| Come un delfino |
| Scritto da Roberto Pugliese |
| Giovedì 24 Novembre 2011 |
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L’ultimo Morricone è particolarmente attivo su fronti non necessariamente legati al grande schermo, bensì ad esempio nella fiction, nei corti, nelle videoinstallazioni d’arte: un musicista in perenne ricerca, totalmente trasversale a generi e committenze, In particolare è noto che il maestro romano, diversamente da altri suoi colleghi, ha sempre trovato nella serialità televisiva (laica e profana, d’impegno e d’intrattenimento) una fonte d’ispirazione fluente e continua, sino a consegnare in essa alcune delle sue partiture più felici, ricche di spunti e riferimenti, e in taluni casi (l’esempio de La piovra, oggi divenuto soundtrack-base per numerosissime inchieste e talk-show, è sin troppo probante) assolutamente esemplari. Come un delfino è una miniserie andata in onda su Mediaset nel marzo scorso, interpretata e fortissimamente voluta da Raoul Bova, diretta da Stefano Reali e ispirata alla storia vera e difficile di Domenico Fioravanti, ex nuotatore che nel 2004 fu costretto a ritirarsi a causa di una grave malformazione cardiaca. Intenti edificanti o agiografici, al pari di cupe discese agli inferi del Male, non hanno mai fatto la differenza per Morricone da un punto di vista della capacità sincretica e unica di trasformare situazioni e personaggi in un universo sonoro mai meramente descrittivo o “psicologista”, ma sempre traslato e simbolico, e sempre foriero di paesaggi e invenzioni musicali dinanzi ai quali si fatica a trattenere l’emozione, e molto spesso – inutile rimarcarlo – largamente eccedenti per qualità l’occasione di committenza. Non fa differenza Come un delfino, che Morricone ha scritto per un ampio organico dominato dal settore degli archi e personalmente diretto a Praga, con la sua consueta, ipercontrollata attenzione al dettaglio timbrico anche minimo, sul podio della Czech National Symphony Orchestra e coro, guidato da Marek Vorlicek: missaggio e masterizzazione sono poi avvenuti rispettivamente al Forum Music Village di Roma, dove Morricone è di casa, e negli studi RTI di Cologno Monzese. Il nobile incedere dell’incipit, “Come un delfino”, solenne trenodia trasmessa dai corni in pianissimo ai celli e poi ai violini su un incedere quasi elgariano, si staglia immediatamente come una luminosa architettura sonora proiettata verso l’alto e costruita per progressioni (l’accendersi, in sottofondo, di un costante inciso ritmico, l’intervento breve ma maestoso del coro); mentre “Confidenzialmente”, nella prima versione per archi con l’aggiunta di un intervento pianistico, espone uno dei temi forse più belli del Morricone recente, semplice e fraseggiante, malinconicamente solare come sovente accade al maestro, e nel quale si resta ammirati dinanzi alla pastosità, alla ricchezza inesausta e calorosa che viene riservata alla scrittura per gli strumenti ad arco. Parte di questo materiale si scioglie ulteriormente in “I ragazzi del sole”, dove appare anche la voce solista di Flavia Astolfi e dove l’orchestrazione si fa sublimemente “acquatica” (i tremoli in crescendo e diminuendo degli archi), in ariose campate dinamiche e con un colorismo strumentale dalle risorse infinite. Come si diceva, queste sono anche occasioni nelle quali il musicista si immerge pienamente e liberamente in quell’arte a lui così familiare della variazione e della riscrittura dei medesimi materiali su piani timbrici diversi: ecco allora il singolare, lunare “Una gara per due armoniche” che, come si evince dal titolo, vede due armoniche a bocca (strumento a Morricone caro sin da tempi immemorabili) dialogare in stretto contrappunto su uno sfondo sonoro synt misterioso e static,o che si definirebbe quasi “badalamentiano”. Maggior tensione si tocca con mano in “I peggiori”, nell’iniziale minaccioso disegno di celli e bassi su cui viole e violini alzano un ulteriore motivo quietamente drammatico, intercalato da terzine percussive tamburellanti, introducendo – con l’ausilio di ulteriori contributi timbrici fra i quali la spinetta, altra vecchia conoscenza morriconiana – una sinistra quanto siderale serie di duine del flauto. Non è un registro frequente in questa partitura, che predilige di gran lunga il “lato luminoso” a quello oscuro, e ai presagi di sventura preferisce una tensione lirica costante quanto sorvegliata: “Dentro la vittoria”, ad esempio, è una sorta di lunga melopea per fiati, sul rassicurante tappeto degli archi e del coro, ma la prima cosa che udiamo – e che torneremo a udire come inciso, quasi impercettibile, nella seconda parte del brano – è una rapidissima, dissonante e “disturbante” terzina di note contigue del pianoforte: un elemento ricorrente di quella “segnaletica” psico-musicale in cui Morricone è maestro incontrastato (ricordate la nota “fuori posto” in La leggenda del pianista sull’oceano?). Il clima si incupisce nuovamente, e radicalmente, in “Scippo”, excursus completamente atonale degli archi, e in “Tuffi nel buio mare”: pedale dei bassi, disegno ostinato degli archi in tremolo e pizzicati, e lacerante, virtuosistico tema dell’armonica cui si aggiungono violini in registro acuto, ora legati ora spezzati. La pagina forse più intimamente inquietante dell’intero score. La seconda versione di “Confidenzialmente” riprende il materiale della prima, ma in una tonalità più bassa, optando per un assolo di chitarra classica di nuovo su uno sfondo accordale sobriamente elettronico, mentre la riproposta di “Come un delfino”, per flicorno ed archi, restituisce con nitore il composto e denso tema dell’inizio, ed “Entusiasmo giovanile” sembra contraddire il proprio titolo in una nuova, limpidamente serena ma inequivocabilmente mesta, elegia per fiati ed archi. Gli oltre dieci minuti conclusivi di “Rock?” fanno storia a sé: il punto di domanda è infatti stavolta palesemente (auto)ironico, e la struttura del lungo brano assolutamente anomala e intrigante, peraltro squisitamente morriconiana e tra l’altro memore delle radici avanguardistiche del compositore. E’ una sorta di suite costruita per accumulo, che inizia con un interminabile girovagare degli archi flautanti in registro sovracuto, ringhiosamente accompagnati da un ostinato del pianoforte in registro viceversa grave (il contrasto timbrico è straordinario) e sommesso pulsare della batteria spazzolata; interviene poi un marchio di fabbrica del maestro, cioè accordi rapidi e strappati, apparentemente casuali, degli archi, che sbilanciano definitivamente il già fragile baricentro tonale. L’improvviso stacco di batteria sembra di colpo dar ragione d’essere al titolo, ma è un’illusione: par di tornare a certo Morricone degli anni ’60, quando le pulsioni pop e rock si mescolavano in lui con le esperienze improvvisatorie di Nuova Consonanza. La batteria serve solo come motore propulsivo, mentre gli accordi violenti e staccati degli archi si intensificano proponendo però una scansione più ossessiva e regolare: tutte le sezioni strumentali a turno compaiono con disegni di lancinante drammaticità, prima i legni, poi i violini tutti, intersecati da taglienti incisi solistici, di nuovo i legni dissonanti e preludianti alle irruzioni cubiste, stravinskiane degli ottoni ancora alternati a staffilate secche dei violini. La batteria, esaurito il proprio compito si direbbe depistante, lascia il ruolo ritmico a note fisse e ripetute degli archi, delegati a chiudere, con un’ultima frustata e un accordo “morto”, il brano e l’album. Che dire? Ennio Morricone, una sconfinata giovinezza. |









Ennio Morricone