Addio Gato Barbieri

A volte basta un titolo solo, anche nella musica per film, per entrare nella leggenda. Ed è quanto è toccato a Leandro Barbieri detto “Gato”, il compositore, sassofonista, uomo-orchestra argentino che ci ha lasciato nei giorni scorsi all’età di 83 anni. Il titolo in questione è Ultimo tango a Parigi (1972) di Bernardo Bertolucci, uno dei film più maledetti di tutti i tempi, condannato al rogo, censurato e poi resuscitato, oggi valido più che altro come reliquia di costume che come autentico motivo di scandalo.

In realtà Barbieri aria di cinema (e della sua musica) l’aveva respirata molto presto. Di umili origini, appassionato di violino, aveva studiato composizione, sax e clarinetto a Buenos Aires prima di entrare, appena ventunenne, nell’orchestra del celebre compatriota Lalo Schifrin. Poi si era trasferito a Roma dove negli anni ’60 aveva collaborato ad alcuni arrangiamenti di Ennio Morricone e di Piero Umiliani per i film Una bella grinta e Svezia inferno e paradiso. Nel frattempo iniziava il suo sodalizio con leggende del jazz come Don Cherry, Charlie Haden, Angel “Pocho” Gatti e Jan Shorter, e nei suoi dischi si palesava quello stile caratteristico che mescola influenze latine e sudamericane con gli echi del più puro “free jazz”.
Sotto questa stella avviene l’incontro con il regista italiano e la creazione di uno score sinuoso, malinconico ed elegantemente morboso, intessuto di melodie avviluppanti e con un tema principale divenuto subito “hit”, per il film-scandalo con Marlon Brando e Maria Schneider: una fatica che vale a Barbieri un Grammy Award e fama internazionale, ma che lo accomuna anche agli anatemi scatenati contro Bertolucci dai settori più retrivi e bigotti della società (la campagna censoria contro Ultimo tango, purtroppo orchestrata anche con la complicità di celebri nomi della critica italiana, rimane qualcosa di indecentemente unico nel nostro Paese).
Rimarrà una fatica isolata nella carriera di Barbieri, che pure si accosta una seconda volta al cinema, nel ’79, con Bocca di fuoco di Michael Winner, ma con esiti e successo infinitamente inferiori. Più recentemente, collaborerà anche nell’universo più latamente pop, con artisti come Carlos Santana e il nostro Pino Daniele, ma negli anni ’80 – anche a seguito della scomparsa della moglie Michelle – la sua attività si dirada, per riprendere con una certa costanza solo nel decennio successivo. La sua rimane comunque una figura decisiva di geniale mescolanza stilistica tra culture musicali diverse, unite da quell’amore per il grande jazz che in Gato Barbieri era tutt’uno con il legame alla propria terra.

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