Hollywood
AA.VV.
Hollywood (2024)
Sebastian Knauer, piano
Deutsches Symphonie-Orchester Berlin, diretta da David Newman
Warner Classics 5021732426406
15 brani – Durata: 71’49”

L’epoca d’oro (e non solo quella) dello Star System cinemusicale nordamericano – badate bene non quello attoriale o registico ben più strombazzato e osannato in ogni parte del globo da che ve n’è memoria cinefila – viene ad essere ricordato, magnificato e rieseguito in questo meraviglioso album, tangibile florilegio performativo, in cui al piano troviamo il tedesco Sebastian Knauer, che lo ha personalmente commissionato, e lo statunitense David Newman sul podio della pregevole e potente Deutsches Symphonie-Orchester Berlin. Perno di questo CD “Hollywood” (nomen omen) è il compositore Alfred Newman con quattro suoi leitmotiv, ritenuto il padre del suono hollywoodiano (ad affiancarlo nello stesso momento quel Max Steiner di King Kong e Via col vento e a irrompere con nuovi stilemi e azzardi tematici il vero papà della Film Music Bernard Herrmann), colui che il nostro Roberto Pugliese ha così descritto in una recensione: <<collezionista di Oscar [9 totali] e di nomination [45], epicentro di un’autentica dynasty di compositori (Emil, Lionel, Thomas, David e Randy sono solo i più noti), Newman è stato un compositore di immensa levatura lirica, dotato di un pathos emozionale unico, capace di accendere stati d’animo, di descrivere speranze e lutti, di rappresentare trionfi e sconfitte attraverso un’orchestrazione particolarmente densa e profonda (che passava per un inconfondibile trattamento degli archi divisi e non di rado attraverso raccoglimenti cameristici) e una felicità melodica che a tratti ricorda le più alte vette del magistero pucciniano>>.
“Hollywood” ritrova alcuni tra le massime vette di autori di musica per film, facendo (ri)scoprire, in particolare a chi ancora oggi riporta la lacuna indicibile di non sapere chi siano, Alex North, Elmer Bernstein, Jerry Goldsmith, Aaron Copland, Morton Gould, James Horner, con l’aggiunta onorevole di David Newman stesso, del fratello Thomas Newman, entrambi degni figli di Alfred, e del noto orchestratore ed anche compositore Conrad Pope. I tre appena citati compaiono con altrettante tracce inedite appositamente composte per questo album, così da renderlo ancor di più un oggetto musicale pregiatissimo, che già di per sé, con la dimensione di compositori summenzionati, ha di che esserlo e fregiarsene a gran voce.
Si parte con i brani inediti, di cui il primo a fare bello sfoggio di sé è quello stupefacente di David Newman (leggete qui nostra storica intervista): “Some Time Ago” mette a dura prova la bravura oltre misura da pianista classico del celebrato e talentuosissimo Knauer, essendo un balletto euforicamente sinfo-jazz dall’impronta tipicamente statunitense anni ’40 – ‘50, sfrenato, mai domo, tranne qualche saliscendi affidato proprio al pianoforte, che enuncia un tema seduttivo e quasi indecifrabile, con qualche passaggio ardito controtempo e pagine melodiche più soffuse tra Aaron Copland che incontra Leonard Bernstein in una Love Story cinematica dalle tinte noir; solenne, ritmato a momenti, in un crescendo indiavolato e sventolante come una bandiera issata orgogliosamente, interrotto, a placarne l’animosità vulcanica, dai fiati, il clarinetto e la tromba in primis, e dal resto dell’orchestra che sembra voler contrastare il piano piuttosto che avvolgerne il virtuosismo. Conrad Pope, compositore di Pavillon of Women e Marilyn, orchestratore eccelso per una miriade di colleghi, tra cui John Williams, James Horner, Michael Kamen, Jerry Goldsmith, Alan Silvestri, si fa ascoltare nel bellissimo, derivativo (c’è tanto Williams, ad esempio Le streghe di Eastwick, Sabrina ed E.T., e Leonard Bernstein o Stravinsky a braccetto) e sontuosamente sagace “Capriccio”: librante e possente divertissement orchestrale. La grande voce originale di Thomas Newman (American Beauty, Wall-E, Alla ricerca di Nemo, Skyfall) si dedica a dar primario spazio alla delicatezza timbrica del piano, reso armonicamente ‘poesia’ dal tocco carezzevole e commovente del suo esecutore, di tanto in tanto accompagnato con leggiadra compostezza dagli archi, nel brano “Shoulder Length”: uno di quei leitmotiv che si vorrebbe custode dei nostri sogni più innocenti e di quelle notti che odorano di serenità ad ogni angolo fisico e mentale del nostro essere. Thomas Newman è da sempre un incisore incontrastato di note che scolpiscono l’anima, e questo brano inedito ne è la comprovata prova, a chiudere un album che lambisce il capolavoro. Alfred Newman invece apre il CD con il “Main Title” dal dramma storico sulla vita ed il mistero di Gesù Cristo The Greatest Story Ever Told (La più grande storia mai raccontata, 1965, George Stevens), interpretato da Max von Sydow, Dorothy McGuire e Charlton Heston (5 nomination agli Oscar tra cui la musica originale): fu una partitura, a detta del nostro Maurizio Caschetto, reale <<opera capitale di Alfred Newman, parzialmente rovinata dagli interventi di George Stevens - il medesimo regista responsabile degli scempi operati sulla colonna sonora di Waxman per Un posto al sole - che sostituì porzioni dello score di Newman con inopinati prelievi dal “Messiah” di Handel e dal Requiem di Verdi>>, che qui viene esaltata a dovere dal tocco accorato di Knauer in tutta la sua empirica celestialità, duttile sacralità barberiana ed estrema sobrietà tematica. Il mai dimenticato e tanto adorato James Horner si staglia tra le pieghe di un minimalismo sinfonico circolare e vocalmente incorporeo (la soprano Diana Newman), sempre più in crescendo, con il suo splendido “Main Theme” dal drammatico A Beautiful Mind (Id. – 2001, Ron Howard) con Russell Crowe, Ed Harris e Jennifer Connelly: il piano si cimenta in una virtuosa corsa contro il tempo direzionata verso l’infinito e oltre (per citare Toy Story musicato dal cugino di Thomas e David, Randy Newman). La suite dell’immenso Jerry Goldsmith dal romantico dramma intimista A Patch of Blue (Incontro al Central Park, 1965, Guy Green), con Sidney Poitier, Shelley Winters ed Elizabeth Hartman, risuona teneramente folk, dove il piano disegna morbide ascese astratte alla Satie, rese più terrene dall’armonica di Harry Ermer e subito dopo dal valzeristico incedere degli archi armoniosi e solari, spenti ad un tratto dalla mestizia del subentrante piano che tematizza malinconicamente. Uno dei temi d’amore più belli e intensi della Storia della Settima & Ottava Arte (lo scrivo sempre ogni volta che mi capita di ascoltarlo!) è quello di Alex North dal peplum Spartacus (Id. – 1960, Stanley Kubrick) con Kirk Douglas, Laurence Olivier e Tony Curtis: il piano solo sa farsi bastone e carota nella sua esposizione vigorosa e accorata, donando maggiore enfasi ad un Love Theme colmo di ardente passione tra la selvaggia brutalità gladiatoria. Il “Main Title” di Elmer Bernstein dal legal drama To Kill A Mockingbird (Il buio oltre la siepe, 1962, Robert Mulligan) con Gregory Peck, è tratteggiato con gran rispetto puntillistico sia dall’orchestra che dal piano, essendo un leitmotiv intriso d’innocenza fanciullesca, una nenia dal profilo delicatamente tenue, sottile e cullante, che in specie Knauer sa riconsegnare armonicamente in tutta la sua magnifica natura originaria, seguito dai disegni di una fisarmonica quasi velata (Vojta Drnek). Una pastorale ariosità si apre nel sentimentalismo debussyano di “No Goodbye” di Alfred Newman dal western How the West Was Won (La conquista del West, 1962, John Ford, Henry Hathaway e George Marshall) con John Wayne, James Stewart e Gregory Peck. Un tributato George Gershwin appare più brillante e accomodante che mai nella versione solo piano di Knauer del celeberrimo valzer jazz swingante di “Street Scene” scritto da Alfred Newman per la commedia How To Marry A Millionaire (Come sposare un milionario, 1953, Jean Negulesco) con Marilyn Monroe, Lauren Bacall e Betty Grable. La “Suite” di Jerry Goldsmith dal thriller Basic Instinct (Id. – 1992, Paul Verhoeven) con Sharon Stone e Michael Douglas, è il canone sonoro per antonomasia della misteriosa sensualità glaciale tra le note, appuntita e penetrante come il famoso punteruolo da ghiaccio utilizzato per uccidere nel film. “An Apparition in the Fields” di James Horner dal dramma storico The New World (The New World – Il nuovo mondo, 2005, Terence Malick) con Colin Farrell, è pura commovente elegia per piano e vocalizzo (Diana Newman) con interventi orchestrali assottigliati: il compianto Horner era un mago quando tirava fuori dal suo cilindro pentagrammato tali componimenti in punta di fioretto. Il pianismo addolorato fa risaltare la bellezza antica di un tema, quel “Love Theme” di Alfred Newman dal sandalone The Robe (La Tunica, 1953, Henry Koster) con Richard Burton, Jean Simmons e Victor Mature, che sa serrare il cuore, anche quello più insensibile, dell’ascoltatore. “Story of Our Town” di Aaron Copland da Our Town (La nostra città, 1940, Sam Wood) con William Holden e Martha Scott, è l’emblema dello stile “Americana” in un’esposizione per solo piano a dir poco leggera e aggraziata. Briosità per orchestra e piano zompettante, alternato a pagine più melodiose jazz, nel “Rhapsody on George Gershwin” di Morton Gould racchiudente due capisaldi gershwiniani, “Fascinating Rhythm” e “Someone To Watch Over Me”, divinamente congiunti.