Intervista esclusiva all'Orchestra Contractor Sara Pulice

Chi è l’Orchestra Contractor - Intervista esclusiva a Sara Pulice
Abbiamo incontrato la giovane Sara Pulice, una professionista di alto profilo della produzione musicale con un percorso che attraversa cinema, televisione, videogiochi e produzioni live. La sua esperienza, maturata anche su progetti internazionali di grande spessore realizzativo, l’ha portata a lavorare al fianco di compositori, artisti e team creativi, coordinando musicisti e processi di registrazione complessi.
Tra produzione, A&R, artist relations ed eventi, il suo lavoro nasce dall’incontro fra visione creativa, cura organizzativa e capacità di costruire relazioni. Da sempre interessata al potere della musica nel racconto, oggi sta orientando il proprio percorso verso la Music Supervision ed è Associate Supervisor Member della UK & European Guild of Music Supervisors. A Sara abbiamo chiesto di spiegarci la figura, in territorio italico poco nota nell’ambito della Colonna Sonora, dell’Orchestra Contractor e ne è venuta fuori una chiacchierata assai stimolante e di rilievo, in particolare per le giovani leve di musicisti che desiderano entrare a far parte della musica applicata alle immagini non esclusivamente da compositori e interpreti ma anche come la figura di cui sopra o il Music Supervisor e Music Editor.
Colonne Sonore: Partiamo dagli inizi: quando e come è nata la tua passione per la musica e nello specifico per la musica da film?
Sara Pulice: La musica è sempre stata molto presente in casa mia fin da piccola. Mio papà e mio fratello suonavano la chitarra, mentre io, per qualche motivo, ero molto affascinata da qualsiasi cosa avesse dei tasti da schiacciare. Iniziai quindi a prendere lezioni di pianoforte intorno ai dieci anni e da quel momento la musica mi ha sempre accompagnata, anche se a fasi alterne e in forme sempre diverse. Non ho mai avuto, però, un buon rapporto con il palcoscenico, per cui ho capito abbastanza presto che il mio posto sarebbe stato più dietro le quinte. Credo di essere sempre stata particolarmente affascinata dal potere che ha la musica di cambiare il modo in cui percepiamo un’immagine. Una stessa scena può emozionarti, inquietarti o persino farti sorridere a seconda delle note che la accompagnano. Mi ha sempre colpito come quei pochi suoni, a volte anche scarni, possano evocare qualcosa che le immagini e le parole, da sole, non riuscirebbero a dire. Forse è proprio questo che mi ha avvicinata cosı̀ tanto alla musica per immagini: la capacità di dire qualcosa senza necessariamente farsi notare. Essere lı̀, quasi in punta di piedi, suggerire, alludere e arrivare allo spettatore prima ancora che si renda conto di quello che sta provando. Credo sia un aspetto che sento molto vicino al mio modo di comunicare in generale: lasciare spazio, senza dover necessariamente spiegare tutto nel dettaglio.

CS: E poi arriva Londra. Con quali aspettative sei partita?
SP: L’idea era quella di rimanerci sei mesi per migliorare l’inglese. Ma, in qualche modo, sono diventati dodici anni! Dopo la laurea sono partita per l’Inghilterra e all’inizio ho fatto i classici lavori che si fanno quando si arriva all’estero: pub, ristoranti, supermercati, mentre imparavo la lingua. Poi ho iniziato a collaborare con locali e associazioni che organizzavano showcase, festival e serate di musica live, spesso senza retribuzione, pur di fare esperienza e conoscere persone del settore. Nel frattempo facevo altri due lavori per mantenermi, per cui mi capitava di mandare le mail per la musica a tarda notte. La cosa interessante è che la gente mi rispondeva subito! A posteriori forse avrei dovuto leggerlo come un avvertimento sugli orari che mi aspettavano... all’epoca, invece, lo presi come un ottimo segnale! Ho poi frequentato alcuni corsi di Music Business e il mio primo vero lavoro nel mondo della musica è stato come receptionist e assistente di studio in una sala prove nella periferia di Londra. Lı̀ ho imparato tantissimo, soprattutto sulle strumentazioni e sulle formazioni orchestrali, cosa che mi è tornata molto utile per quello che sono finita a fare dopo. Avevano un grande centro di noleggio dove potevi trovare le cose più strane, per cui appena potevo scappavo in magazzino con una scusa per provare gli strumenti, soprattutto le percussioni, per cui ho sempre avuto un debole!
CS: E poi come sei arrivata a fare l’Orchestra Contractor e a lavorare in studi come Abbey Road e AIR Studios?
SP: Quasi letteralmente per caso. Risposi a quest’annuncio online di un’agenzia di orchestra contracting e, se devo essere sincera, non sapevo esattamente nemmeno io che lavoro fosse! In qualche modo i colloqui andarono bene e iniziai la settimana successiva. Dopo un primo periodo da assistente e l’interruzione dovuta al Covid, iniziarono ad affidarmi i miei primi progetti. Diciamo che iniziare in pieno Covid non è stato l’ideale. Ho dovuto fare tutto il training a distanza e, visto che in studio poteva entrare una sola di noi alla volta, non c’era praticamente possibilità di affiancamento. Nonostante questo, ho trovato un team davvero pazzesco, che mi ha dato fiducia sin dall’inizio e mi ha permesso di crescere e imparare tantissimo, sostenendomi in maniera incredibile. Insomma, è stato un percorso tutt’altro che lineare, ma a un certo punto le cose hanno iniziato ad incastrarsi per il verso giusto.
CS: Parlaci un po' più nel dettaglio di questa tua ultima esperienza: la figura dell’Orchestra Contractor è ancora poco conosciuta in Italia. In cosa consiste nel concreto questo lavoro e come si sviluppa una sessione orchestrale per una grande produzione cinematografica?
SP: L’Orchestra Contractor è, in un certo senso, il punto di riferimento per tutto ciò che riguarda i musicisti coinvolti nella registrazione di una colonna sonora. Ci si occupa di costruire l’organico in base alle esigenze del progetto, degli aspetti contrattuali e organizzativi e, durante le sessioni, di fare da tramite tra i musicisti e le altre figure coinvolte nella produzione musicale. Più il progetto è grande, più aumentano le persone coinvolte e, di conseguenza, le variabili da gestire. Bisogna far quadrare organico, disponibilità, budget, contratti e tempi, cercando allo stesso tempo di rispondere alle esigenze artistiche del progetto. Nel concreto, il primo passo è raccogliere il maggior numero possibile di informazioni sulle esigenze del cliente. Poi bisogna capire quali diritti sono necessari e, di conseguenza, quali contratti utilizzare, sempre in accordo con le linee guida della Musicians’ Union, il sindacato britannico che rappresenta e tutela i musicisti professionisti. Si prepara quindi una prima stima dei costi, che inevitabilmente verrà modificata diverse volte man mano che il progetto prenderà forma, e poi si passa all’organizzazione vera e propria: musicisti, personale, studi e tutto ciò che serve perché la sessione possa svolgersi nel modo più fluido possibile. Infine si seguono le registrazioni in studio, cercando di fare in modo che tutto quello che è stato concordato venga effettivamente rispettato e che, quando inevitabilmente qualcosa cambia, ci sia qualcuno pronto a trovare una soluzione. Questo, ovviamente, spiegato molto a grandi linee. E’ un lavoro estremamente trasversale e sfaccettato: serve sensibilità musicale, ma anche organizzazione, conoscenza degli aspetti contrattuali e soprattutto una certa capacità di gestire persone, tempi e imprevisti.

CS: In questi anni ti sei trovata a lavorare in contesti molto diversi. C’è un’esperienza, un incontro o un momento che ricordi con particolare affetto?
SP: E’ difficile sceglierne uno. Ce ne sono davvero tanti che ricordo con affetto e per motivi diversi. Per quanto riguarda i progetti, la prima grande produzione alla quale ho lavorato è stata con Danny Elfman e, da grande fan di Tim Burton, è stato quasi surreale anche solo vedere il suo nome nella mia casella Outlook! Se proprio devo sceglierne uno, essendo cresciuta a pane e musiche Disney, come tanti della mia generazione, ritrovarmi nella stessa stanza con Alan Menken, che ha scritto gran parte di quelle colonne sonore che hanno accompagnato la mia infanzia, mi ha fatto un certo effetto. Uno degli ultimi progetti a cui ho lavorato è stato Mufasa, e anche quello è stato un po' un “pinch me moment”, come dicono gli inglesi. Avevo dieci anni quando è uscito il primo Re Leone e assistere, trent’anni dopo, alla registrazione dello stesso coro che aveva lavorato alle musiche originali è stato davvero emozionante. Anche le sessioni con le percussioni africane, ascoltate dal vivo, avevano qualcosa di veramente magico. Ho avuto poi la fortuna di incontrare e lavorare con molti compositori, produttori e musicisti straordinari, ognuno con il proprio modo di lavorare e la propria sensibilità. Ma alla fine, più che i grandi nomi o i progetti in sé, credo che i ricordi più belli siano legati soprattutto alle persone con cui ho avuto la fortuna di condividerli.
CS: Dopo dodici anni hai deciso di tornare in Italia. Cosa ti ha spinto a tornare e come hai vissuto questo rientro?
SP: Non è stata affatto una decisione facile. Erano anni che valutavo la possibilità di tornare e, a un certo punto, ho sentito che era arrivato il momento. La nostalgia dell’Italia, soprattutto della famiglia e degli affetti, era diventata sempre più forte. Sono tornata senza delle prospettive professionali concrete, quindi è stato un vero e proprio salto nel buio. Anche perché tornare dopo dodici anni non significa semplicemente rientrare in un luogo che conosci: significa ritrovare una realtà che nel frattempo è cambiata, mentre sei cambiata anche tu, e quindi ritrovarti, ancora una volta, a ricominciare. Dopo il rientro ho lavorato per due stagioni presso l’ufficio produzione dell’Arena di Verona, un’esperienza fantastica che mi ha fatto scoprire un mondo, quello dell’opera e del teatro, che non avevo mai conosciuto cosı̀ da vicino. Allo stesso tempo, però, mi ha aiutata a capire meglio che la direzione professionale che voglio seguire nel lungo termine è quella della musica per immagini. Gli studi di registrazione sono il luogo in cui mi sento più a mio agio. Trovo che ci sia qualcosa di straordinario nell’assistere a una musica originale che prende forma davanti a te: vedere compositori e musicisti confrontarsi, trovare soluzioni e lavorare insieme a qualcosa che sino a poco prima esisteva soltanto sulla carta.
CS: C’è qualcosa del modo di lavorare britannico che ti sei portata dietro? E qual è, invece, secondo te, un punto di forza dell’Italia?
SP: Dall’esperienza britannica porto soprattutto un certo modo di intendere il lavoro: organizzazione, molta autonomia e, soprattutto, un approccio molto orientato al lavoro di squadra. E’ una cosa che ho imparato ad apprezzare profondamente e che mi piacerebbe vedere applicata un po' di più anche in Italia. A volte ho la sensazione che ci sia una maggiore attenzione a far emergere il proprio valore individuale, mentre credo che, soprattutto in un contesto creativo come quello musicale e cinematografico, mettere intorno allo stesso tavolo persone con competenze, esperienze e sensibilità diverse possa fare una differenza enorme. Del nostro Paese, invece, penso che dovremmo essere più consapevoli della ricchezza che abbiamo già. Abbiamo una storia musicale straordinariamente varia e tradizioni che cambiano da regione a regione, che non sono rimaste ferme nel tempo, ma continuano tutt’oggi ad influenzare musicisti e cantautori e a dialogare con linguaggi più contemporanei. Mi piacerebbe che imparassimo a guardare a questa grande risorsa che abbiamo non solo come qualcosa da preservare, ma anche come una fonte di ispirazione da reinterpretare e uno strumento per raccontare l’Italia all’estero. Credo che ci sia molto spazio per valorizzarla in chiave contemporanea e internazionale.

CS: E oggi, dopo tutte queste esperienze, dove senti di voler portare quello che hai imparato?
SP: Mi piacerebbe molto creare una formula che possa fare da ponte tra l’Italia e il resto d’ Europa, partendo dalle competenze e dal talento che già esistono qui. In questi anni ho visto da vicino quanto possa essere importante avere accesso a una rete professionale, a determinati metodi di lavoro, ma soprattutto ad occasioni di confronto. E credo che ci siano moltissimi artisti e professionisti italiani che potrebbero esprimere ancora di più il proprio potenziale se avessero maggiori possibilità di entrare in contatto con delle realtà internazionali. Al momento sto lavorando ad alcune idee che vanno proprio in questa direzione: creare occasioni concrete di incontro e collaborazione, favorire la crescita di nuovi talenti e mettere in circolo competenze, esperienze ed opportunità. Mi piacerebbe che non fosse semplicemente un modo per portare qualcosa dall’estero in Italia o viceversa, ma un vero scambio bidirezionale, dove culture e sensibilità diverse possano incontrarsi, contaminarsi e dare vita a qualcosa di nuovo. Allo stesso tempo, sono curiosa di vedere quali altre strade potranno aprirsi lungo il percorso. Se c’è una cosa che ho imparato in questi anni è che spesso le opportunità più interessanti nascono proprio dagli incontri e dalle collaborazioni che non avevi previsto. L’Inghilterra mi ha dato tantissimo, più di quanto mi sarei mai potuta immaginare, sia a livello umano che professionale. Ora mi piacerebbe riuscire, in qualche modo, a restituire qualcosa al luogo da cui sono partita e a mettere in comunicazione questi due mondi. Sarebbe per me una grandissima gratificazione e, forse, anche un altro piccolo sogno che diventa realtà.