Gladiator II
Harry Gregson-Williams
Il Gladiatore II (Gladiator II, 2024)
Decca Records 00602475084846
20 brani – Durata: 72’23”

A 24 anni di distanza dal capostipite che ebbe un enorme successo di botteghino, 4 premi Oscar su 12 nomination, compresa la colonna sonora di Hans Zimmer, che si aggiudicò anche uno dei due Golden Globe andati alla pellicola su 5 candidature, 4 Bafta su 15 nomination, di cui sempre una per Zimmer, più una miriade di altri riconoscimenti e designazioni importanti – il compositore tedesco con Lisa Gerrard ottennero 5 premi –, l’oramai ‘bollito’ regista Ridley Scott decide di dare un seguito al suo Gladiatore, interpretato ottimamente da Russel Crowe, che se ben rammentate spirò alla fine del film, raggiungendo così l’amata moglie ed il figlio uccisi all’inizio della narrazione. Il sequel, che già di per sé non se ne sentiva il bisogno, perché Il gladiatore era ampiamente compiuto e pregevole di suo, non ha nemmeno lontanamente il carisma e la forza scenica del predecessore – anche se ancora il regista di Alien e Blade Runner qualche piglio autoriale per le scene di battaglia lo possiede; il problema è tutto il resto, in primis trama e verosimiglianza con l’epoca in cui si svolge la storia che sono di una piattezza e incongruenza uniche, difatti uscendo dalla visione di questo seguito, di ben 148 minuti, annoiati, stremati e forse anche infastiditi dal vacuum assoluto nel quale si è precipitati (quando si ritornerà ad una durata accettabile e comprensibile di un’ora e trenta per raccontare meglio e con più fantasia qualsivoglia sceneggiatura?) – dove ad uscirne in maggior misura martoriata è proprio la musica di Harry Gregson-Williams. Il compositore britannico (classe 1961), fuoriuscito dalla Factory zimmeriana, insieme al sodale John Powell, ha avuto una carriera nella Film Music di tutto rispetto, senza essere copia carbone sbiadita del Zimmer padre padrone, con una propria identità stilistica compositiva ben riscontrabile e originale in vari generi filmici – nel caso di Gregson-Williams, da richiamare le lodevoli score per Le crociate - Kingdom of Heaven, Prometheus, Sopravvissuto - The Martian, Le cronache di Narnia - Il leone, la strega e l’armadio, Le cronache di Narnia - Il principe Caspian, Z la formica, Galline in fuga, Sinbad - La leggenda dei sette mari, Giù per il tubo e il ciclo di Shrek –.
Il compositore inglese – e ciò lo si apprende dall’attento ascolto del CD – si è impegnato per nobilitare musicalmente una pellicola continuamente Wannabe (contrazione di Want to Be, “voler essere”), la quale per contraccambiare non ha fatto altro che soffocargli qualsiasi pagina maestosa, meditativa, guerresca o epica con effetti sonori e dialoghi assai ingombranti e a volte spropositatamente eccessivi e fuori luogo. Addirittura, leggendo con attenzione il libretto del CD Decca Records, si noterà che, come sempre nel caso di Ridley Scott e del suo rimaneggiare peggio e a sfregio la musica dei compositori coi quali collabora – notissime le litigate con Jerry Goldsmith su Alien e Legend per aver usato impropriamente temi suoi da altri film sul montaggio definitivo dei suddetti cult movies invece dei brani appositamente composti per quelle sequenze –, si sono inseriti nella partitura di Gregson-Williams, come se non fosse stato in grado di crearne di nuovi, estrapolazioni dal commemorativo tema vocale africaneggiante “End Song 1” dell’amico John Powell dal film Le ali ai piedi (Endurance, 1998), soprattutto nella traccia “Lucius, Arishat and the Roman Invasion” e “I’ll Wait For You”. Logicamente nei brani “Galdiator II Overture” si colgono parti del tema “Sorrow” di Lisa Gerrard e Klaus Badelt dal primo Gladiatore, come “Now We Are Free”, reale leitmotiv portante dell’archetipo ad opera di Zimmer, Gerrard e Badelt che chiude questo CD nella sua evocativa versione originaria del 2000.
Gregson-Williams con “Gladiator II Overture” apre l’album con vocalizzo a bocca chiusa su archi ed effetti synth diradatati, i quali si dischiudono all’unisono in un dinamico crescendo per tutta orchestra e coro, con ottoni tuonanti, percussioni etniche incessanti e archi assaltanti sempre più in levare, con tonfo finale stoccante. “Lucius, Arishat and the Roman Invasion” si rivela con il tema di Powell di cui sopra che viene interrotto da corni di guerra che preannunciano l’attacco via mare dell’esercito romano alla conquista della Numidia, su climi new age sottili e sospesi, con un’arpa e fiati in primo piano sino al deflagrante calor bianco di tamburi, strumenti antichi etnici, synth e orchestra ‘tutta’ in un crescendo al cardiopalma, in cui a farla da padrone sono i braaam tipici zimmeriani e archi pizzicati e battenti sul ponticello in maniera sempre più rombante e frenetica, con parti corali sferzanti come palle di fuoco lanciate contro le mura della città nordafricana sotto assedio. “I’ll Wait For You” è traccia atmosfericamente funesta, immaginificamente e delicatamente celestiale, soprattutto nella seconda metà in cui il coro (Apollo Voices e The Bach Choir) e la vocalist espongono un leitmotiv doloroso e lacerante, come i corni gracchianti sullo sfondo tributanti tutti i caduti in guerra. “Ostia” sorge come una parafrasi del tema zimmeriano del film del 2000, altresì dimostrandosi un largo tema aereo e solenne per coro, archi e fiati, con elementi astratti sintetici e vocalizzi africani marcanti trame amare, rotte dall’improvviso risuonare orchestrale magniloquente e incalzante a glorificare la potenza dell’Impero Romano, a sua volta spezzato da un tensivo sintetismo ancestrale. “Angry Baboons” fa uso iniziale di strumenti etnici in maniera cupa, con percussioni e ottoni urlanti e selvaggi per contraltare, il tutto violentemente aggredente e con chiosa solenne. “Strength and Honor” sembra prorompere, con la sua cupezza corale in divenire e stralci evocativi rintraccianti, in un crescendo d’archi e fiati sempre accennanti zimmeriane evocazioni insigni del primo film, in una maestosità sinfo-corale che viene raggelata da un vocalizzo spirituale – un plauso ai vocalismi di Lisa Gerrard, Ayo Adeyemi, Lior Attar, Grace Davidson, Antonio Lazana e Gigi Shibabaw –. “Acacius Returns” si districa tra epiche cavalcate iniziali e armoniose romanticherie conclusive, enucleando un leitmotiv che sa essere energia e purezza d’animo al contempo. “City of Rome” deforma il tema di Zimmer in qualcosa di poco nobile e assai cupo, perché Roma non è più quella voluta da Marco Aurelio (Richard Harris nel capostipite), stavolta nel 200 d.C., vent’anni dopo la morte di Massimo Decimo Meridio, sotto la follia degli imperatori fratelli Caracalla e Geta. Notevolmente tellurico e combattivo il battagliar sinfonico percussivo contro un gigantesco rinoceronte cavalcato da un gladiatore imbattibile e cattivissimo in “Defiance”. Suspence per archi e fiati in “I See Him in You” in cui si ode un tema carico di dolore e ricordi spiacevoli di una madre per un figlio; ad un certo momento il tema de Il Gladiatore compare in tutta la sua emozionale essenza evocativa. “Acacius in the Colosseum” è brano cavernosamente funereo nel suo incipit, con susseguente sopravvento di terremotanti sinfonismi in levare, tra braaam zimmeriani e percussive ascensioni violente, con finale tristemente commovente, con assolo di violoncello elettrico e cupe e luttuose dissolvenze per archi, fiati, tamburi e synth sempre più innervosenti. Etereo e tribale l’inizio di “Let the Gods Decide” che poi lascia a briglia sciolte un temino eroico, il quale viene disciolto in climi oscuri e orrorifici pressanti e riverberanti. “Macrinus’ Plan” e in particolare “I Need You To Do This”, con quel finale sospensivo, sono tracce brutalmente e sospiratamente orchestrali e corali nel medesimo modo, a sottolineare sequenze climax e anticlimax fortemente melodrammatiche. Coro e vocalismo femmineo, su archi melodiosi e mandolini solisti conclusivi, nel delicatissimo incorporeo adagio di “Smooth is the Descent”, con un leitmotiv ex novo sensorialmente commosso (uno dei brani originali di Gregson-Williams che ne fa riconoscere le grandi doti compositive, specialmente quando lasciate ad una piena libertà espressiva). “Now That I Have Found You” è sottilmente sotteso con quegli archi in canto e controcanto ed un flauto e cello etnici in lontananza, altamente profetici. “Echoes in Eternity” è un tonante clamore d’armi sinfo-percussive con chiusura ancestrale, utilizzando il tema “Sorrow” come simbolo leitmotivico del protagonista Lucio Vero (l’attore Paul Mescal che recita come un Sylvester Stallone degli esordi). “War, Real War” sta ad avvalorare quanta bravura vi sia in Gregson-Williams nell’orchestrare pagine d’azione al cardiopalma, tra saliscendi sinfonici, percussivi e sintetici pazzescamente bellicosi, senza freni alcuni. “The Dream Is Lost” è il penultimo pezzo del CD prima di “Now We Are Free”: il tema di Gerrard e Zimmer si fa largo imponendosi in tutta la sua grandiosa coralità sinfonica, in un crescendo sempre più epico e mistico, in specie sul finire del brano con quell’astrattismo spirituale lievemente ascetico.
Lo score di Harry Gregson-Williams vive egregiamente liberato dalle immagini, ottenendo così la sua nobilitante figurazione compositiva che, ahimè, torno a ribadire, sul film viene ignorantemente messa in secondo, se non perfino, terzo piano.