The Fall Of The Roman Empire
Scritto da Antonio Marguccio   
Lunedì 16 Luglio 2012

cover_fall_of_roman_empire.jpgDimitri Tiomkin
La caduta dell’Impero Romano (The Fall Of The Roman Empire, 1964)
La-La Land Records (LLLCD 1202)
27 brani – durata: 64’46’’



Questo film che costò la bellezza di 20 milioni di dollari (uno dei quali per la scrittura di Sophia Loren all’apice del successo) chiuse in pratica l’epoca dei grandi peplum hollywoodiani. Non ebbe fortuna al botteghino e non riuscì a ripagarsi nemmeno le spese. Forse i produttori avevano fatto il passo più lungo della gamba, oppure incapparono nel tipico disastro dei kolossal scenografici privi di una solida sceneggiatura. Eppure la pellicola era un vero e proprio tuffo nell’antica Roma, con ricostruzioni di edifici (veri e non in computergrafica!) che richiesero il più grande set della storia. Il Foro romano da solo impiegò la realizzazione di ben 27 edifici completamente accessibili e arredati all’interno, un colpo d’occhio mozzafiato (che giustamente quelli di La-La Land hanno riprodotto sulla superficie del CD, nel solco della maniacale cura per il supporto fisico da parte dell’etichetta statunitense). Un tale sfoggio di mezzi imponeva, inutile a dirsi, una colonna sonora altrettanto grandiosa. Il produttore Samuel Bronston non riuscì ad accaparrarsi il più grande sulla piazza, Miklós Rózsa, e ripiegò su Dimitri Tiomkin. Personalità musicale eccellente, con il fiuto per il business e studi assieme a Prokofiev e agli altri maestri russi del Novecento, Tiomkin lavorò al film per più di anno. Nel 1963 le campagne pubblicitarie diffusero la voce che avesse scritto un pezzo corale per 8 mila voci, ma erano delle invenzioni. È evidente però che si chiedeva al russo di far marciare la sua penna al passo delle legioni romane e delle splendide coreografie imperiali. Tiomkin ottenne tutto quello che poteva desiderare, un’orchestra oscillante tra i 120 e i 150 elementi e una schiera di sei orchestratori. Tuttavia c’era anche il desiderio di creare qualcosa di diverso dal Rózsa di Ben Hur e King Of Kings (due vertici assoluti dell’ungherese naturalizzato americano). Il risultato? Una partitura intellettuale molto articolata, lontanissima da un approccio filologico, simil-arcaico e via dicendo. Anzi, il rifiuto di ogni stratagemma documentaristico, come lo stesso autore ammise in un’intervista per il lancio del film, fu il criterio guida della OST. Dimenticatevi, quindi, uno score tutto fanfare e tamburi da parata (cha saltano fuori qua e là in brani come “Fanfares and Flourishes”, “Arrival of Livius”, “Decoy Patron”, “Battle in the Forest” e nella sgangherata “Ballomar’s Barbarian Attack”). Il titolo che meglio rappresenta questo filone marziale, mai sviscerato fino in fondo per ovvie scelte stilistiche, è “Persian Battle”, peraltro uno dei brani meglio orchestrati del CD. La novità di Tiomkin è rappresentata invece dalla quantità di pagine romanticissime, sin dal love theme (“The Fall of Love”), che danno un inconfondibile sapore fatalistico a tutta la partitura. La superba, frenetica vena compositiva fa il resto. Uno stile inquieto, brillante, mai appagato dalle armonie di scuola, tentato dai cromatismi più inauditi (“Dawn of Love”, “Addio”, “The Fall of Rome”, la sezione d’archi della “Overture”). Il brano “The Roman Forum”, cuore della OST, assomiglia alla musica di un balletto scenico, genere non ignoto al compositore russo. Tripudio di idee e ricca orchestrazione di ottoni, archi, glockenspiel e xilofono in “Pax Romana (Bolero)”. Ma le rivoluzioni non finiscono qui. Al posto di lire, arpe e trombe Tiomkin inserisce in partitura degli strumenti anacronistici e spiazzanti per un peplum: organo a canne, clavicembalo e mandolino! L’organo è quello della Royal Albert Hall di Londra, affidato alle cure di Richard Chilton che portò anche in concerto la “Overture” del film che riprendeva il love theme. L’impatto emozionale è completamente diverso rispetto alle esecuzioni per archi che costellano la OST e ci fornisce una risposta al dilemma della psicologia dei suoni. L’austero ripieno d’organo scolpisce le due note iniziali come una toccata di Bach e trasmette un senso di funerea ampollosità alla caduta del più grande impero della storia. Essendo la title music di apertura del film, è da sottolineare come scelta coraggiosa da parte di Tiomkin, che mai come in questo caso appare diviso tra un sinfonismo “eroico” ed uno “patetico”. Per quanto riguarda il clavicembalo, l’autore lo ha impiegato quanto e come un pianoforte nei titoli seguenti: “Lucilla’s Sorrow”, “Morning”, “Intermezzo: Livius and Lucilla” e “Resurrection”, in quest’ultimo caso assieme al suono delle campane. La presenza di una coppia di mandolini (“Notturno”) e una dichiarata “Tarantella” fanno scendere di qualche grado il pathos complessivo perché, se forniscono un colore mediterraneo, fanno appello d’altra parte ad un folklore nostrano posticcio e in voga negli anni Sessanta (e che in verità ci è rimasto appiccicato addosso, per la serie: Italiano, baffo e mandolino). Purtroppo alcuni brani eccellenti e carichi d’atmosfera, come “Dawn on the Northern Frontier”, sono presentati in veste mono. Delle 27 tracce complessive, infatti, otto sono date come bonus monofonici di non eccellente qualità. Per quanto riguarda il remastering, inoltre, forse stavolta gli ingegneri di La-La Land hanno esagerato con il “pompaggio” dei bassi” e la schiarita degli alti.