Ci ha lasciati il Maestro Premio Oscar Ryuichi Sakamoto

Addio Ryuichi Sakamoto
Guarda a volte il caso. Stavo ascoltando il bellissimo brano pianistico funereo-profetico “Andata” di Ryuichi Sakamoto dall’album film concerto del 2018 Async – del quale è uscito nel medesimo anno una versione CD remix “Async – Remodels” dello stesso compositore – e apprendo della nefasta notizia della scomparsa di questo enorme autore nipponico, malato da tempo; un gran combattente contro un tumore alla gola che lo ha debilitato sin dal 2014, ad ogni modo non fermando la sua produzione, indagine e composizione di nuove colonne sonore e lavori extra cine-musicali: la sua ultima score è stata concepita per il film TV Stalingrad - Stimmen aus Ruinen del 2023, co-scritta con il compositore e regista tedesco Alva Noto – con il quale aveva realizzato la OST per Revenant – Redivivo di Alejandro G. Iñárritu con il premio Oscar Leonardo Di Caprio nel 2015 e concretizzato in totale cinque album –.

Ryuichi Sakamoto, scomparso all’età di 71 anni il 28 marzo scorso a causa di un cancro al colon che, dopo quello alla gola di cui sopra, lo ha indebolito fino alla sua dipartita, annunciata soltanto oggi dai suoi familiari più stretti, che hanno celebrato nel pieno rispetto della privacy e del loro volere il funerale poco dopo la sua morte. Sakamoto nasce a Nakano (Tokyo) il 17 gennaio del 1952 e studia il pianoforte (suo strumento d’elezione dall’età di 11 anni) e la composizione presso l’Istituto d’Arte di Tokyo, occupandosi quasi contemporaneamente di arrangiamenti, pure suonando in alcune orchestre jazz giovanili, costituendo a metà degli anni ’70 una delle più acclamate e celeberrime band elettro-techno-pop del Giappone, la Yellow Magic Orchestra (ispirata dalla musica di Giorgio Moroder e dei Kraftwerk) nella quale suona le tastiere e canta, specializzandosi successivamente, a partire dal 1982, nelle colonne sonore per il Cinema (e non solo). 
Dichiarò anni addietro riguardo il suo operato nella musica applicata alle immagini: “In generale è molto difficile esprimere la musica a parole. Sono io a dover indovinare ciò che i registi vogliono, ciò che sentono nella loro testa. A volte mi sento come un interprete”. Ermanno Comuzio riporta nel suo “Musicisti per lo schermo – Dizionario ragionato dei compositori cinematografici”: <<Di questo eclettico e instancabile artista è stato detto che incarna più di ogni altro musicista contemporaneo le inquietudini dell’intellettuale a cavallo tra la fine del Novecento e l’inizio del terzo millennio>>. In Sakamoto convivono alla perfezione, nel suo stile ben definito e immediatamente ravvisabile anche ad un ascolto distratto, sonorità orientali d’appartenenza e quelle sinfoniche occidentali (di cui è stato il miglior rappresentante di origini asiatiche), rock, elettronica, world music, ambient, new age, classica, jazz e pop, confluendo in ognuna di esse tutte le sotto generazioni e rigenerazioni, sempre con uno spiccatissimo modus faciendi che ce lo ha fatto amare e analizzare fin dagli esordi musicali, non esclusivamente legati all’Ottava Arte.

Nel suo prestigioso carnet svariate nomination e riconoscimenti e collaborazioni con registi di tutto rispetto: tra i tanti l’Oscar, il Grammy e il Golden Globe per le migliori musiche de L’ultimo Imperatore (The Last Emperor), co-diviso con Cong Su e David Byrne, per la regia di Bernardo Bertolucci nel 1987; un Bafta per la sua prima colonna sonora in assoluto, Furyo (Merry Christmas Mr. Lawrence, 1983) di Nagisa Ôshima con David Bowie protagonista e lo stesso Sakamoto come sua controparte attoriale, score che gli spalanca le porte del successo planetario; un altro Golden Globe per Il tè nel deserto (The Sheltering Sky) del 1990 di Bernardo Bertolucci; nel 2016 un World Soundtrack Awards alla carriera; ha composto per registi del calibro di, oltre ai succitati Bertolucci – per il quale ha scritto anche Piccolo Buddha (Little Buddha, 1993) con Keanu Reeves e Bridget Fonda – e Iñárritu per Babel (Id. – 2006) con Brad Pitt e Cate Blanchett, Pedro Almodovar per Tacchi a spillo (Tacones lejanos, 1991) con Victoria Abril e Miguel Bosé, Brian De Palma per Omicidio in diretta (Snake Eyes, 1998) con Nicolas Cage e Femme fatale (Id. - 2002) con Antonio Banderas, Francois Giraud per Seta (Silk, 2007) tratta dalla novella di Alessandro Baricco, Volker Schlöndorff per Il racconto dell’ancella (The Handmaid’s Tale, 1990) con Natasha Richardson e Faye Dunaway, Ryû Murakami per Tokyo Decadence (Id. – 1992), sempre Ôshima per Tabù – Gohatto (Gohatto, 1999), Peter Kosminsky per Cime tempestose (Wuthering Heights, 1992) con Juliette Binoche e Ralph Fiennes, Andrew Levitas per Il caso Minamata (Minamata, 2020), Alice Winocour per Proxima (Id. – 2019) con Eva Green e Ferdinando Cito Filomarino per Beckett (Id. – 2021). Ha composto anche per la televisione: la miniserie Wild Palms del 1993 con Jim Belushi e un episodio della serie Black Mirror del 2019.

Ryûichi Sakamoto è stato un grande ricercatore di suoni, soprattutto dalla natura che lo circonda, come ben si può assorbire dalla visione del meraviglioso documentario biopic del 2018 che lo riguarda, Coda di Stephen Nomura Schible. Sakamoto quando scrisse la OST per Furyo, che considerava più che un film di guerra, una storia d’amore, rovesciata, era veramente un dilettante e come riferimento per le musiche dal produttore del film ebbe Bernard Herrmann di Quarto potere che Ryuichi ammirava da tempo. Voleva scrivere l’intera colonna sonora usando la concezione wagneriana del leitmotiv e così fu. Inoltre quando vide come recitava nel film, fu scioccato dalla sua brutta interpretazione e si mise di impegno per porvi rimedio con la sua musica. Volle comporre una partitura che sembrasse orientale per gli occidentali e una via di mezzo per gli orientali.
Invece in riferimento a L’ultimo Imperatore, la score che lo ha reso ancora più celebre nel mondo e pluripremiato, Sakamoto quando incontrò Bertolucci sperava che lo avesse contattato per fargli scrivere le musiche del suo film, all’opposto fu preso come attore, e la tal cosa lo sorprese, in ogni caso accettando immediatamente. Recitò per due mesi in Cina e poi a Cinecittà, e se ne tornò in patria. Alcuni mesi più tardi, ricevette una telefonata che lo mise in allarme, perché Bertolucci desiderava con urgenza che componesse le musiche per la pellicola, avendo solo due settimane per scrivere l’intero score. Sakamoto cancellò tutti gli impegni presi e si impegnò a comporre musica cinese – che tra l’altro non gli piaceva e conosceva poco, difatti acquistò ventidue raccolte di musica popolare per documentarsi, ascoltandole tutte in men che non si dica – ed iniziò a buttare giù la partitura ma le cose non andarono bene con Bertolucci, con il quale, altresì, aveva avuto un ottimo rapporto sul set. Bernardo, come raccontato con dovizia di dettagli nel bellissimo libro “Musica – Maestri del Cinema” (Atlante, 2003) di Mark Russell e James Young: << Il primo giorno arrivò allo studio e iniziò a gridare: ‘Dov’è lo schermo grande?’ Conosceva solo il vecchio modo di registrare la colonna sonora avendo di fronte un grande schermo che si guarda mentre il direttore usa un orologio. Il mio metodo era tutto computerizzato. Era tutto diviso in sequenze anche se usavamo strumenti acustici e un’orchestra. Ogni cosa veniva suonata secondo sequenze di tempo calcolate. Bertolucci non capiva tutto ciò. Non sapeva niente della sovraincisione. Le scene avrebbero avuto gli archi, con gli ottoni e i legni da aggiungere in seguito. Bertolucci urlava: ‘Più emozione, Ryuichi, ci vogliono degli ottoni qui! Dove sono gli ottoni? Io dicevo: ‘Bernardo, non preoccuparti, gli ottoni li metteremo domani’. ‘No, no, è impossibile!’ Via via, osservando il processo, iniziò a capire e la nostra comunicazione migliore.>>
Per ricordare questo genio della Musica vi riproponiamo la puntata speciale monografica a Lui dedicata due anni fa su Soundtrack City da me e da Marco Testoni con vari ospiti musicali: