Beatles: 60 anni fa per la prima volta con la Bluebell Records

Un Bluebell Beatle per l’estate…
60 anni fa, nell’estate 1964, la Bluebell Records di Antonio Casetta non solo impegnava un’artista del suo roster nella prima edizione della competizione canora radio-televisiva Un disco per l’estate, ideata e realizzata dall’AFI (Associazioni Fonografici Italiani) in collaborazione con la Rai – ovvero Carmen Villani con la canzone “Imparerò a nuotare” (singolo Bluebell BB 03123, release digitale Bluebelldisc BCP DSG 2440) – ma aveva da poco chiuso un affare distributivo interessante come “trader” di quattro singoli discografici di una band inglese, il cui nome allora suonava in Italia ancora poco familiare e tendenzialmente massivamente irrilevante… The Beatles!
Fin dagli esordi della label nel 1959, Antonio Casetta, oltre alla produzione di nuovi artisti, si dedicò anche alla diffusione delle pubblicazioni delle etichette americane “rappresentate” e all’importazione di dischi di colonne sonore, musica jazz, rock e pop soprattutto provenienti dall’America. Quindi realtà come la Chancellor, la 20th Fox Records, la Colpix, la Canadian American videro il loro logo affiancato in busta da quello della Bluebell Records, che riforniva il mercato nazionale di uscite che negli States stavano riscuotendo un certo esito e che forse anche in Italia avrebbero potuto avere un mercato di fruizione e assorbimento.
Questa frenetica e autonoma attività distributiva portò presto Casetta e il suo staff a interfacciarsi con l’etichetta americana Vee-Jay Records che – non senza notevoli travagli legali con la dominante Capitol – riuscì a commercializzare alcune registrazioni dei Fab Four dal gennaio 1963 fino all’ottobre ‘64.

Andrea Natale - Managing Director della Bluebelldisc Music, impresa di edizioni musicali e produzione discografica, erede morale della Bluebell Recods - racconta nel saggio digitale (e-ssay) 1964: News Bluebell... arrivano i Beatles! questa vicenda poco nota anche ai più ferventi fans del quartetto di Liverpool.
“Fu un’operazione di mercato sicuramente azzardata – racconta Natale – perché allora i Beatles erano entrati ormai a pieno titolo nel business della Capitol (inizialmente disinteressata e poco fiduciosa nel successo della band oltreoceano) e la casa discografica non poteva tollerare nessuna forma di interferenza sul mercato discografico e di merchandising dei Beatles, muovendo battaglie legali verso terzi e cercando di tutelare l’esclusiva americana ottenuta dalla EMI. Tuttavia l’operazione della Vee-Jay (che spesso, anche da fonti informate e autorevoli, viene definita “illegale”) non era abusiva ma soltanto da regolarizzare, a tal punto che nessuna operazione di esportazione delle registrazioni in altri Paesi sarebbe stata possibile se la Vee-Jay fosse stata totalmente bloccata nell’affaire Beatles, mentre un accordo con la Capitol nell’aprile ’64 consentì alla Vee-Jay di proseguire nella distribuzione “vigilata” di alcuni fonogrammi dei Beatles. Il problema della Bluebell non risiedeva tanto nella liceità distributiva dell’etichetta rappresentata ma dalla convivenza dei suoi dischi sul mercato italiano con quelli della Carisch, che distribuiva invece ufficialmente i dischi Parlophon provenienti dal Regno Unito, quindi di fatto le pubblicazioni originali dei Beatles. Da qui la difficoltà di distribuire nel territorio nazionale i singoli perché – a differenza dei players americani – in Italia non esisteva un accordo di licenza e convivenza tra la Bluebell e la Carisch e quindi ogni label agiva sulla base di accordi di rappresentanza/distribuzione che gli derivavano dai soggetti discografici esteri coi quali si relazionava e conduceva affari per il marketing nel territorio italiano. Interessante però conoscere meglio i dettagli di questa importazione e anche scoprire che la Bluebell di Casetta (quasi segno del destino), un anno più tardi, firmò la beat band dei New Dada, che – caso vuole – aprirono i concerti dei Beatles nella tournée che i Fab Four tennero in Italia, tra Genova, Milano e Roma, nel giugno ’65”.
I dischi Vee-Jay/Bluebell detengono oggi un certo valore di mercato e nel panorama del collezionismo sono piuttosto rinomati/ricercati. Non hanno un numero di catalogo nazionale, ma mantengono quello originale dell’etichetta americana; anche la grafica Bluebell rimase identica a quella Vee-Jay e l’unica aggiunta “italiana” fu il logo grafico e il wording.

“Sicuramente affascinante e interessante – prosegue Natale – pensare a come giovani realtà indie (la Vee-Jay fondata nel 1953 e la Bluebell nel ’59) fossero state in grado di introdurre nel proprio mercato nazionale di riferimento (la Vee-Jay in particolare, che in America arrivò prima della Capitol e firmò un accordo di esclusiva a monte con la EMI) i dischi di un fenomeno epocale come i Beatles che allora però – perlomeno nell’Italia della Bluebell – non erano ancora così “maniacalmente” conosciuti, apprezzati e diffusi. Un fiore “bluebell” all’occhiello nel catalogo di Casetta e nella storia della discografia italiana. Sessant’anni dopo ho voluto raccontare questa “avventura” folle e curiosa e sono orgoglioso di portare avanti la memoria e l’attività incredibile di un brand come la Bluebell, che – seppur per un breve periodo nel ’64 – (im)portò e fece conoscere il mito per eccellenza nel mercato discografico nazionale!”
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