Ci ha lasciati il Maestro Quincy Jones

foto quincy jones euforico

Addio Quincy Jones

<<Devo esprimere il mio eterno amore e la mia gratitudine ai miei incredibili e amati mentori nel mondo del cinema per il periodo meraviglioso che è stato: Henry Mancini, Benny Carter, Armando Trovajoli e Stanley Wilson>>.

Questa documentata dichiarazione di Quincy Jones custodisce tutta la sua profonda e speciale ammirazione per il Jazz (e alcuni dei suoi massimi esponenti) in tutte le sue configurazioni e ramificazioni, da quello elegante di Mancini a quello armonioso di Carter, da quello popolare di Trovajoli a quello codificato di Wilson; per lo più un jazz in riferimento alla sua applicazione, sia compositiva che esecutiva, nell’ambito della Film Music.

In Quincy Jones, che ci ha lasciati all’età di 91 anni il 3 novembre nella sua casa di Bel-Air in Los Angeles, abbracciato dall’immenso affetto delle sei figlie, dell’unico figlio, 6 nipoti e un pronipote ed una miriade di parenti, hanno convissuto, nella medesima entità artistica, una moltitudine di compositori, musicisti, arrangiatori, produttori, direttori d’orchestra e molto altro ancora che non basterebbero un documentario (quello su Netflix del 2018 dal titolo Quincy è da vedere necessariamente), libri su libri e dischi su dischi per raccontarne la Grandezza Assoluta e Gigantesca Umanità privata e professionale inimmaginabili. Un altro Titano della Musica tout court che viene a mancare, anche se ad un’invidiabile veneranda età, facendoci immediatamente sovvenire un pensiero tristemente lancinante: a poco a poco i Reali Grandi Vecchi della Musica Mondiale, che ne hanno definito le originali linee guida, creando a loro volta nuovi generi e nuove melodie indimenticabili, stanno scomparendo e cosa resta, a parte (Deo Gratias!) le loro Note, nel panorama attuale compositivo di cui un giorno si potranno similmente scrivere cotante lodi sperticate? Ai posteri l’ardua sentenza.

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Un’ennesima smisurata perdita della quale, come si dice sempre nel caso di autori che hanno fatto della musica la propria unica ragione di vita, resta tutta la sua sterminata produzione discografica in vari ambiti, dalla musica applicata alle immagini, sulla quale ci soffermeremo per ovvi motivi, a quella jazz, tutta la black music (funky, R&B, soul, rap, bebop, gospel, spiritual, blues, etc.), pop, musical, classica, bossanova, samba, etnica e sottogeneri vari ed eventuali, perché sin da giovane Jones ha amato le contaminazioni (e ne possedeva nel DNA le mastodontiche funzionalità spontanee dell’immediata messa in pratica ideativa e realizzativa). Fu nominato agli Oscar per ben sette volte (e gli era stato confermato l’Oscar alla carriera ai prossimi Academy Awards 2025 che otterrà sfortunatamente postumo) per le pellicole Il colore viola (tre nomination come miglior film in qualità di produttore del film, migliore score e migliore canzone originale “Miss Celie’s Blues”), I’m Magic (migliore musica, colonna sonora originale e suo adattamento o Migliore colonna sonora di adattamento), Un uomo per Ivy (miglior canzone originale “For Love of Ivy”), Il club degli intrighi (miglior canzone originale “The Eyes of Love”), A sangue freddo (miglior score). Un’infinità i riconoscimenti conquistati o accarezzati oltre all’osannato Oscar succitato, tra cui 27 Grammy su 79 nomination e un Grammy Legend Award nel 1991, due ASCAP Awards, un Emmy su quattro candidature, 4 nomination ai Golden Globes e la Stella sulla Walk of Fame nel 1980. In carnet oltre 2.900 canzoni incise e oltre 300 album registrati.

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Nella sua filmografia come compositore (51 score per TV e Cinema con oltre 1.000 composizioni originali) si annoverano le variopinte, funzionali e magnifiche partiture per film dai cast sproporzionati sia tecnici che artistici, tra i quali L’uomo del banco dei pegni (The Pawnbroker, Sidney Lumet, 1964), La vita corre sul filo (The Slender Thread, Sydney Pollack, 1965), Mirage (Id. – Edward Dmytryk, 1965), Cammina, non correre (Walk Don’t Run, Charles Walters, 1966), Chiamata per il morto (The Deadly Affair, Sidney Lumet, 1967), La calda notte dell’ispettore Tibbs (In the Heat of the Night, Norman Jewison, 1967), A sangue freddo (Truman Capote’s In Clod Blood, Richard Brooks, 1967), Un uomo per Ivy (For Love of Ivy, Daniel Mann, 1968), L’oro dei Mackenna (Mackenna’s Gold, J. Lee Thompson, 1969), Un colpo all’italiana (The Italian Job, Peter Collinson, 1969), L’uomo perduto (The Lost Man, Robert Alan Aurthur, 1969), John e Mary (John and Mary, Peter Yates, 1969), Fiore di cactus (Cactus Flower, Gene Saks, 1969), Omicidio al neon per l’ispettore Tibbs (They Call Me Mister Tibbs!, Gordon Douglas, 1970), Un provinciale a New York (The Out of Towners, Arthur Hiller, 1970), Rapina record a New York (The Anderson Tapes, Sidney Lumet, 1971), Getaway! (The Getaway, Sam Peckinpah, 1972), I’m Magic (The Wiz, Sidney Lumet, 1978, una versione All Black musical de Il mago di Oz con Diana Ross, Michael Jackson e Richard Pryor) e Il colore viola (The Color Purple, Steven Spielberg, 1985 – con interventi compositivi di Chris Boardman, Joel Rosenbaum, Jeremy Lubbock, Jack Hayes, Rod Temperton, Fred Steiner, Lionel Richie, Jorge Calandrelli). Per la TV ha scritto le iconiche sigle e commenti dei telefilm Sanford & Son (1972 – 1977), Ironside (1967 – 1975), The Bill Cosby Show (1969 – 1971) e la miniserie di successo Radici (Roots, 1977 – solo la musica del primo episodio; i restanti commenti ad opera di Gerald Fried).
Un gran fetta dei summenzionati titoli in versione integrale originale o in forma di suite si possono ascoltare nel qualitativamente elevato cofanetto Decca/Universal del 2016 dal titolo “The Cinema of Quincy Jones” (contiene una lunga intervista spassosa e chiarificatrice al compositore) che vi consiglio vivamente di acquistare per addentrarvi nel vasto universo sonoro di questo prodigioso effluvio di temi subito cantabili e variati in maniera sempre genialmente accattivante e adeguati fuori e dentro le immagini come non mai: le sue colonne sonore divenivano, come a non molti colleghi poteva succedere, album veri e propri da sentire senza problemi separati dal filmico; esemplare nel succitato cofanetto il brano “Slum Creeper” dalla pellicola L’uomo perduto (The Lost Man) in cui si può ritrovare tutto quel Sound selvaggiamente Blaxploitation, tra funky-soul ritmicamente danzante e carnale, archi e fiati in controcanto sinuosamente seducenti con quel crescendo epico e urbano: questo era il principiante mood musicale vitale di Quincy Jones.

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D’altronde la sua vita privata e in specie professionale è stata disseminata di incontri illuminanti, macchinosi, perigliosi e incredibili oltre ogni misura (quando si dice che il Destino ci gioca brutti scherzi ma a volte ci grazia di pagine talmente grandiose e uniche da non crederci, che segneranno indelebilmente il nostro cammino), che mutano prospettiva e carriera in maniera stupefacente, facendo sì che sia culminante in Arte Meravigliosa dall’apertura degli occhi al mattino presto sino alla loro chiusura abbracciando Morfeo serenamente (o magari insonne, ancora invaso da pensieri, idee e progetti da realizzare per donare nuova linfa vitale alla propria esistenza d’artista): in ordine sparso, roccaforti della Musica globale per i quali compose, scrisse arrangiamenti e orchestrazioni, diresse orchestre e band, lambendo con determinazione acutissima illimitata tutti i Generi musicali, come per Ray Charles, Frank Sinatra, Michael Jackson (Jones ne è stato il mentore ed il produttore dei più strepitosi successi mondiali, tra cui "Thriller", l'album più venduto di sempre), Stevie Wonder, Herbie Hancock, Betty Carter, Dinah Washington, Will Smith (Jones, uno dei produttori esecutivi per la serie televisiva dal grande successo, Willy il principe di Bel-Air), Gene Krupa, Henri Salvador, Charles Aznavour, Jacques Brel, Barbra Streisand, Toots Thielemans, Tony Bennett, Tony Renis, Matt Monroe, Astrud Gilberto, Sarah Vaughan, Diana Ross, Lionel Richie, Miles Davis, Bono, Ennio Morricone, Peggy Lee, Count Basie, Gerry Mulligan, etc. etc. etc. Uno dei suoi maggiori pezzi composti per un album extra cinematico, “Soul Bossa Nova” da “Big Band Bossa Nova” divenne quarant’anni dopo la sua uscita la colonna sonora portante dei tre film della serie Austin Powers con Mike Myers e diretti da Jay Roach, ossia Austin Powers - Il controspione (1997), Austin Powers - La spia che ci provava (1999) e Austin Powers in Goldmember (2002).

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Quincy Jones nacque a Chicago in Illinois il 14 marzo del 1933 e dalla metà degli anni ’40 si dedicò alla tromba, suo strumento d’elezione, suonando in varie orchestre in giro per gli Stati Uniti e incominciando a fare alcuni arrangiamenti per nomi di spicco del jazz e dello swing dell’epoca, divenendo il musicista jazz di colore più stimato e bramato da colleghi e Star della Musica degli anni Cinquanta; infine si trasferì in Francia a Parigi per intraprendere studi seri di teoria e composizione musicale con i monumenti Nadia Boulanger ed Olivier Messiaen, dove divenne anche direttore di una casa discografica dal 1956 al 1958, facendo pure parecchie tournée per l’Europa. Quando rientrò in patria, divenne direttore musicale della celeberrima etichetta Mercury, svolgendo differenti ruoli da lì in avanti nell’ambito musicale, toccando con mano i diversi aspetti: dalla produzione all’esecuzione, dalla distribuzione ai Live, dall’organizzazione di spettacoli all’incisione di dischi. Giunge alla musica applicata alle immagini e alla realizzazione delle colonne sonore sopra citate a metà degli anni ’60, componendo per il piccolo e grande schermo, anche spot, divenendo ben presto assai richiesto da registi di fama mondiale e grandi attori e attrici dello Star System, arrivando a, come descritto egregiamente dal nostro compianto Ermanno Comuzio nel suo dizionario “Musicisti per lo schermo” (edizione Ente dello Spettacolo): << […] comporre per il cinema, passando con elegante duttilità da un genere all’altro e da un autore all’altro, pur sentendosi più a suo agio nei racconti di gusto moderno, nei quali traspare la sua formazione jazzistica nutrita di una “quadratura” classica>>.

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Incancellabile l’ardua impresa del singolo corale più venduto di sempre, “We Are The World”, di cui si narra splendidamente e commoventemente nell’imperdibile documentario su Netflix We Are the World: la notte che ha cambiato il pop (The Greatest Night in Pop) del 2024: una complicata e memorabile notte unica nel suo genere, nella quale un supergruppo di cantanti e cantautori, sotto l’ala protettiva e paziente di Quincy Jones, Lionel Richie e Michael Jackson (anche coautori della canzone), insieme fra gli altri a Tina Turner, Bob Dylan, Bruce Springsteen, Ray Charles, Dionne Warwick, Diana Ross, Cyndi Lauper, Dan Aykroyd, Harry Belafonte, Lindsey Buckingham, David Byrne, Ray Charles, Phil Collins, Bob Dylan, Bob Geldof, Daryl Hall, James Ingram, Jackie Jackson, La Toya Jackson, Marlon Jackson, Tito Jackson, Al Jarreau, Waylon Jennings, Billy Joel, Ken Kragen, Madonna, George Michael, Bette Midler, John Oates, Jeffrey Osborne, Anita Pointer, June Pointer, Prince, Kenny Rogers, Paul Simon, Sting, Tina Turner, Sarah Vaughan e Stevie Wonder, cantarono la Canzone delle Canzoni per eccellenza nella Storia della Musica internazionale, a scopo benefico per combattere la fame in Africa e in particolare in Etiopia (alla fine furono raccolti 63 milioni di dollari).
Concludiamo questo ricordo/saluto al grande Quincy Jones con la sua meravigliosa, evocativa e spirituale canzone “Many Rains Ago (Oluwa)” interpretata magicamente, da brivido lungo la schiena, da Letta Mbulu per la colonna sonora originale di Radici. Addio Maestro, ci manchi già tantissimo!

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