Sidera
Andrea Grant
Sidera (2026)
AGM
12 brani – Durata: 46’02”

Maggio scorso il compositore e docente di musica applicata alle immagini al CSC Lab del Centro Sperimentale di Cinematografia in Roma, il maestro Andrea Grant (qui potete leggere nostra intervista del 2020) – autore delle colonne sonore di svariati corti, serie e programmi TV, film e documentari (Dakota, Tokyo Giant: The Legend of Victor Starffin, The Letter) –, è uscito con un album extra cinematico, “Sidera”, che altresì suona cinematografico in ogni sua traccia. Una vera e propria opera di musica classica contemporanea per pianoforte, violino, violoncello, synth, chitarra e la Budapest Scoring Orchestra, che respira a metà via tra musica da concerto e composizione, per l’appunto, cinematografica. Questo è il terzo album da solista di Grant – avevamo recensito il notevole “Ten Frames” (leggete cliccando qui) – che conferma la grande vena intimista, lirica e sentimentale del compositore, egli stesso al piano, chitarre e synth, coadiuvato da Kyungmi-Lee al violoncello e Leonardo Spinedi al violino, con l’accorata performance della compagine ungherese di cui sopra. L’album si presenta alle orecchie avide di melodie accoglienti e romanticamente nostalgiche o ariose, di chi avrà la fortuna di ascoltarlo, con il brano “Rain of Waves”: una melodia amabile e melanconica che volteggia come tra gocce di pioggia incessantemente lieve e rinfrancante da ogni forma di stress e paura, cadente su corpi umani desiderosi di ritrovarsi; il violino solo formula un tema astratto che sa incantare ad ogni nuovo o successivo sentire.
“As If By Touch”, come accadde con alcune tracce dell’album “Ten Frames”, consegna al violino e al piano in controcanto il compito di disegnare un leitmotiv alla James Newton Howard ma soltanto in superficie, perché al suo interno armonico echi classicheggianti si fanno strada con passionale ardimento, pur toccati da sentori melodrammatici intensi (in particolare quando giunge l’orchestra). “Rarefied” è costituito da archi e synth riversanti in paesaggi sospensivi astratti come quadri espositivi dai colori mescolati a ricreare rimembranze passate e visioni future; il violoncello e il piano in controcanto, verso la metà del pezzo, sono il compendio di una traccia che riesce a commuovere e a far riflettere sulla nostra esistenza. “76 Reco” ondeggia candido in un pianismo solista alla ricerca di aggraziate sinestesie armoniose e antiche, contrappuntate da orchestra e violino solo.
“I Am Land” confida nel cello, synth, chitarre e orchestra per disegnare un’amarezza sotterranea che a poco a poco risuona vivida e sottilmente lacerante: un tema abbattuto e liricamente commosso, con impronte degli archi in levare alla Samuel Barber, è il cardine dell’intero brano. “Carved in Stone”, dai risvolti timbrici iniziali bachiani, è un circolare gioco virtuoso pianistico dai forti toni nostalgici e pastorali, anche quando l’orchestra fa capolino in punta di fioretto, andando a crescere in un levare drammaturgico assai romanticheggiante. “Black Road” delega il violino solista a illustrare una melodia straziante, disperata che nemmeno la compagine orchestrale riesce a stemperarne l’ineluttabile dolore lacerante: anche qui l’ombra di Barber eclissa tutto.
“Sidera” riluce internamente di raffinata eleganza armonica, con un piano rincorrente un leitmotiv aereo, con l’orchestra leggera come una brezza mattutina, con il violoncello liricamente cantabile note alla James Newton Howard. “Of Prairie Winds”, dai tenui stilemi araldici alla Georges Delerue sul podio con John Williams, affida al cello e all’orchestra in controcanto un leitmotiv di stampo ottocentesco, straziante come un amor perduto seppur ritrovato tardivamente nella speranza di poterci vivere insieme per quel poco tempo rimanente della vita. “Dawn of Light” è sospirante, leggiadro, bucolico, iniettato di ascensionali volute orchestrali dal grande respiro classico, offuscate in un batter d’occhio dal cello solista e dal piano che cantano la melodia melanconica. “Who He Was”, tra Remo Anzovino e Rachel Portman nel centralismo tematico, è un florilegio sentimentale di rigogliosa meraviglia compositiva, graziata da soave ispirazione che lo rende anche un tema pop cantabilissimo da gruppi quali i Coldplay o dalla cantante Olivia Rodrigo.
“Last Reveire” chiude l’album con un leitmotiv orchestrale dolcemente abbracciante, anche qui dalle reminiscenze alla Portman soprattutto quando prende il sopravvento la delicata esecuzione del piano con il contrappunto del cello che porta alla commozione più sincera e liberatoria.