The Young Riders
Scritto da Antonio Tuzza   
Mercoledì 02 Novembre 2011

cover_young_riders.jpgJohn Debney
I Ragazzi della prateria (The Young Riders - 1989)
La-La Land Records LLLCD 1152
19 brani – durata: 62’35”

 

Ne ha fatta di strada John Debney dopo la scrittura della colonna sonora per The Young Riders, cimentandosi oramai da circa 20 anni con stili e generi anche molto diversi tra loro, dalla commedia (Una settimana da Dio) all’super hero movie (Iron Man 2), dall’animazione (Chicken Little) all’hard boiled (Sin city), solo per citare alcuni titoli tra le decine firmati dal compositore.
Diciamo innanzitutto che la serie The Young Riders, andata in onda negli Stati Uniti dal 1989 al 1992 e in Italia dal 1991 al 1993 con il titolo de I ragazzi della Prateria, ebbe sì fortune alterne, ma venne accolta come una serie televisiva che strizzava l’occhio al cinema. A mio parere questa colonna sonora rispecchia questa zona di confine, e non è escluso che proprio la qualità di queste musiche abbia spiazzato l’ansia di classificazione. Dopo la title track comune alle tre stagioni, le successive tracce presenti nel disco si dividono in tre episodi della serie: Kid, Gunfighter e Kansas.

Nei primi due episodi, da un lato, ci sono quelle musiche e quelle sonorità, anacronisticamente contrapposte all’ambientazione western della serie, ma tipiche dei telefilm americani anni ’80-’90 (ah, che nostalgia…), come nella title track “The Young Riders – Main Title” (e poi disseminate qua e là in altre tracce, come all’inizio di “Longley appears” per citarne una), ovvero batteria incalzante, basso, synth, tappeti, chitarre elettriche distorte e pianoforte (nemmeno honky tonk); sono quei momenti in cui l’episodio deve incalzare, deve attirare l’attenzione, intro e ending tipici da taglio pubblicitario. Si tratta di tracce comunque ben scritte e organizzate, anche con una discreta inventiva lontana dal semplice allungamento del brodo televisivo; insomma, la qualità c’è. Da un punto di vista timbrico, alcune sonorità rivelano inesorabilmente la propria età, un universo sonoro ormai sorpassato dall’avanzamento tecnologico che ormai permette pressoché qualsiasi emulazione anche piuttosto convincente, senza più dover ricorrere a sintesi approssimate e plasticose, tipiche di fine anni ’80 (sintetizzatori Korg e Roland in primis). Devo dire che sono state le tracce meno interessanti all’ascolto, quelle che mi hanno subito fatto pensare alle oramai onnipresenti library (come per esempio “Teaspoon blues/Training”), ovvero a quelle raccolte di brani suddivisi per generi e per applicazioni, business, action, comedy, adventure, family etc, incubo di ogni compositore.

Mentre ho trovato molto più interessanti le tracce (come già il secondo pezzo “The kid appears/Into town”, almeno fino a 4’) in cui quelle sonorità sorpassate sono più in ombra nel mix (pad o virtual strings soprattutto), e vengono invece messi in luce strumenti come l’armonica a bocca, il pianoforte, la chitarra acustica o anche la chitarra elettrica, ma stavolta non distorta, che si alternano in piacevoli fraseggi. In questi casi atmosfere e texture sonore sono ottimamente realizzate, e, da un punto di vista produttivo, risplendono di una  piacevole freschezza timbrica.
Altrettanto interessante la traccia immediatamente successiva “First Ride/Apache Chase”, forse più accostabile al sound design che alla colonna sonora vera e propria, in cui l’incipit è fatto di percussioni varie isolate e senza tempo in cui viene suggerito un senso di sospensione. Dopo una digressione nel tema principale nella sua versione più televisiva possibile, viene ripreso l’arrangiamento percussivo stavolta molto ritmato, in cui emergono dei bei fraseggi di armonica e chitarra elettrica distorta.
Gran lavoro di atmosfera chitarristica anche in “Scarface/Blackwith Valley”, “Escapes and meets his demise”, la seconda parte di “Longley appears”, tanto che mi viene il dubbio che il grande Neil Young, in quella splendida colonna sonora fatta di sole chitarre elettriche, scritta per Dead Man (1995) di Jim Jarmusch, possa essersi talvolta ispirato a qualcosa di simile, e… guarda un po’, anche quella era una ambientazione western. In “Emma’s watch”, “Jimmy & Kid Fight”, la lunga “Longley’s deal and showdown”, e “Final showdown” il lavoro del pianoforte è notevole; Debney è capace di creare davvero delle suggestive atmosfere con poco (una paio di chitarre e il pianoforte). “Smokehouse” è la prima traccia tipicamente western, con armonica, chitarra elettrica fingerpicking e chitarra acustica slide in primo piano, e in cui viene ben fuori anche una certa vena blues di questa colonna sonora, quasi una road song un po’ spezzettata, ma scritta e suonata con grande freschezza. Sicuramente una delle tracce migliori di tutto il disco.

Da “The run/the amazing grace”, prima traccia dell’episodio Kansas, c’è un piacevole cambiamento: la produzione deve essere sicuramente più ricca, e il compositore deve essere stato premiato; a suonare è una orchestra vera e completa, arricchita di voci maschili e femminili (che recitano “Oh, freedom”). La scrittura è pressoché solamente orchestrale, molte ben realizzata e molto cinematografica, di gran qualità e anche con qualche armonia piuttosto ardua. Dove sono finite le chitarre così ben suonate tipiche degli altri due episodi? Ce ne è un ricordo (come anche dell’armonica a bocca) in “Burnt offering / Escape” ma decisamente in secondo piano rispetto alle tracce precedenti. Il cambio di sonorità è nettissimo, ma si scopre con piacere un altro Debney che si dimostra compositore capace e a tutto tondo. “The Kid & Noah / In the fray” è un pezzo molto vario nelle atmosfere, a tratti giocoso (come anche in “Goodbyes/Home”), in cui il compositore si rivela abile utilizzatore dei timbri orchestrali e non, che fa evidentemente dialogare con le immagini, puntellate da precisi momenti musicali. La sigla invece deve essere stata sempre quella per tutte le stagioni, essa si ripropone pari pari alla fine del terzo episodio. Una chicca per ogni spettatore appassionato della serie: prima della fine dell’intero cd c’è addirittura l’audiologo della casa di produzione Ogiens / Kane Company, ormai parte integrante della sigla finale.

Mi sento come di dividere in due questa soundtrack, tra tracce da library anche di qualità, tutto sommato non fastidiose anche se obsolete, e tracce parecchio apprezzabili in cui c’è una maggiore ricerca musicale da diversi punti di vista, soprattutto di atmosfera, in cui il dialogo tematico tra gli strumenti coinvolti rende più di un brano godibile anche separatamente dalla sua applicazione. Anzi la sensazione è che le scelte del compositore siano ben centrate e bilanciate tra le timbriche più accostabili al western e le necessità da serie televisiva, in cui forse la caratterizzazione data dalle molto ben suonate chitarre (elettriche e acustiche) in primis, fa dimenticare gli “scivoloni” anacronistici di basso elettrico, batteria e orchestra finta, che in alcuni pezzi sembrano esser stati chiamati in causa quasi per qualche necessità di audience. Tutto cambia radicalmente, come descritto, con il terzo episodio, sembra effettivamente un’altra colonna sonora e un altro compositore. La title track così tipicamente da telefilm inizialmente, ma un ascolto attento e ripetuto fa scoprire con piacere, in mezzo ad alcune ovvie ripetizioni, angoli totalmente inaspettati di questo lavoro tra i primissimi di Debney; ascoltando con attenzione questa colonna sonora, si scorgono alcuni tratti personali delle sue successive soundtrack per altri lavori.