Stelvio Cipriani - Soundtracks Rarities Volume 1

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Stelvio Cipriani - Soundtracks Rarities Volume 1 (2024)
Digitmovies CDDM328

CD 1: Baciami strega (1985) – 21 brani – durata: 66’03”

CD 2: Don Bosco (1988) – 24 brani – durata: 48’30”

CD 3: Se non avessi l’amore (1990) – 20 brani – durata: 40’22”

Stelvio Cipriani (1937 - 2018) fu autore prolifico, professionista dell’ottava arte, con all’attivo più di duecento titoli (245 secondo IMDB) che coprono ampia parte di ciò che il cinema può dire e mostrare. Una carriera lunga e brillante iniziata nel 1966 con The Bounty Killer, assurta all’Olimpo quattro anni dopo con Anonimo veneziano – entrato nella memoria cinemusicale condivisa -, proseguita a passo di carica sino agli Ottanta con iperconcentrati nel decennio precedente: la “colonna sonora” di un’intera stagione cinematografica. L’intensissima attività lo obbligò in più occasioni a ripetersi e ad autoriciclarsi.

Certi film (vedi Provincia violenta, 1978) sono centoni di sue OST precedenti, prelevate di peso e trapiantate sui nuovi fotogrammi con effetti spesso stranianti. Prassi peraltro diffusa, alla quale concorrevano oculata amministrazione del patrimonio, calcolato cinismo, semplice necessità. Non vi si sottrassero né i minori né i maggiori: Nino Rota, Ennio Morricone, Luis Bacalov (quest’ultimo in Ars amandi – L’arte di amare di Walerian Borowczyk, 1983, inserì un tema composto per Django di Corbucci…) e quanti altri attinsero manibus plenis dal loro sempre fertile pregresso. In seguito il suo apporto divenne intermittente, stavano mutando il modo di far cinema e di intenderne la musica, ed anche l’immaginario delle generazioni più giovani. Tuttavia non fu mai messo da parte, né si fece da parte. Qualcuno in patria e fuori si ricordava di lui e l’offerta non gli mancò, sia pur ridotta: per il grande schermo, la televisione, documentari e cortometraggi. Le sue ultime colonne musica risalgono al 2016 - 17 (sempre IMDB). Ma è un terreno lubrico, non esiste un sito ufficiale, le inesattezze proliferano nel pelago della Rete (Soundtrackcollector gli attribuisce una Battaglia di Macedonia che è uno pseudomovie, non esiste e somiglia ad una – involontaria - interpolazione di gusto borgesiano). Nella sua filmografia compaiono, accanto a titoli noti e verificabili, pellicole sconosciute e rare, come Typseis nyseidos (1972, Apostolos Tegopoulos), Furia nera (1975, Demofilo Fidani), Le deportate della sezione speciale SS (1976, Rino Di Silvestro), Memoria (1976, Francisco Macián), Suor Emanuelle 1977, Giuseppe Vari), Una loca extravagancia sexy (1978, Enrique Guevara), Torino centrale del vizio (1979, Bruno Vani e Renato Polselli), Journal d’une maison de correction (1980, George Cachoux), Carnada (1980, Josè Juan Munguìa), La vocazione di suor Teresa (1982, Brunello Rondi), Uccelli 2 – La paura (1987, René Cardona Jr.). Conviene fermarsi qui. Sono le estreme periferie della Città del Cinema, i sobborghi, le aree dismesse, gli scantinati, i sottoscala, gli ipogei.

Da sempre generosa nei riguardi del maestro Cipriani del quale ha recuperato un bel manipolo di inediti (Blindman, L’iguana dalla lingua di fuoco, La tua presenza nuda, Whirpool, Bersaglio altezza uomo ed altro, una cinquantina di titoli al presente), Digitmovies inaugura adesso un progetto che già nella dizione palesa l’intento di sottrarre all’oblio le score poco o nulla note dell’autore di Anonimo veneziano, rarità aperte ad affascinanti dimensioni del suono. Qui si (ri)pescano tre momenti legati ad occasioni e stimoli diversi: commedia (Baciami strega, semisconosciuto tvmovie del 1985 a firma Duccio Tessari, per il quale Cipriani aveva già musicato Un centesimo di secondo nel 1981) e ricostruzioni biografiche in odore di santità (Don Bosco e Se non avessi l’amore: il primo per il grande schermo, il secondo per la televisione, ambito in cui il Nostro fu ben attivo), che ne confermano il profilo stilistico ovvero quella vena melodica fluente, spensierata, talvolta un po’ facile che, limite per i palati più schifiltosi, è invece la sua forza, la capacità di incantare che non è di tutti né da tutti, e che nel suo caso si risolve in sonorità ben connotate, in uno stile, anche quando pare prendere a prestito da altri: e lo faceva, ma sapeva farlo assecondando un’ispirazione (talvolta) di secondo e terzo grado.

Nessuna delle tre OST può considerarsi del tutto inedita. Baciami strega non è mai stata presente in formato fisico, relegata nello spazio fantasmatico del digitale (come anche Bangkok solo andata), a portata di clic ma non di mano. Se non avessi l’amore godette di una tardiva (2010) stampa giapponese a cura della Verita Note, che nello stesso anno pubblicò anche Don Bosco (nel paese del Sol Levante i fan del maestro Cipriani abbondano); quest’ultimo era tuttavia già comparso nel 1989 su vinile e musicassetta Cinevox. Escluso il primo titolo trattasi dunque di ristampe; ma ciò non ne diminuisce il pregio; e poi, le precedenti edizioni risultano introvabili, appannaggio di collezionisti gelosi dei loro materiali d’antan. L’attuale disponibilità è peraltro limitata a 300 copie, il tutto affidato alla cura di Claudio Fuiano.

Scarse le notizie su Baciami strega, una delle poche incursioni di Duccio Tessari – apprezzato per i suoi western e noir - nella commedia. Dalle linear notes riusciamo a identificare un abbozzo di trama: “Una bellissima strega è inviata sulla Terra dal diavolo per catturare le anime di un gruppo di uomini ambiziosi, disposti a venderle in cambio del successo”. Interpreti principali Iris Peynado e Philippe Leroy.

La commedia è un genere intrinsecamente debole. Condannata al lieto fine dopo un inizio problematico a differenza della tragedia che procede in senso opposto – come le poetiche classiche a partire da Aristotele insegnano - e sia pure con varianti e contaminazioni che la insaporiscono (la commedia nera, quella acre e malmostosa, quella malinconica), si apre alla bonomia, al sorriso, spesso alla noia. Aristofane e Plauto non eguagliano Eschilo o Seneca, Moliere non regge Shakespeare, Goldoni non è Alfieri. In ambito cinemusicale la ‘debolezza’ potrebbe costituire un freno per il compositore, forzato a scrivere pagine giocose, tranquille, carenti di pathos. Ciò in universali. L’esperienza dice poi che il musicista avveduto se la cava egregiamente anche nella commedia e forgia melodie non solo godibili ma anche pervase da sfumature elegiache, guizzi del sentire, spunti drammatici, presagi di azione e di tensione. Stelvio Cipriani, che musicista avveduto era, in Baciami strega si muove con agio pieno nel genere e intreccia un disegno melodico di sognanti vibrazioni e inquiete dolcezze miscelando richiami alla classicità (sempre tenuta presente) e forme legate al pop senza escludere effetti elettroacustici (contenuti) e momenti di magico astrattismo (sempre di streghe si sta parlando): ovviamente tutto permeato dal Cipriani touch: quei giri armonici che lo fanno riconoscere di primo acchito. Come il main theme contrassegnato da una fresca leggerezza. Melodia nitida, semplice, lieve, affidata al prediletto pianoforte (suona, come d’abitudine, il compositore) contornato da un basso discreto, e ripresa dall’Hammond, introduce una dimensione un poco frivola compatibile col genere. Ripresa in quattro momenti all’incirca simili (“Seq. 1, 7, 10, 21”), è il mastice di una partitura prodiga di spunti. Il registro ‘ballabile’ compare in più occasioni, quasi da balera (“Seq. 4”) o da liscio (fisarmoniche e basso elettrico, “Seq. 18) e giudiziosamente variato nell’organico (piano e basso: “Seq. 9”; Hammond: “Seq. 12; archi e marimba: “Seq. 14”). Pagine dilettose sono quelle per pianoforte, ove il compositore/esecutore si esibisce in aggraziati virtuosismi: vedi i modi ragtime, night ed incorporei di “Seq. 5”, l’ariosità di piano ed archi in “Seq. 7”, il piacevole disimpegno di synth e piano (“Seq. 17”), la dolcezza soffusa di “Seq. 19”; per culminare nel piano solo con sgocciolamenti vari di “Seq. 20”, di gusto delicato e romantico, da salotto. Il versante classico si produce in ‘rifacimenti’ di ottimo artigianato che rimandano alla musica di corte e mondana sei e settecentesca, con qualche aggiornamento. “Seq. 6” è un breve momento per clavicembalo, “Seq. 8” è festante con corni, clarinetti e piano in ritmo, “Seq. 15” combina clavicembalo e contrappunto campionato. C’è ancora la dimensione favolistica per il pretesto sovrannaturale della storia. Sospesa e magica “Seq. 16” che riprende il modo danzante e lo sfuma in pedali protratti elaborati al synth in una staticità enfatizzata più che scalfita da brevi animazioni. Fiabesca e senza tempo “Seq. 13” con arpa, incisi melodici campionati e borborigmi elettronici, presenti anche in “Seq. 2” uniti agli archi sospesi a creare un clima vagamente sci fi. “Seq. 11” completa con organo su base elettroacustica e finale con orchestra d’archi e piano.

Ha certamente ragione Alessanndro Tordini quando annovera Stelvio Cipriani tra “i maggiori esponenti del suono dei Mondi Neri” (1), per i quali elaborò uno stile che fondeva la dolcezza consueta con l’erotico soft, coniugati con momenti parzialmente distorti ed asprezze varie, pur mantenendosi al di qua dei più ruvidi sperimentalismi di marca morriconiana. Frequentò tuttavia – come ogni vero professionista dell’ottava arte - ogni genere cinematografico, compresi quelli agli antipodi dei mondi neri. Eccoti allora, in aggiunta al canonico Anonimo e a varie pellicole sentimentali al limite del lacrima movie, i western, i war movie, l’avventura, i decamerotici e le commedie sexy, i Pierini; ed anche le biografie edificanti come quelle di don bosco e Pier Giorgio Frassati.

Don Bosco, diretto da Leandro Castellani nel 1988 e coprodotto da RAI Uno, mostra il futuro santo (interpretato da Ben Gazzara), prossimo alla fine, che rievoca alcuni momenti fondamentali della sua esistenza, tutti legati al non facile progetto di creare un oratorio per l’educazione dei giovani abbandonati e sfruttati nella Torino preindustriale, e alla fondazione dell’ordine salesiano. Curiosa la scelta di alcuni interpreti: bene Philippe Leroy come papa Leone XIII, bene anche Piera Degli Espositi (madre di Lina) e Leopoldo Trieste (don Borel); ma Patsy Kensit (Lina), e Raymond Pellegrin (papa Pio IX), e Edmund Purdom (Urbano Rattazzi), e Rick Battaglia (marchese Michele Cavour)? Girato nel centenario della morte del santo, il film venne accolto con freddezza dalla critica: Mereghetti parla di “esangue biografia formato esportazione”, Fabio Bo di “evitabili buoni sentimenti con qualche patetismo” (“Il Messaggero”, 9 Ottobre 1988), Giovanna Grassi di prodotto che “barcolla da qualsiasi punto lo si voglia guardare” (“Il Corriere della Sera”, 8 Ottobre 1988), che gli preferiva di gran lunga il Don Bosco girato Goffredo Alessandrini nel 1935.

Nelle recensioni d’epoca si menziona talvolta la score con giudizi contrastanti: se Giovanna Grassi parla di “musiche stereotipate”, Gian Luigi Rondi elogia una partitura “in equilibrio fine tra il profano ed il sacro” (“Il Tempo”, 1 Ottobre 1988). Ma l’equilibrio più difficile era conciliare gli inevitabili ‘buoni sentimenti’ con la misura, evitando le formule buoniste, le melodie dolcigne e insomma tutto l’armamentario strappalacrime sempre a portata di mano; nonché le iperboli agiografiche. Cipriani adotta un profilo appunto misurato, rispettoso della specifica situazione da commentare ma lontano da estremismi espressivi.

La score si agglutina attorno al “Tema di don Bosco” che ne occupa ampia parte con quindici variazioni, affiancato da altre cinque idee presenti in proporzioni minori peraltro bastevoli a movimentare il prevalente monotematismo: la sana operosità dei giovani riscattati dal futuro santo sociale (“Il laboratorio dei ragazzi”), le loro esperienze sentimentali (“L’amore dei ragazzi”), i moti quarantotteschi (“I moti rivoluzionari”), i cori angelici (“Il coro degli angeli”), qualche incursione tensiva (“L’agguato a don Bosco”). Sin dalle prime note si delinea un lirismo sobrio e delicato che effonde un che di morriconiano nel flusso e nel timbro. Il paragone è di sicuro ardito, dal confronto con il musicista di Leone e Tornatore si esce con le ossa ammaccate e sovente sfasciate. Eppure la sua influenza è stata enorme, molti si ispirarono, anche inconsciamente, a quello statuto musicale fondativo. E c’è chi seppe immettervi del proprio. Come Stelvio Cipriani, che talvolta – vedi certi western - si ricorda del collega e colora le proprie note di reminiscenze ben assimilate ed anche amplificando in qualche caso all’eccesso. Nel “Tema di don Bosco” i cromatismi morriconiani si aggregano alla vena lirica inaugurata con Anonimo veneziano. Apre un levigato arpeggio pianistico, appoggio al flusso melodico del flauto dolce e dell’oboe contornati dall’orchestra, si sfuma e si conclude su nuove note del pianoforte. L’intonazione è composta, e persino dimessa. Il ritratto musicale del santo persuade per la neutralità che si traduce in benefica leggerezza e credibile interpretazione. Numerose le riprese: armonica e chitarra acustica (“La preghiera dei ragazzi”), chitarra ed archi (“La povertà”), archi sfumati ed oboe (“L’addio al passato”), flauto basso e pianoforte (“Il ritrovo in sacrestia”), piano in ritmo ed archi (“La corsa al Valentino”), violoncello e archi gravi (“L’ingresso in Vaticano”), orchestra d’archi in timbro scuro (“La morte di don Bosco”), piano solo (“Tema di don Bosco”). Di alacre serenità il tema dei ragazzi impegnati in attività molteplici: facile e gradevole con chitarra, flauto in fioriture, archi, fisarmoniche e armonica (“La gita alle cascate”, “Il laboratorio dei ragazzi”). “L’amore dei giovani” è luminosa melodia per pianoforte e all’orchestra la funzione ancillare ma essenziale di immergere le note in un flusso liquido. Ci si apre ad un’estasi profana ma sempre profondamente spirituale. Un’intuizione che il compositore riprenderà e svilupperà nello sceneggiato RAI L’ispettore anticrimine (1993) ed una delle sue pagine sentimentali più azzeccate. Con “Il coro degli angeli” si saggia il registro sacro: una composizione vocale senza partecipazione di strumenti se si escludono essenziali accordi organistici in sfondo, polifonica a cappella con la presenza di quattro voci (basso, tenore, contralto e soprano): pagina di sapore religioso e di una certa ambizione compositiva che ne fa qualcosa di più di un semplice rifacimento. Peraltro in simili casi – nella musica scritta per il cinema assai numerosi - è difficile dire dove finisca l’artigianato ed inizi la creatività. Ai musicologi l’ardua risposta, che varierà caso per caso. Qui siamo di fronte ad un pezzo fruibile, d’un misticismo sereno, “angelico” appunto e in linea con l’approccio musicale del compositore. “I moti rivoluzionari” aprono la sezione tensivo/dinamica. Un intervento controllato ma efficace, a dimostrare come spesso con il poco si possa ottenere molto. Gli strappi taglienti degli archi (stilema morriconiano) creano l’attesa che approda ad una sorta di marcia scandita dalle battute secche del pianoforte sullo sfondo, poi la compattezza ritmica si sgretola in frammenti dispersi. In fine, “L’agguato a don Bosco” mescola suoni campionati ed effetti percussivi a creare una convincente suspense.

Leandro Castellani torna alla biografia edificante con …Se non avessi l’amore, film di destinazione televisiva (venne trasmesso da RAI 1 nel dicembre 1991) sulla figura di Pier Giorgio Frassati (1901 - 1925). Di famiglia agiata, proprietaria del quotidiano “La Stampa”, fu terziario domenicano, membro della FUCI e dell’Azione Cattolica, molto attivo nell’assistere poveri e reietti. Studente di ingegneria meccanica, fu stroncato a ventiquattro anni da una poliomielite fulminante, quando gli mancavano appena due esami alla laurea (che gli venne conferita ad honorem nel 2001). Nel 1990 è stato proclamato beato dal papa Giovanni Paolo II e in occasione del Giubileo 2025 sarà dichiarato santo da papa Francesco. E’ considerato uno dei santi sociali torinesi accanto a Giuseppe Cottolengo, Giuseppe Cafasso, Francesco Faà Di Bruno, don Bosco e altri ancora. Antonio Sabàto Jr., Ottavia Piccolo, Delia Boccardo, Leopoldo Trieste fra gli interpreti.

Anche per questa esemplare vicenda di abnegazione Cipriani elabora un commento che non preme sui toni celebrativi e caramellosi e privilegia una linea melodica ampia e distesa, ricca di risonanze positive mescolate a spunti malinconici ed aspirazioni eteree e si mostra fornito di collaudata tecnica, ovvero quella perizia artigianale d’alta fattura che contrassegnò la musica del cinema dei nostri migliori e che si traduce qui in orchestrazioni sapienti e con sapienza variate. Insomma, v’è impegno in questa partitura e sincera adesione al tema da tradurre in note. Cipriani era del resto sensibile alle tematiche mistico-religiose, come dimostrano la “Missa Solemnis” dedicata a Giovanni Paolo II (1998) e il musical Maria di Nazareth. Una storia che continua (2010).

Punto di convergenza è la melodia esposta nei “Titoli”, sintesi della più genuina vena lirica del compositore, una frase di media lunghezza e sviluppo vivace supportata da un soffuso tappeto orchestrale e affidata dapprima al pianoforte, poi ad una pianola ed ancora ad un clavicembalo campionato, indi conclusa da una sezione di soli archi di trasparente vaporosità che torneranno in vari altri momenti immergendo la partitura entro una dimensione celestiale ma pur sempre legata alla positività concreta dell’operare all’altrui servizio. Ricomparirà spesso, nel “Finale” a chiudere il cerchio e in numerose versioni alternative rinnovate nell’organico e nel timbro: a distinguersi saranno ora il flauto (“Flute Version”) ora la chitarra acustica e solista e in accompagnamento accordale (“Guitar Version 1-2-3-4-5”) ora il pianoforte ancora una volta sfiorato dall’autore (“Piano Version 1-2”; anche se poi, curiosamente, la versione 1 risulta per orchestra d’archi con succinti interventi della chitarra e qualche alterazione transitoria) ora l’organo (”Organ Version”, piccolo corale di gusto bachiano). “Finale” (probabili titoli di coda) non replica i “Titoli”: varia con chitarra solista, archi e pianoforte per sfociare in un secondo tema già udito altrove, ad esempio nella “Fisa Version”, svagato e con una punta di ballabile. Malinconico, introspettivo e con un buon sviluppo è “Violin Sadness” per violino solo e orchestra. “Love Mood” è un’altra buona prova melodica con flauto basso, pianoforte cristallino e un velo d’archi. “Love Theme” varia con flauto dolce e chitarra. “Tension 1” e “Tension 2” introducono un clima ben diverso ed originano due efficaci interludi basati sulla tecnica dell’accumulo: percussioni in battuta su fascia d’archi vitrea e ostinato in crescendo ossessivo (“1”), fascia sintetica prolungata su registro sempre più acuto (“2”).

Per il volume 2 suggeriamo – mastertape e copyright permettendo - tre titoli davvero di nicchia: Lo Straniero di Silenzio (1968, Luigi Vanzi), terzo capitolo della quadrilogia dello Straniero e ulteriore tappa del Cipriani western con pagine veementi e intermezzi astratti; Memoria (1976, Francisco Macián), piccolo film spagnolo non distribuito in Italia, curiosa mistura di surrealismo, sci fi e horror e che offrì al compositore il destro per scabrosità in lui insolite, oltre ad un pezzo melodico di gusto quasi minimalista; Bangkok solo andata (1989, Fabrizio Lori), di sensualità allusiva e accattivante. I primi due sono inediti per quanto paradossalmente ascoltabili su YouTube (2), il secondo è disponibile al momento solo in formato digitale e la mancanza del supporto fisico si sente. En attendant Godot.

  1. Alessandro Tordini, Così nuda così violenta. Enciclopedia della musica nei mondi neri del cinema italiano, Arcana, Roma 2012, p. 86.
  2. https://www.youtube.com/playlist?list=PLkYIEW7FWeHxfBGn14Xel-g0r5kxyLNPp;https://www.youtube.com/watch?v=Axfkl6nzz8E
    (ultimi accessi: dicembre 2024).

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