Megalopolis
Osvaldo Golijov
Megalopolis (Id. – 2024)
Milan Records
32 brani – Durata: 1h 22’

Il gigantesco flop di Francis Ford Coppola, Megalopolis, monumentale fiaba senza logica e insulsa ultima opera di un regista divenuto megalomane, oramai ombra sbiadita di sé stesso, che un tempo fu un genio (Il Padrino, Apocalypse Now, Dracula di Bram Stoker), possiede un unico pregio: le musiche originali di Osvaldo Golijov, compositore argentino (classe 1960), che aveva composto gli score per gli ultimi tre film di Coppola, Un’altra giovinezza, Segreti di famiglia e Twixt. La partitura è un incessante, incatenante, variopinto clangore sinfonico dalle mille idee e incisi tematici, prendendo in parte ispirazione dai peplum di Miklós Rózsa (ad esempio Ben-Hur o Sodoma e Gomorra) (la solenne e roboante “New Rome” o la melodiosa e cavalcante “The Wedding of Wow and Crassus”) o da un jazz seduttivamente oscuro alla Miles Davis (“Noir Love”). Molte le tracce davvero lunghe nella durata e ancora più significative di un retropensiero compositivo stratificato, soprattutto per sorreggere lo squilibrio nonsense strabordante della trama (?) (su tutte “Catwalk”, arabeggiante follia sinfo-etnica). Modernamente elegiaco e classicamente mahleriano “Kiss in the Heights”; epico e circense, molto Stravinsky e tanto Shostakovich, “Saturnalia: The Unveiling of Megalopolis”; psichedelia anni ’70 in “Rope”; puntillisticamente fatato e misterico, con assolo satanico di violino, “Sonny’s Room”; “Cesar Descendes” produce un jazz sinfo/electro, con chiusura calypso/soul, totalmente alienato e sgangherato; “The Map of Utopia” riecheggia raveliano, con solo di violino su aeree ridondanze synth e altro assolo di sax che rammenta Michael Kamen in alcune sue colonne sonore fantasy e sul finire dissonanti scordature orchestrali spaziali. Arpa minimale in “Esperanza”, con fiabesco assolo di flauto in controcanto.
Recensione concessa su autorizzazione e pubblicata in origine sulla rivista cartacea Audioreview 2024