Ci ha lasciati il batterista Vincenzo Restuccia

Addio Vincenzo Restuccia
Si può “respirare”, “annusare” il ritmo?
Io l’ho visto fare. O dovrei dire l’ho sentito fare.
Io non ho memoria di quando incontrai Vincenzo, che per tutti era Enzo, l’unico.
Dopo molti anni mi accorsi che Enzo era dentro di me, che con lui ero nato e cresciuto, che con lui avevo cantato, ballato, sognato, riso, pianto.
Le prime immagini che ho di lui impresse nella memoria, sono uno scintillio nelle immagini spesso distorte, ma assolutamente e poeticamente in bianco e nero, della mia televisione di fanciullo.
I varietà del sabato sera del Primo canale (perché a quel tempo c’erano solo due canali, ed erano solo RAI) ci facevano sognare; e vedere quell’astronave scintillante era al contempo una gioia per gli occhi (anche in termini di scenografia) che per il cuore, in quelle canzoni da Italia del boom che suonavano al ritmo di “dum tatatà tatta dum dum”. In quello sfavillio era diventata familiare l’immagine imponente di quel musicista in smoking che a sua volta emetteva una propria luce: la montatura dei suoi sempiterni occhiali Ray-Ban erano diventati per me una certezza, un riferimento, una garanzia.
Se c’era lui, voleva dire che era scesa in “campo” la nazionale dei musicisti.
Gli anni passano, gli studi in Conservatorio in quegli anni non prevedevano amori musicali al di fuori della musica “accademica”; da adolescente la mia passione beatlesiana la dovetti coltivare in modo carbonaro, evitando di andare a scartabellare gli LP dei Fab Four in quei negozi prossimi al Conservatorio capitolino, per evitare di essere “marchiato” come impuro, senzadio, satanista. Per non parlare della mia passione per le colonne sonore….
Chissà quanti dischi, sigle, colonne sonore avremo registrato insieme; ma fu in occasione dell’attività concertistica internazionale con Ennio Morricone che ci “trovammo”.
Enzo ed Ennio, anche se separati da circa venti metri di distanza sul palco, era come se fossero legati ad un filo invisibile; io, che ero seduto al primo leggìo e praticamente a contatto diretto con il Maestro, restavo sorpreso dalla capacità di Enzo di seguire, a quella distanza, ogni più piccolo gesto, movimento, respiro del Maestro. Riusciva, in certi casi, ad anticiparne il pensiero musicale, come fosse l’emanazione fisica del pensiero ritmico del Maestro; in alcuni casi diventava lui il riferimento per i circa duecento musicisti (tra strumentisti e coristi) presenti sul palco: in situazioni di acustica complicata (come in certi palazzi dello sport vuoti durante i soundcheck) l’enorme massa sonora da noi prodotta diventava una trappola acustica, per cui anche un sordo avrebbe perso la “rotta”; lui no, lui era come un “mancorrente”, saldo, preciso, imperturbabile, riferimento assoluto, stella polare per i naviganti del pentagramma. La mia passione per il ritmo, per i brani ritmici, per cercare di essere meno “latente” rispetto al ritmo, come spesso accade negli strumenti ad arco, ci fece “incontrare” musicalmente e umanamente.
Infiniti i racconti del suo passato: da giovane suonatore nelle basi americane a Napoli nel primo dopoguerra, alle corse tra gli studi di registrazione e televisivi romani negli anni d’oro del boom economico, oltre a un’infinità di aneddoti.
Fu, però, grazie a mio figlio Davide che ebbi la fortuna di conoscere Enzo nel suo profondo di uomo e musicista.
Mio figlio, da sempre attratto dagli strumenti a percussione e dopo un percorso di studi vari, mi espresse la volontà di voler studiare “batteria”, in un momento di crisi nel suo percorso di studente dell’Accademia Nazionale di Danza. Senza batter ciglio, chiesi al mio “amico” Enzo a chi mi sarei potuto rivolgere per potergli far intraprendere questo percorso: senza pensarci un attimo, Enzo mi rispose che non avrebbe permesso a nessuno di essergli maestro all’infuori di lui stesso; ci saremmo visti il sabato seguente a casa sua per una lezione di prova; senza appello.
La notte prima di quel sabato faticai a dormire, sentivo forte il peso, la responsabilità, come se dovessi affrontare io un’audizione con Salvatore Accardo; la mattina dopo ci recammo a Sutri nella sua casa e, una volta scesi nel suo studio, Enzo tolse le protezioni alla sua batteria, si sedette, la accordò (…….!!!!!), e poi si rivolse a Davide chiedendogli: “Uè, mo famm’ capì: ma tu vuoi diventare UN batterista o IL batterista? perché si tu vuò esser UN batterista, chella è ‘a porta e te ne può turnà a casa tua!”.
Sul giuramento di voler ambire ad essere IL batterista, vergato col “sangue” dell’incoscienza giovanile in un’occhiata di intesa tra i due, iniziò il suo percorso di studi con Enzo, percorso da me parallelamente seguito, in cui imparai a conoscere innanzitutto il grande didatta, ma anche lo studioso maniacale, il musicista sopraffino, l’instancabile ricercatore di precisione che Enzo è stato. Fu in quelle occasioni che imparai che il ritmo si può respirare, annusare: assistere alla sua ricerca sonora nello studio del suo strumento, la tecnica motoria nel mix di spazio-tempo in cui assumeva la sembianza di un musico-danzatore dagli echi dionisiaci, mi fece apprendere ancora di più anche sul mio rapporto spazio-tempo nella tecnica del mio strumento. Furono giornate incredibili, lezioni lunghe fino a quattro ore, in cui si imparava, si parlava, si scherzava, ci si confrontava, si ricercava insieme.
Per motivi vari, mio figlio scelse poi di intraprendere la carriera di danzatore diplomandosi all’Accademia; questo gli costò il grosso sacrificio di abbandonare quel percorso intrapreso con Enzo, percorso che si porta ancora dietro nel suo cercare di essere “professionista” in tutto quello che fa, cercando sempre di essere IL e non UN, ma con l’onestà intellettuale di aver compreso che essere UN cercando di essere IL fa già la grande differenza. L’ultima volta che l’ho incontrato è stato ormai circa quattro anni fa, in occasione di una mia “intervista” in relazione ad un libro di mia ideazione e di (spero) prossima pubblicazione: rileggendo le sue parole trovo che tornano spesso le parole “danza, ballo” proprio a testimonianza della sua passione per quel movimento ritmico che era il suonare il suo strumento; e fu l’indimenticabile Domenico Modugno ad affibbiargli il soprannome di “Rolex” proprio per il suo merito di essere preciso all’inverosimile.Molti ricordano Enzo per avere avuto un brutto carattere, ma io credo fermamente che faccia parte di quei caratteri che – ligi all’essere fedeli al proprio io – non accettano il piegarsi alle situazioni, difendendo la propria professionalità e personalità fino alle estreme conseguenze. E sicuramente questo era il filo trasparente che legava i due musicisti: Ennio ed Enzo, due uomini, non due caporali.
Questo non significa che non avesse un cuore, anzi: il suo era grande proprio come un porto di mare, come la sua Napoli, capace di accogliere e donare allo stesso modo.
Lo saluto al suo modo con quell’immancabile “PISELLO’ A TUTTI!!”: la sua ironica e partenopea storpiatura di PEACE AND LOVE con cui amava salutare il mondo.
Ciao Enzo.