con Lydia MacDonald si dà come alter ego vocale delle note del maestro. Orchestrazione ricca ed elegante con basso, batteria, archi e gli immancabili fiati. Ne esiste una versione in italiano, padroneggiato assai bene dall’interprete, presente nell’edizione Quartet, titolata “Forse eri tu”, assunta a sigla dello show televisivo L’orchestra racconta proprio di quell’anno (7), incisa allora su singolo CBS (8). Varie le riprese strumentali. In “It’s Possible Again” ci si affida al flauto e a Edda dell’Orso corteggiata dall’orchestra. Organo elettrico, chitarra e sax in “Il dio sotto la pelle (M4)”. Organo su marimba e cembalo, clima orientaleggiante in “Far East Dimensions”. Flauto, organo e sfondo di chitarra in “Give Love a Chance”. Ancora organo in fascia vitrea e flauto in “Give Love a Chance (seconda versione)”, sospeso fuori dal tempo. Un secondo blocco è costituito da quattro bei temi sognanti: “Let’s Dream Anynow”, “Love Will Find Way”, “Nights to Come”, “Starless Night”, propiziatori di fantasticherie amorose, evocatori di nostalgie assaporate con dolcezza, complice un organico che mescola la ritmica disinvolta e vivace del basso, eleganze pianistiche, arabeschi dell’organo, modulazioni del flauto. Particolare “St. Francis in Katmandu” che parte bucolico col flauto per evolvere in prospettiva quasi folk. Nuova luce vi aggiunge Catherine Howe (“… #2) che intona su chitarra country e ritmica folk. Si evita l’esotismo epigonale e ci si affida a parchi suggerimenti là dove necessari, come in “Katmandu”: percussioni extraeuropee si associano ad un basso vivace e a inserti di chitarra elettrica distorta, ne derivano una danza tribale spuria, una promiscuità proficua di stili e di culture. L’ampia tavolozza regala poi una pagina dalla ritmica trascinante, “No Return Point”, con basso di gusto beat e talora deformato, organo, sax, piano e chitarra elettrica. Di impronta più rock “Inventions” con batteria, Hammond e chitarre elettriche, che rivela un’altra vena di Piccioni, più estroversa ed ‘esteriore’ ed essa pure referente connotato, voce di un cinema, di un’epoca.  

  1. Abbiamo preferito circoscrivere il discorso entro i confini nazionali, pur consapevoli di quanto rigogliosa sia la produzione altrove, dalla Spagna agli Stati Uniti al Giappone.

  2. https://www.treccani.it/enciclopedia/piero-zuffi_(Enciclopedia-del-Cinema)/ (ultimo accesso: agosto 2026).

  3. https://gentedirispetto.club/t/il-dio-sotto-la-pelle-folco-quilici-e-carlo-alberto-pinelli-1974/37326/2 (ultimo accesso: agosto 2026).

  4. “Colonne sonore”, 8, settembre-ottobre 2004, p. 6.

  5. La prima edizione fu nel 1970 su vinile RCA Original Cast –SP 8031 con 12 brani.

  6. https://catalog.afi.com/Catalog/MovieDetails/54363 (ultimo accesso: agosto 2026).

  7. https://www.teche.rai.it/varieta-1974-1975/ (ultimo accesso: agosto 2026).

  8. CBS 2775:
    https://www.discogs.com/it/release/3621027-Piero-Piccioni-Canta-Catherine-Howe-Firestar-Express/image/SW1hZ2U6MjA3Nzg3NTk=?srsltid=AfmBOoqgZ4c8eVszWB04jq1pIdmLygglfg6pZcpmuY7qvubGKwBoEwFr (ultimo accesso: agosto 2026).

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