Ci ha lasciati Massimo Morante, co-fondatore dei Goblin

Addio Massimo Morante

E’ volato via prematuramente Massimo Morante, insieme al suo talento, alla sua energia, alla sua eterna voglia di rock. Con lui perdiamo uno dei più iconici chitarristi della storia musicale italiana, fra i più controversi e ribelli nei confronti dell’establishment musicale. Il “ragazzo d’Argento” un po’ sognatore, un po’ mito che amava dialogare senza filtri con i suoi fans, come se fosse il musicista della porta accanto.
Co-fondatore dei Goblin, insieme al suo compagno di avventure musicali Claudio Simonetti - fra alti e bassi di un lungo, contrastato rapporto incrinatosi tristemente sui canali social - nel lontano 1975, mai si sarebbe aspettato di scalare le classifiche italiane, all’età di poco più di vent’anni, con una colonna sonora, quella di Profondo Rosso che è passata alla storia come un ‘unicum’, foriera di cifre di vendita da capogiro. Un progetto partorito in meno di una settimana, a seguito di una congiuntura artistica favorevole, in una piccola cantina di Roma, in Piazza dei Navigatori e uno studio di registrazione (l’Ortophonic) condiviso con un gruppo di giovanissimi musicisti, dai Marangolo Brothers a Walter Martino, da Fabio Pignatelli allo stesso Simonetti. Paradossalmente quel travolgente successo, né Morante, né i suoi soci riuscirono a metabolizzarlo e gestirlo con sufficiente lucidità, ritrovandosi scaraventati in una lunga tournée con Riccardo Cocciante e un nuovo fallimentare album (“Roller”) che ne contrassegnò inevitabilmente l’incertezza futura. Grazie a nuovi progetti cinematografici (Suspiria e, dopo, Zombi), ovvero l’Horror secondo Argento, un nuovo momento di popolarità non fece altro che prolungare l’agonia di una band già in forte crisi d’identità che comportò la decisione di Massimo di abbandonarla nel 1978, optando per la carriera solistica sotto l’egida di Renato Zero.

Il musicista: Il tocco musicale di Massimo è riconoscibilissimo, grazie a uno stile senza tempo, raffinato e graffiante. In alcuni casi propenso all’ipnotico potere evocativo dell’arpeggio esasperato (Suspiria ne è un valido esempio), in altri ad un rock più ruvido e intenso, attraverso soli di chitarra “hard”, (“Zaratozom”) con picchi melodico-romantici (“Aquaman”), con un orecchio rivolto al passato, ma sempre proiettandosi verso ricerca e sperimentazione. Il suo contributo nella composizione dello stesso brano principale di Profondo rosso è stato determinante, grazie alla creazione della struttura del brano su un arpeggio proposto da Pignatelli. Fondamentale anche la sua scelta di utilizzare un antico strumento greco, il bouzouki, per caratterizzare al meglio la celeberrima nenia di Suspiria. Registi e musicisti si sono ispirati a lui, da John Carpenter (anch’egli valido chitarrista) ai Dream Theater, influenzati dalla fluidità tecnica e dalla sapiente alchimia musicale non solo della sua proposta, ma dei Goblin al completo. La sua svolta commerciale degli anni ‘80, se gratificò parzialmente la sua voglia di protagonismo sulla scena musicale, ne tarpò le potenzialità compositive e tecniche, relegandolo a un ruolo di cantante pop presto dimenticato dal pubblico. Così Massimo, un po’ a ‘corrente alternata’, ha vissuto la sua carriera musicale, attraverso fasi di oblio artistico e repentini ‘ritorni di fiamma’, con sporadiche incursioni cinematografiche, Tenebre, Non ho sonno, “Back to the Goblin”. Questa incostanza sicuramente non ha fatto bene alla sua carriera, ha spiazzato il suo pubblico, talvolta allontanandolo. Eppure Massimo ci ha donato dei brani indimenticabili, attraverso un originalissimo approccio al rock, contaminato da una personalità musicale sanguigna che si è rivelata appieno in brani come “Goblin”, il già citato “Zaratozom” o il più recente “Magic Thriller”.



Personalità: La complessità di Massimo era tutta nel suo carattere, il suo modo critico di porsi nei confronti dell’industria discografica, l’esigere sempre una rigorosa correttezza da parte dei colleghi, il voler combattere un sistema che ti omologa e omogenizza schiacciandoti artisticamente. In sostanza un vero e proprio guerriero con la chitarra. E questo gli ha sicuramente fatto terra bruciata attorno. Inoltre musicalmente, rispetto a Simonetti che è riuscito a cavalcare con abilità le mode e ad intercettare i mutamenti dei gusti del pubblico (vedi la lungimirante scelta di “importare” la discomusic in Italia con il fenomeno degli Easy Going sul finire degli anni settanta), Massimo è rimasto irrimediabilmente ancorato alla tradizione, al buon vecchio rock d’annata, ai suoi modelli, al suo DNA musicale.



L’amicizia: Andiamo un po’ sul personale. La prima volta che ci siamo sentiti io e Massimo è stato nel 2003. Lui era riuscito a procurarsi il numero diretto del mio ufficio (allora i cellulari erano ancora poco diffusi) e volle conoscermi per propormi un nuovo progetto che aveva in mente: il primo libro sui Goblin. Una proposta interessante, specie perché proveniva da un musicista leggendario e che, non posso negarlo, un primo momento mi spiazzò. Massimo voleva che quel saggio fosse scritto da un freelance, con specifiche competenze nell’ambito musicale e cinematografico, un giornalista indipendente, considerando che i Goblin, nonostante i loro successi commerciali, continuavano ad essere marginalizzati dalla critica del settore (specie quella italiana) e rappresentati come un fenomeno commerciale di modesto valore artistico. L’idea di ‘sdoganare’ criticamente una band che aveva raccolto tanti consensi all’estero e che aveva influenzato (e rivoluzionato) la colonna sonora, specie nella cinematografia horror, fu subito da me condivisa e, dopo due anni, ne nacque un libro “Goblin: la musica, la paura, il fenomeno”, edito da ‘Un mondo a parte’, di cui lo stesso Morante andò fiero, considerandola anche una sua creatura. L’attesa presentazione del libro fu organizzata alla Sala Trevi di Roma, in una serata pensata come momento di riscatto per una band ormai sciolta da tempo, ma molto amata dal pubblico, nonostante le evidenti sottovalutazioni della stampa ufficiale: purtroppo fu l’ennesima occasione mancata. Quasi tutti i musicisti del gruppo snobbarono l’appuntamento, tranne il bassista Fabio Pignatelli e lo stesso Massimo Morante che, consapevole della preziosità di quel momento pubblico, di fronte ad una platea di aficionados, si prese tutto il suo spazio, facendolo in maniera brillante, divertente e, perché no, autoreferenziale com’era giusto che fosse. Una serata rimasta impressa nella memoria di molti partecipanti, in cui Massimo regalò al “suo” pubblico (con la complicità dell’inappuntabile conduzione di Loris Curci, oggi valente produttore cinematografico) una performance indimenticabile, non risparmiando battute sagaci, frecciatine al vetriolo e critiche puntuali nei confronti del panorama musicale e cinematografico contemporaneo ormai divenuto sterile riproduzione di vecchi stilemi, privo di idee nuove e del coraggio di osare. Fu qui che, secondo me, venne fuori il vero Max, in questa magica serata in cui, sentendosi a suo agio, privo di condizionamenti e “coccolato” dal suo pubblico, fu davvero se stesso: diretto, critico, graffiante. Mi abbracciò con un calore e una riconoscenza che non lasciò alcun dubbio sul suo stato d’animo e la personale stima che nutriva nei miei confronti e questo mi ripagò di tante ore di lavoro e ricerca passate sulle pagine di quel libro, divenuto col tempo un cult-book di cui vado fiero.
In tempi più recenti ricordo anche il suo rammarico per il fatto che Wikipedia, la ben nota enciclopedia online, continuasse ad ignorare il suo nome, diversamente da tutti gli altri musicisti dei Goblin. Dopo vari tentativi, durati diversi anni, riuscii nell’intento di far approvare il suo nome e la scheda con la sua carriera discografica (Wikipedia ha dei meccanismi così rigidi da risultare spesso frustrante) e ancora una volta lui mi chiamò per esprimermi la sua riconoscenza. A pensarci bene tutto questo è avvenuto non più di qualche mese fa. Ci siamo sentiti l’ultima volta solo per scambiarci gli auguri di Pasqua, ma la sua voce era segnata, diversa. E anche il suo stato d’animo: stanco, psicologicamente cupo e con un affanno che non faceva presagire nulla di buono. Forse avrei dovuto chiedergli lumi sul suo reale stato di salute, cercare di approfondire meglio, dargli qualche consiglio, ma optai per una rispettosa discrezione, temendo di entrare troppo nella sua sfera privata e di imbarazzarlo. Da allora non ci siamo più sentiti e contavo di richiamarlo a breve per ampliare la pagina di Wikipedia a lui dedicata. Purtroppo nel frattempo mi è pervenuta la dolorosa notizia della sua dipartita. La perdita di un grande artista. E per me, di un amico vero.

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