Sinfollywood – Tribute To Henry Mancini At 100’s

cover sinfohollywood manciniHenry Mancini
Sinfollywood – Tribute To Henry Mancini At 100’s (2024)
Czech National Symphony Orchestra - Gaetano Randazzo, direttore
Kelidon Entertainment
12 brani – Durata: 45’00”

Tra i tanti album omaggianti (non tantissimi a dire il vero a discapito del nome tra i più considerevoli nella Storia dell’Ottava Arte) i 100 anni dalla nascita di Enrico Nicola Mancini, alias Henry Mancini, il compositore italoamericano nato il 16 aprile del 1924 a Cleveland e scomparso a Beverly Hills il 14 giugno del 1994, questo “Sinfollywood – Tribute To Henry Mancini At 100’s” è uno dei più originali, sinceri e notevoli. Il rispettabilmente rinomato compositore per cinema e televisione e direttore d’orchestra siciliano Gaetano Randazzo realizza un suo sogno inseguito tanto a lungo, essendo un grande ammiratore e approfondito conoscitore dell’opera manciniana, nonché amico della figlia del Maestro statunitense quattro volte Premio Oscar, Monica (leggete nostra intervista ottenuta grazie al suo intercedere), arrivando a confezionare questo eccellente album digitale (che uscirà probabilmente in versione vinilica) con dodici brani dagli arrangiamenti sorprendenti e invitanti. Il compositore siculo si trova sul podio della prestigiosa Czech National Symphony Orchestra, assistito da solisti apprezzabili quali Ruggiero Mascellino alla fisarmonica, Jane Monheit, voce, il FAME’S Project Kids Choir diretto da Vesna Dimchevska, Alessandro Presti al flicorno, Sergio Calì al vibrafono, Emanuele Buzi al mandolino, Giancarlo Lumetta al friscalettu, Giuseppe Milici all’armonica, Ana Brateljevic all’arpa, Mariano Galussio alle chitarre, il gruppo aCappella Group SeiOttavi e Ernesto Marciante, cantante, per un’escalation di emozioni infinite ascolto dopo ascolto.
Special Guest dell’album la succitata Monica Mancini nella performance della traccia d’apertura con la canzone cult “Moon River” da Colazione da Tiffany di Blake Edwards del 1961, vincitrice dell’Oscar insieme a quello per migliore score: un’arpa amabilmente elegiaca su archi svolazzanti e un violino solista che con il suo inciso lascia spazio alla fisarmonica di Mascellino che espone il leitmotiv, prima di dare il là alla Mancini, cantante di professione da parecchi anni, degna figlia di cotanto padre, dalla vocalità intensa e nitida, dolcemente nostalgica, anche quando accompagnata dal solo mandolino di Buzi a ricordarci Audrey Hepburn alla finestra, intonando la medesima canzone, però alla chitarra, con flebile voce delicata; la seconda parte del brano ripresenta la fisarmonica che spicca zigzagante e virtuosistica sul coro fanciullesco (FAME’S Project Kids Choir) e su archi e fiati solenni, per chiudere con la Mancini con il suo acuto che ci stringe il cuore in petto.
Codesto inizio è l’emblema di una passionalità unica e per nulla scontata del Maestro Randazzo così da riconsegnare alle nuove generazioni, con una veste sonora meravigliosamente speciale, la figura pentagrammata geniale e raffinata di Henry Mancini, rimasto ancora oggi, a ben 30 anni dalla sua dipartita, il padre della commedia sofisticata in note di (non soltanto) tantissimo Cinema Made in USA.
L’album prosegue con “Pie in the Face Polka” dal film La grande corsa (The Great Race) del 1965 diretto da Blake Edwards ed interpretato da Jack Lemmon, Tony Curtis e Natalie Wood: un tour de force per fisarmonica e mandolino solista che si permettono ogni stupefacente follia performativa, coadiuvati magistralmente dall’orchestra in un crescendo danzante in puro stile mickeymousing disneyano da Silly Symphony d’annata. “The Days of Wine and Roses” da I giorni del vino e delle rose, film del 1962 diretto da Blake Edwards, con Jack Lemmon e Lee Remick, si aggiudicò proprio l’Oscar per la miglior canzone: qui interpretata dalla vocalità acutamente e jazzatamente calda e sopranile di Jane Monheit (classe 1977), cantante statunitense che, con un’orchestra perennemente in contrappunto armonico-melodico, riesce a performare una delle più emotive e struggenti cover di questo tema, tra i più passionali e melanconici nella carriera di Mancini. “The Sweetheart Tree”, ancora da La grande corsa, è una sognante melodia coral pastorale, specialmente in questa versione per il coro di voci bianche FAME’S Project Kids Choir, con fisarmonica finale che contrappunta in solitaria con circolare virtuosismo da far restare col fiato sospeso l’uditore. “Royal Blue” dal film La pantera rosa di Blake Edwards del 1963 con Peter Sellers, David Niven, Claudia Cardinale e Capucine: il seducente flicorno solista di Presti, su quegli archi volatili e suadenti, ubriaca le orecchie con nuance soft jazz, anche quando si intrufola la fisarmonica a dare quel tocco di mediterraneità tutta nostrana. “Breakfast at Tiffany's” da Colazione da Tiffany è un lieve e malandrino tema qui celebrato dal coro di voci bianche e dagli archi in un profluvio di beltà armonica, con il vibrafono di Calì che contrappunta, sino a prendere il sopravvento solisticamente per terminare il brano con una breve citazione del leitmotiv di “Moon River”. Nel carnet di Mancini una miriade di marce vivaci, divertenti, militaresche e grottesche, tra cui il tema portante, “The Great Waldo Pepper March”, da Il temerario (The Great Waldo Pepper), film del 1975 diretto da George Roy Hill con Robert Redford: a prevalere sono, sulla sezione dei brass in gran spolvero, gli interventi solistici di fisarmonica e mandolino sprezzanti e svagati. “The Lonely Princess” sempre da La pantera rosa, è una delizia melodica fascinosamente dolce e sensuale, come la principessa solitaria della Cardinale nel film, qui eseguita con vigoria dalle voci bianche, contrappuntate da una protagonistica fisarmonica e da un’iniziale chitarra già prevista nella versione originaria del brano, chiudendo ancora una volta con la fisarmonica sempre più intensamente accorata. “Dreamsville”, dalla serie TV Peter Gunn creata da Edwards nel 1958, lascia al cantante siracusano Ernesto Marciante (classe 1991), dalla voce simil Michael Bublé e Bobby McFerrin, una cover pop-jazz-ska strepitosa, contrappuntata ritmicamente da un’orchestra in stato di grazia, con tromba solista sullo sfondo ancora più jazzy, seguita a ruota da tutta la sezione dei fiati in un arrangiamento che a tratti rammenta certe soluzioni armoniose di John Barry. Il gruppo aCappella Group SeiOttavi esegue magnificamente, quasi come un canto gregoriano modernamente falsante e pop, il brano “Whistling Away the Dark” da Operazione Crêpes Suzette (Darling Lili), film del 1970 diretto da Blake Edwards con Julie Andrews e Rock Hudson: è l’arrangiamento più originale e ipnoticamente affatturante dell’intero album, con trovate timbriche e armoniche esaltanti e strabilianti, come il beat-box a metà pezzo, allontanante ma arricchente, e quel finale con gli archi in contraltare melodiosamente avvolgenti. “Pennywhistle Jig” è un giullaresco e brioso pezzo bandistico per friscalettu solista di Lumetta dalla pellicola I cospiratori (The Molly Maguires) del 1970, diretta da Martin Ritt, con Sean Connery e Richard Harris: un pezzo difficilissimo da eseguire per lo strumento siculo e in origine pensato per un ottavino dal sapore celtico; sapore sonoro che resta immutato nella prodigiosa performance del friscalettu sorretto da una insigne orchestra elgariana in contraltare. Si chiude questa sorpresa di album con la versione strumentale del tema dei temi di Mancini, “Moon River”, nella performance sensorialmente rassicurante oltre ogni immaginazione di Giuseppe Milici all’armonica, Ana Brateljevic all’arpa e Mariano Galussio alle chitarre.
Ci teniamo a concludere questa recensione con le parole di Gaetano Randazzo che accompagnano l’uscita dell’album: <<La scelta di dedicare un album ad Henry Mancini è stata dettata dalla passione e stima musicale che da sempre nutro nei confronti di un grande Maestro come lui. Dare luce a questa produzione è stato un rischio enorme, e lo è ancora, poiché produrre la musica presso gli studios, circondarsi di collaborazioni con solisti e colleghi molto bravi e talentuosi mette a dura prova la tenuta della resa musicale nel suo complesso percorso di produzione. Si è costretti a fare delle scelte, e il risultato finale è comunque un felice compromesso tra la mia idea musicale ed artistica, di stile e di “piglio” esecutivo direttoriale, e le problematiche concrete delle esecuzioni durante la registrazione, l’editing ed il mixing. Il rischio, dunque, rimane perché, quando l’album è pronto, lo si mette inevitabilmente a confronto con la storia, e con tutti coloro che hanno arrangiato gli stessi pezzi contenuti nell’album Sinfollywood. La scelta da me fatta dell’orchestra, degli studios e di tutti i solisti doveva tenere un livello alto e soprattutto doveva reggere il confronto con la musica di Mancini, che lui stesso ha prodotto e arrangiato in diverse versioni con una genialità che solo pochi possono permettersi. Talvolta è più semplice scrivere musica originale che arrangiare lo stesso brano in vari stili e formazioni diverse e a livelli musicali altissimi. Quindi è stato ancora più complesso trovare soluzioni creative che non annoino l’ascoltatore e diano qualcosa in più di quanto sia stato già fatto e realizzato. La particolarità del mio percorso artistico è stata quella di toccare vari ambiti stilistici con la musica dello stesso compositore, creare un tessuto musicale adeguato a solisti così diversi tra loro, ma tutti funzionali l’un l’altro, uniti per creare quelle combinazioni strumentali solistiche assai rare da realizzare>>.

 

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